Eel Pie Hillbillies
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Antonio Pancamo Puglia
- 29 Maggio 2012
“Cos I’m a Muswell Hillbilly boy / But my heart lies in old West Virginia / Never seen New Orleans, Oklahoma, Tennessee /Still I dream of the Black Hills that I ain’t never seen”. Così cantava il grande Ray Davies, anno di grazia 1971, nella title track di Muswell Hillbillies, l’album più “americano” dei suoi Kinks. “Hillbilly di Muswell Hill” (quartiere a nord di Londra) è un’espressione – geniale, va da sé – che misura tutta la distanza culturale e geografica tra UK e USA, giocando da un lato con il mito a stelle e strisce e dall’altro con la fiera – quanto sardonica – sudditanza a sua Maestà Elisabetta. Cosa c’entrano con tutto questo i Mystery Jets, quintetto proveniente da Eel Pie Island, Twickenham, salito alla ribalta in tempi recenti come promettente esponente di una nuova ondata di british bands? Beh, dopo aver assaggiato i frutti di un moderato successo con il terzo LP Serotonin (prodotto nientemeno che da Chris Thomas), anche loro hanno giocato a fare gli hillbilly come il venerato zio Ray e per il quarto album sono fisicamente volati fino ad Austin, Texas, per vedere un po’ l’effetto che faceva. E per poi scoprire di essere più inglesi di sempre.
Da qui la scelta di intitolare il disco Radlands, calembour nato dall’unione di Badlands (titolo originale del film del 1973 da noi conosciuto come La rabbia giovane) e Redlands, la famosa tenuta nel Sussex di Keith Richards. Stati Uniti e Inghilterra a braccetto, quindi, per quello che è sì il disco di americana dei Mystery Jets, con tutte le sue belle influenze Neil Young e CSN al posto giusto, ma al contempo non lo è. Perché la cosa più caratteristica, nell’ascoltare con attenzione queste canzoni – e i testi dei due autori e chitarristi Blaine Harrison e William Rees –, è proprio quell’innegabile englishness, quell’arguto senso di wit che non può non provenire che dal citato Davies e da un altro illustre esponente di pura razza british, Mark E. Smith, esplicitamente menzionato nella formidabile e divertentissima Greatest Hits, storia della separazione di una coppia attraverso la divisione della collezione di dischi: “Beh, tu puoi prenderti Lexicon Of Love, ma a me va Remain In Light”, e via di delizioso citazionismo nerd. È da trovate come queste che si capisce che una band ha personalità, e se musicalmente Radlands può ancora soffrire di un’eccessiva varietà e di alcune (perdonabili) indulgenze da fan dei Radiohead, è innegabile che la crescita c’è stata, ed è ancora in corso, con la formazione da poco cambiata – il bassista Kai Fish ha lasciato da pochissimo, lasciando spazio a due altri membri – e il quinto album già nella mente.
Ma un attimo: Albione non era forse la patria delle next big things destinate a farsi macinare dal sistema dopo uno o due dischi, tipo Bloc Party e Klaxons, senza possibilità di redenzione? Già, e infatti i Mystery Jets sembravano essere partiti proprio in quel solco (Twenty One era stato prodotto da Erol Alkan). E invece, come i loro coetanei Horrors, hanno mostrato che anche per le british band è possibile crescere, maturare, sviluppare un’identità. Senza farsi risucchiare dalla macchina che tutto divora. Loro magari non lo sono ancora del tutto, maturi, come è facile evincere da questa frizzante chiacchierata via email. Ma forse questo è proprio un bene …
Da Eel Pie Island a Austin, Texas, ce n’è di strada. Come siete finiti a registrare in America, dopo Serotonin? È stato semplicemente il passo più naturale da fare, come band?
Mi piace pensare che ogni nostro passo sia naturale … quello che stavolta ci interessava non era il passo in sé, ma quanto dovesse essere lungo. Sentivamo il bisogno di allontanarci da – odio dirlo … – una formula. Nell’arco di tre dischi avevamo elaborato un metodo di mettere insieme le canzoni, di comporre, che funzionava bene … ma arrivati alla fine di Serotonin ci siamo resi conto di aver sfruttato quel metodo al massimo. Così abbiamo pensato: “andiamo il più lontano possibile da casa, e proviamo a lavorare in modo nuovo!”.
Questo nuovo album, Radlands, è certamente un’opera matura … siete davvero cresciuti come musicisti e autori di canzoni. Prima di andare in America, avevate già in mente come dovesse suonare il disco? In altre parole, eravate già convinti di registrare un disco di americana?
Siamo partiti per l’America con qualche canzone in valigia, e mentre eravamo lì ne abbiamo registrata qualche altra … ma è stato solo una volta tornati a Londra, dopo aver riascoltato tutte le canzoni (una trentina in totale), che abbiamo individuato il fil rouge che le tiene unite, la base del disco.
Il titolo Radlands ci sembra davvero appropriato. La musica americana (giusto per citare: folk, country, gospel) è di certo presente ma di contro l’album ha un’innegabile “inglesità”. Potrebbe essere il vostro Muswell Hillbillies?
Beh, è proprio così! Si tratta della nostra versione della musica americana. Musicalmente, Stati Uniti e Inghilterra si sono sempre influenzati a vicenda, piaccia o meno … ! Radlands è proprio la nostra interpretazione della musica americana, il modo in cui siamo stati influenzati da essa come band. Crediamo che, se ci fossimo limitati a suonare esattamente come gli americani, il disco sarebbe venuto fuori piatto, senza personalità.
Sappiamo che tra le vostre frequentazioni, da ascoltatori, ci sono generi tra i più disparati, compreso il prog (!). Il disco è piuttosto vario, in effetti … riuscireste a rintracciare alcune tra le possibili influenze?
Neil Young, The Meters, Crosby, Stills & Nash, Eddie Bo, Cass McCombs e Exile On Main Street dei Rolling Stones! Ma mi tocca ammettere che qualunque cosa abbiamo mai ascoltato in vita nostra, ci piaccia o no, deve averci influenzato in qualche modo!
Dato che avete scritto alcune canzoni lì, ci sono dei testi che sono stati influenzati direttamente dall’America? Di primo acchito diremmo: You Had Me At Hello…
Indovinato! E anche Sister Everett. “Sorella Everett” è il nome di una suora della Chiesa dei Santi degli Ultimi Giorni, che si è messa a parlare con William mentre si trovava sull’aereo per il Texas. Credo di sapere cosa avesse in mente … gli ha dato il suo biglietto da visita ma lui non l’ha mai chiamata. Ha pensato fosse meglio scrivere una canzone su di lei. Una cosa proprio da William.
Qual è la cosa più insolita – e/o che vi ha più ispirato – capitatavi mentre eravate in Texas?
Svegliarci sul divano di una confraternita femminile, con tutt’intorno ragazze in biancheria intima. Sembrava di essere sul set di American Pie. O ancora: offrire un drink al bar a un uomo che somiglia a Salvador Dalì, e vederglielo buttare via dieci secondi dopo. O ancora: portare fuori da un locale un tizio che sta per essere picchiato perché aveva detto a tutte le donne di coprirsi. Una volta fuori, ha rischiato di nuovo di farsi picchiare dagli avventori di un furgoncino che vendeva pizza per strada, perché li accusava di essere dei cattivi americani … e così a un certo punto ho pensato che per salvare il culo di quello psicopatico dovevo fare qualcosa di più folle di lui, e allora gli ho versato in testa del peperoncino. Lui si è girato e mi ha abbracciato.
Secondo te, quali sono le differenze principali, per stile e toni, tra Radlands e gli altri dischi dei Mystery Jets?
Radlands rappresenta la nostra liberazione da uno schema fisso. Eravamo diventati troppo … organizzati nel modo in cui facevamo musica. Abbiamo dovuto imporci questo cambiamento anzitutto per mantenere la nostra musica fresca, e poi per continuare a divertirci a stare nella stessa band.
Ci sembra di capire che quella canzone fantastica che è Greatest Hits sia autobiografica. Consentiteci di dire che il modo in cui avete preso una cosa molto personale come separarsi dalla fidanzata, e lo avete fatto diventare una cosa divertente, arguta e soprattutto universale, mi ha ricordato l’arte del grande – rieccolo! – Ray Davies. È stato intenzionale?
Quella storia in realtà è stata ispirata dal film Alta Fedeltà. Viene da lì l’idea che ogni disco sia un ricordo che rappresenta un momento della tua storia d’amore. Credo si possa ricordare con tutti i nostri sensi: possiamo assaggiare ricordi, annusare ricordi … che in questo caso mi piace chiamare smemories (calembour intraducibile da smell + memories, nda).
Chi sono i songwriters che vi ispirano di più, allora?
Cass McCombs, uno dei “nuovi” … ultimamente è una grande fonte di ispirazione.
Abbiamo letto un recente articolo di NME (edizione del 14 aprile 2012) in cui musicisti più giovani come voi o gli Horrors sono stati fatti incontrare – a mo’ di allievi & maestri – con leggende come Mark E. Smith e John Lydon. Credete di far parte di una generazione (diciamo così) più robusta di musicisti inglesi, rispetto le precedenti? O – e qui c’è la vera domanda – credete che questa generazione esista?
Dipende da quel che si pensa di se stessi. Non credo che nessuno dovrebbe mai sforzare di definirsi, o di avere una percezione precisa di se stessi, perché equivale a etichettarsi. E una volta che lo hai fatto, sei fottuto! Dovresti solo continuare a fare quel che fai, lasciando agli altri il piacere di metterti nella scatola che più gli piace. Perché lo faranno comunque, e tu non potrai fermarli!
Il nostro naturalmente è un punto di vista esterno, essendo italiani … Mettiamola così: quando i Mystery Jets hanno iniziato, la roba più rilevante proveniente dall’Inghilterra sembravano essere band come Klaxons e Bloc Party, tutta la scena nu-rave (voi avete anche fatto un disco con Erol Alkan, per dire). Ma crediamo anche che gente come voi, Horrors, Arctic Monkeys, Laura Marling e altri sono davvero cresciuti sviluppandosi come artisti autonomi, maturi e indipendenti, avulsi da qualsiasi scena. Ci sbagliamo? Perché dall’esterno, grazie ai media, la percezione è che la musica britannica non sia altro che una successione di mode e tendenze e next big things … Di certo sapete cosa vogliamo dire.
Sì, sappiamo cosa intendete. E crediamo che i Mystery Jets abbiano iniziato proprio in quel modo. Era l’unico modo che conoscevamo, d’altronde. Agli esordi organizzavamo concerti a Eel Pie Island perché sentivamo il bisogno di non associarci a nessuna scena in particolare. Mode e tendenze cambiano, quello che è cool diventa inevitabilmente mostruoso dopo appena un minuto, ed una cosa del tutto normale; le mode cambiano di continuo, soprattutto a Londra che è uno dei posti più dinamici della Terra. Se riesci a tenere il passo va bene, ma se non riesci … vieni masticato e risputato senza troppi pensieri. La cosa migliore sicuramente è restare se stessi e non associarsi a nessuna scena.
Avete subito da poco alcuni cambiamenti nella formazione. Credete che questo nuovo assetto si rifletterà nel modo di lavorare della band? A parte il tour, avete già alcune idee per il prossimo disco?
Sì, abbiamo già alcune ide musicali per il prossimo disco, ma non siamo ancora sicuri su come metterle in pratica. Il fatto che Kai sia andato via dalla band ci ha cambiati, come era naturale che fosse. Non troveremo mai nessuno come lui, quindi ci tocca fare le cose in modo diverso. Ci sono degli aggiustamenti da fare, da parte di tutti. Adesso abbiamo due nuovi membri che hanno aggiunto una dimenzione completamente nuova al nostro suono! È fantastico suonare con Matt Park e Peter Cochrain. Nella vita può succedere di tutto: quando ti stai annoiando perché intrappolato all’interno di una routine, ecco che il caso ti offre un’opportunità completamente diversa. Non si può mai sapere. Quindi, chissà come sarà il prossimo disco … l’importante è continuare a divertirsi!
Finora avete lavorato con ottimi produttori. C’è già qualcuno nella vostra lista dei desideri per il prossimo disco?
Sì!!! Vogliamo lavorare ancora con Dan Carey! Ha prodotto alcuni pezzi del disco, e lavorare con lui è stato un vero piacere! Una cosa molto stimolante … e lui può davvero fare tutto, riesce a soddisfare qualsiasi richiesta!
