The Cherry Thing: un affare di famiglia
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Gabriele Marino
- 6 Giugno 2010
Neneh Cherry è… Neneh Cherry. Figlia del batterista della Sierra Leone Amahdu Jarr e dell’artista Monica Karlsson, infanzia nella comune hippie di una piccola cittadina svedese, tirata su – tra una gig e un disco – dal mitico Don Cherry (cornettista e trombettista a lungo sodale di Ornette Coleman e tra i primissimi a sperimentare la world music; sorellastra quindi Neneh della meteora Eagle-Eye), voce – non ancora ventenne – di una delle cose più eccitanti successe nel post-punk, i lussureggianti Rip Rig + Panic con dentro chitarrista e batterista (Bruce Smith, all’epoca marito di Neneh, adesso nei rinati PiL) del fu-Pop Group.
Neneh è stata una delle muse del giro bristoliano immediatamente pre-triphop, con numeri hiphop-dance tutti scratch e stacchi di tromba come Buffalo Stance (hit propiziata da Tim Semenon/Bomb the Bass) e con tre album (1989-1996, Raw Like Sushi, Homebrew, da molti considerato un classico assoluto degli anni Novanta, e Man) all’insegna del crossover musicale più soulful, segnati dal contributo del nuovo marito, Cameron McVey (mani in pasta con Massive Attack, Portishead e poi All Saints e Sugababes).
In mezzo a tante collaborazioni, proprio assieme a Cameron – e con la loro figlia Tyson – Neneh ha messo in piedi la band CirKus, con la quale ha fatto concerti e pubblicato due album (Laylow, 2006, remixato nel 2007; Medicine, 2009).
I The Thing – il nome da un piccolo classico di Don Cherry, dall’album Where Is Brooklyn? (Blue Note, 1966) – sono il terzetto jazz messo in piedi nel 2000 dal sassofonista Mats Gustafsson, stella della scena free svedese (noto da noi soprattutto per le sue liaison con Ken Vandermark, Zu e il giro Sonic Youth/O’Rourke), con Ingebrigt Håker Flaten al basso e Paal Nilssen-Love alla batteria. Nel loro repertorio pezzi autografi ma anche e soprattutto riletture che vanno dalla golden age del freejazz (Ornette Coleman e – ovviamente – Don Cherry in testa), alla funk/fusion di James Blood Ulmer, fino a pezzi di gente come Lightning Bolt, White Stripes e PJ Harvey.
Neneh incrocia The Thing nell’autunno del 2010 in uno studio di registrazione a Londra: tra i legami affettivi evocati da quel nome e da quel repertorio e un feeling immediato con il fare jazz di Gustafsson, è quasi inevitabile che scatti la scintilla. Prima jammano, poi provano assieme e suonano in giro (in scaletta anche pezzi di Nico Päffgen; e ancora suoneranno nei festival di mezza europa in questa estate 2012).
Alla fine, senza forzature, arriva anche il disco. Un lavoro che riporta la classe della voce di Neneh – una classe che è sostanza, non solo forma – alle nostre orecchie, perfettamente a proprio agio nell’ambience vivace e cosmopolita imbastita dal terzetto di Gustafsson, in una manciata di cover – solo otto brani, non una nota in più di quelle necessarie – così belle, inguantate, naturali, da non sembrare neppure cover.
