Impazzire di luce

Tre sospetti fanno una prova. Si dice così, no? O qualcosa del genere. Fatto sta che tra gennaio e febbraio 2012 escono tre album (Grande nazione dei Litfiba, Niente di serio dei Diaframma, Da qui a domani di Miro Sassolini) che discendono – con diverse vicissitudini, sviluppi e gradi di separazione – da fatti accaduti un quarto di secolo fa (e anche di più) in una città dai non certo rilevanti trascorsi rock. Almeno non fino ad allora. E’ una storia difficile da raccontare. Da spiegare, poi, quasi impossibile. Come sia potuto accadere cioè che nel bel mezzo degli Ottanta la new wave italiana abbia individuato in Firenze il nido perfetto in cui rompere il guscio, irrobustirsi e tentare il volo.

Disincanto randagio

Città accoccolata nel ventre del Belpaese, fiore all’occhiello che osservi di passaggio pettinando il nastro grigio dell’A1, capitale culturale fuori tempo che arranca per non farsi distanziare dalla modernità. Grande il passato dietro le spalle, una fragranza monumentale che la mantiene alta nell’immaginario mondiale, Firenze consuma se stessa in una dorata marginalità, tagliata fuori dai grandi circuiti economici del boom, aggrappata ad una dignità che sa di snobismo outsider e superbia muffosa palpabile fin nel suo cuore più popolare. Questo impasto unico di cultura bassa – potremmo dire post-rurale – ed attitudine allo sguardo tagliente che fa a fettine la consuetudine e sfiletta il conformismo, è catturato assai bene in Ad ovest di Paperino (1982), pellicola diretta da Alessandro Benvenuti ed interpretata dai Giancattivi (lo stesso Benvenuti con Athina Cenci e Francesco Nuti), ovvero uno sguardo randagio nel disincanto agrodolce e surreale di una città smarrita, sospesa come in un acquario dove le dinamiche affettive ed ideologiche sono (ormai) gusci vuoti.

Uno stato di narcosi post-alluvione cui la cultura alternativa rispose gettando il cuore e lo sguardo oltre i confini nazionali, covando margini di immaginazione e inventiva in quello stesso blando isolamento che la tagliava fuori dal giro grosso. Fu un po’ come scavare un tunnel con sbocco diretto su Londra e Berlino, dove il punk – presto fermentato in post-punk e new wave – stava ipotizzando una rappresentazione urgente della contemporaneità. Firenze non fu reattiva come Roma, Milano – la “City” italiana – e la pur vicina cuginastra Bologna, il cui DNA universitario rappresentò fin da subito un terreno di coltura ideale per le istanze che andavano deflagrando. Gruppi come Gaznevada, Rats, Kaos Rock e Kandeggina Gang, etichette come la Cramps e la Italian Records sintonizzarono il centro nord su frequenze decisamente europee praticamente in tempo reale.

Fioritura

Scontò un certo ritardo di trasmissione, Firenze. Da sempre del resto città complessa all’approccio, problematica, di passioni forti e poca predisposizione alle vie di mezzo: non certo a caso fu lì che si consumò il quasi definitivo addio di Patti Smith dalle scene, dopo un concerto a dir poco turbolento tenuto allo Stadio Comunale il 10 settembre del ’79, col pubblico che avrebbe volentieri abbrustolito la bandiera a stelle e striscie che la statunitense non mancava di erigere nei propri show. In quella cuspide feroce tra Settanta e Ottanta, tra sibili di piombo e incipiente edonismo, sotto le vampe dello scontro politico surriscaldato, la vita artistica e culturale cittadina preparava l’humus di una fioritura repentina. Tra centro e hinterland germogliarono uno dopo l’altro club e locali dall’indole disinvolta, sotterranea, evoluta: dall’estroso Banana Moon al goticissimo Tenax, dal Casablanca al Manila di Campi Bisenzio, dal Faro alla Rockoteca Brighton.

C’erano vibrazioni nell’aria prontamente captate e ribadite nell’etere da stazioni radiofoniche “libere” e battagliere come Radio Centofiori e Controradio, quindi messe mirabilmente su carta da FREE, mitologica fanzine mossa da tenace filosofia DIY mirando al cuore dell’underground illuminato, così ben fatta da conquistarsi i favori di Kenny Gates, fondatore della londinese Play It Again Sam. Dietro FREE si muoveva la Industrie Discografiche Lacerba, una delle quattro principali etichette cittadine indipendenti: le altre rispondevano al nome di Kindergarten Records, Contempo Records e – più ambiziosa di tutte – quella I.R.A. (acronimo di  Immortal Rock Alliance) fondata nel 1984 da Alberto Pirelli, il fautore del “rock italiano cantato in italiano“.

Tutti questi soggetti, sorti come un convergere spontaneo di forze vettoriali, finirono per allestire un vero e proprio apparato ludico-culturale, senza il quale la stagione new wave fiorentina probabilmente – quasi certamente – non avrebbe potuto sbocciare.

Devozioni e deviazioni

Correva il 1981 quando, su una collina alle porte di Firenze, i Diaframma – all’epoca un trio composto dai fratelli Gianni e Leandro Chicchi, rispettivamente batterista e bassista, e dal chitarrista e cantante Federico Fiumani – strinsero sodalizio con Nicola Vannini. Curatore della Rockoteca Brighton presso la Casa del Popolo di Settignano, cantante ed appassionato totale di new wave, Vannini nutriva una particolare predilezione per i Joy Division, i cui pezzi del resto figuravano stabilmente nel repertorio di cover su cui si cimentavano Fiumani e i Chicchi bros.

Questa concordanza di devozioni segnò irrimediabilmente i primi passi discografici della band: prima l’esordio a 45 giri di Pioggia/Illusione Ottica e subito dopo l’EP Altrove (Contempo Records, 1983) rappresentarono biglietti da visita lividi e tesi, sound compresso e sordidezza febbrile, scansione ritmica da ruote dentate, giro di basso preferibilmente ipnotico come la pulsazione cardiaca di un replicante, nervi che scoppiettano sui polsi a scorticare pennate radenti, il canto un peana laconico sul tema di isolamento e desolazione esistenziale. Senza risparmiarsi però un guizzo sorprendente con l’intro eniana di Effetto notte e una Pop Art che prefigura incipienti tendenze melodiche post-punk.

Il punto di forza di quei primi Diaframma coincideva con la loro principale debolezza, una bugia in realtà: traducevano benissimo la loro ossessione, sciorinavano una rigida ancorché inappuntabile imitatio dei modelli anglosassoni, intimo difetto di pronuncia comune a tanto rock italiano passato, presente e futuro. Laddove i concittadini Litfiba – che assieme a loro, ai wave-pop Moda, ai gotich-industrial Neon e agli electro-punk Pankow rappresentarono le punte di diamante del rock underground fiorentino – osavano invece proporre un pastiche balcanico che irretiva proprio per la capacità di smarcarsi, di proporsi come sfrontata anomalia sonico-culturale.

La forza dei Diaframma fu comunque di comprendere subito il cul de sac in cui andavano ficcandosi e quindi di reagire, sostituendo il troppo curtisiano Vannini con Miro Sassolini, cantante proveniente dalla vicina Figline Valdarno: esperienze artistiche – arti plastiche e figurative con attitudini avanguardistiche – di un certo rilievo alle spalle, un cugino discografico e una voce dall’impostazione peculiare – timbro tenorile e lirismo imprevedibile – che sposterà significativamente il baricentro espressivo del Diaframma-sound. Correva il fatidico – in senso orwelliano – 1984, Siberia era alle porte e sarà album di una bellezza clamorosa, segnatamente new wave eppure già portatore di quel romanticismo insano, neosensibilista se ci passate il termine, che diverrà eclatante nel successivo Tre volte lacrime (1986) e soverchiante in Boxe (1988), già atto finale di quei primi Diaframma che diverranno di lì in avanti in pratica l’alibi rock del cantautore Fiumani, unico membro fondatore superstite.

Spartiacque

Il buon Federico Fiumani si mise quindi al timone di una band cucita addosso alle proprie ossessioni. L’ep Gennaio (1989) rappresenterà in questo senso lo spartiacque e il nastro di ri-partenza di un peregrinare accanito, fervido e sprezzante. Un perpetuarsi incontenibile che non conosce ragione né misura, nudità punk che ostenta la banalità della perversione come radice di un fusto romantico, quotidiano e disallineato, appassionato sia nel delirio che nel raziocinio.

Nutrendo tutto ciò d’un amore bicefalo per gli scellerati eroi del punk-rock come Tom Verlaine e i Damned da un alto, e i capostipiti della genìa cantautorale come Tenco, De André, De Gregori e Paolo Conte dall’altro. Non poteva che derivarne un equilibrio instabile che fin dall’inizio rende mossa l’immagine poetica dei Diaframma, condannandola ad una indefinitezza vibrante, certo meno spendibile di quella al contrario sì complessa ma ben articolata dei Litfiba. I quali presto tuttavia – e infatti – si concentreranno più sul raccolto che non sulla semina (solo un anno dopo vedrà la luce il famigerato El Diablo), banalizzando quella complessità in un turgore innodico dagli esiti spesso – ahiloro – caricaturali .

Proprio quella difficoltà a mettersi a fuoco, in definitiva, potrebbe aver “salvato” i Diaframma dal successo. Preservandone l’ingenuità feroce, la farneticante generosità. Che è consapevole dei propri sostanziosi difetti così come della capacità di librarsi sopra la media: torniamo a Gennaio, a quel video che è come il punk fatto di materia onirica e celluloide (che sono forse la stessa cosa). A quella Firenze livida, sconcertata e partecipe assieme, amata e osteggiata, attraversata come un fulmine male in arnese ma ferocemente determinato dal protagonista che urla farneticazioni lucidissime. L’equilibrio è, sì, instabile. Ma siamo qui ancora ad emozionarci ascoltandoli, ripensando a ciò che erano e assistendo ad un perpetuarsi forse sconveniente ma vivo. Trattandosi di rock, italiano ed in italiano, è la risposta esatta al desiderio che lo muove. E’ molto. E’ quel che conta.

 

Discografia essenziale

 

Siberia (IRA, 1984)

È paradossale, a dirla tutta, ritrovarsi a tentare di storicizzare dischi come Siberia. Quel genere di dischi nati in una temperie culturale ormai mitizzata dal passare del tempo, ma originariamente restia al superamento del proprio presente, fata di urgenza e immediatezza, figlia incestuosa di quel no future che faceva molto punk 77 e che invece non solo l’ha superata la prova del tempo, ma quasi non sembra nemmeno accusarne lo scorrere. Siberia, terra lontana. Arida, ghiacciata, invivibile. Molto più ad oriente di quanto concepissero anche i CCCP. Quanto ne potessero sapere quattro ragazzotti fiorentini ad inizio ’80 non è dato sapere, a parte quanto ne lessero in un racconto di Checov. È dato sapere però quanto l’inspiegabile (e purtroppo quasi irripetibile) alchimia tra i quattro ha trasmesso in una manciata di canzoni cresciute sul filo del rasoio post-punk, innervato da nervosismo esistenziale e disagio giovanile – oggi, quasi incomprensibile a giudicare da quanto vitale ci appaia la Firenze dei primi 80s –, ribellismo provinciale e struggimento interiore, condito da un minimalismo strumentale in b/n come d’ordinanza e scolpito nel cuore di chiunque vi si sia approcciato. Non crediamo di commettere un errore parlando di Siberia come del primo capolavoro di wave “originaria” in italiano. Derivativo quanto si vuole dai modelli anglosassoni, ma notevole per almeno un paio di ragioni. Innanzitutto, per quel suo uso della lingua italiana vergata, anzi piegata ai voleri di una musica aspra, tesa e tenebrosa, quasi a-melodica com’era quella del coevo fenomeno d’oltremanica. Poi, il senso di innegabile romanticismo, lirico, sofferente, iper-sensibile che trainava già verso le pieghe future dell’esperienza Diaframma e insieme del “nuovo rock italiano”. Neogrigio, Siberia, Amsterdam, Specchi D’Acqua sono perle di quell’irrinunciabile rosario wave che costituisce l’esordio dei Diaframma. E che andrebbero insegnate nelle scuole. (8.5/10)

Tre Volte Lacrime (IRA, 1986)

Dopo Siberia i Diaframma scontano la difficoltà di dover gestire una grandezza riconosciuta loro da un circuito “alternativo” sì vivace e battagliero ma ancora troppo asfittico per garantire loro solidità economica. A Firenze si usa dire: “senza lilleri, ‘un si lallera”. Così i due fratelli Chicchi non ci stanno, mollano la presa sostituiti da Leo Braccini (basso) e Sandro Raimondi (già batterista per gli Alcool). La difficile prova del sophomore partorisce Tre volte lacrime, a ben vedere il primo lavoro dei Diaframma assieme a Sassolini, dato che in Siberia il cantante di Figline arrivò quando i pezzi erano già pronti, concepiti all’insegna della cappa iancurtisiana tanto cara a Vannini. Non a caso Fiumani dichiarò in questo periodo che sentiva di aver trovato in Miro la “propria” voce, ciò che lo faceva sentire libero di esprimere pienamente se stesso. Ecco quindi lo scarto dalla wave brumosa e sferzante del predecessore per abbracciare questo cantautorato irrequieto, scosso sì di sussulti punk e nervosismo wave, però votato ad un tenace intimismo emotivo. Una sorta di implosione biografica messa subito in chiaro da Tre volte lacrime, col suo riffettino scorticato e gli arpeggi dolciastri, un velo di synth sullo sfondo, malanimo espettorato con fierezza indolenzita, e quei versi come sentenze esistenziali inappellabili: “La mia malattia ha/un volto perfetto e un corpo da sogno. La mia ossessione/affila le armi dove io non arrivo“. Il ponte tra wave e cantautorato pop è gettato con una tracotanza disarmante, ed è subito il segno di quanto Fiumani intenda il suo songwriting ormai in chiave biografico/emotiva, come conferma la soffice mestizia di Falso amore o la ballata a dire il vero prevedibile di Oceano. Incalzano tuttavia retaggi punk nell’arrembante Hypocrates e nella nichilista Libra (col sound multilama delle chitarre), anche se il procedere poetico in entrambe sembra muoversi su un diverso piano di complessità, un po’ quello che accade in Spazi immensi (tra epos e nevrastenia generazionale) o Autoritratto (tra l’Eno post-Roxy e i primi Ultravox). Se Io ho in mente te è una rilettura che confessa burlando la natura ossessiva della poetica-Diaframma, Marisa Allasio (dedicata all’attrice amatissima da Sassolini) tocca l’apice compositivo del periodo con la sua ebbrezza jazzy strigliata da una frenesia asciutta, il lirismo trafelato del sax e Miro che sembra esaltarsi a fare il nipote post-punk degli Area. Un disco splendidamente anomalo, imperfetto come una transizione, folgorante come uno squarcio tra diversi modi di essere ed esprimere. (8.0/10)

Boxe (Diaframma Records, 1988)

Terzo disco per il gruppo che di lì a poco si sarebbe sciolto e ricomposto sulle spalle di Fiumani. Boxe è un lavoro che prende le mosse dal post-punk e se ne discosta in maniera nuova per quel 1988 così fine-di-un-epoca anche per il nostro amato/odiato Bel Paese, trasfigurando il suono derivato dalle esperienze inglesi in un cantautorato rock-punk personale e definitivo. Ultima comparsata per Sassolini che canta quasi tutte le canzoni in modo apocalittico, come se già sapesse della svolta imminente. Fra le tracce ci sono dei classici: il punk di Adoro guardarti e L’altra parte di me, il rock in uptempo di Blu Petrolio, Marta e Godi amore, le lamentazioni wave di Dottoressa, quella ballad perfetta che è Boxe e per finire il primo pezzo cantato dal solo Fiumani: Caldo, un classico della canzone italiana tout court per chi scrive, con quei versi rivolti all’amata, quegli “umanissimi ombrelloni” e le facce degli amici “da ricchi premi e cotillons” mescolati con le fabbriche chiuse di un ipotetico agosto ancor oggi attualissimo, fatto di amori, desideri e dura realtà. Boxe è la fine e l’inizio, divide da sempre i fan (che non lo hanno mai premiato: il disco ha infatti venduto poche copie) e i critici (che in quegli anni non erano pronti per quella svolta così brusca), ma di fatto è uno dei dischi più importanti sia della discografia dei Diaframma, sia della musica italiana. Il cosiddetto classico underground. (7.5/10)

Gennaio Ep (Diaframma Records, 1989)

E Fiumani prese in mano le redini. Oppure, secondo i punti di vista, lasciò che tutto sfuggisse di mano. Partito Sassolini, dei Diaframma originali rimase soltanto lui (ad accompagnarlo due strumentisti validi ma – come dire – d’occasione come Massimo Bandinelli al basso e Fabio Provazza alla batteria), perciò stabilì d’essere lui stesso i Diaframma. Come se fosse sempre stato così: nient’altro che un formidabile equivoco new wave in attesa di far sbocciare la vena tra cantautorato e punk dell’inquieto Federico. L’usuale approccio feticista, l’oggetto-disco come artefatto alieno nel parafernalia consumistico: 3000 copie in vinile nero o trasparente. Soprattutto, una scossa nelle quattro canzoni di questo EP, un’energia fin lì trattenuta e affamata di strada, di orecchie e subbuglio, di sguardo di sbieco e pensieri smodati. Fiumani compie un gesto solo apparentemente presuntuoso: sembra del tutto cosciente dei propri limiti, sa di non avere mezzi né impostazione vocale all’altezza, sa che come produttore è ad esser buoni approssimativo, eppure si mette in gioco, si getta nella mischia sventolando piglio da bohémienne selvatico. Outsider dal ciuffo fin dentro al midollo, in Gloria canta “sento negli altri una lucidità sul da farsi che mi da da pensare“, intanto che sciorina bradicardica tensione lunga una sdegnosa, lucida invettiva. Consuma i rimasugli Joy Division nella turbolenta Voce che chiami, sminuzzando irrequietezza Bauhaus ad alzo zero (“attacca il mondo o sarà il mondo a farlo“). Fa implodere la poesia allo stadio biografico nella grazia ferita di L’amore segue i passi di un cane vagabondo, ballata semiacustica come un Lucio Dalla scorticato d’urgenza a pronta presa. E ovviamente Gennaio, sequenze cinematiche su un piano inclinato febbricitante (il relativo video ne è straordinario pendent a basso budget), attrito esistenziale e foga immaginifica, “tu non stare in pensiero/ è solo un finto cuore“. Tutto così malfermo, abborracciato, persino improbabile: in una parola, formidabile. (8.0/10)

In perfetta solitudine (Ricordi, 1990)

Dopo la botta di cattiveria con l’EP Gennaio, le major si accorgono che Fiumani ha un potenziale solista. La Ricordi mette le mani sulla sua creatività e grazie all’appoggio di Vince Tempera – che produce il disco – esce questo primo full dopo gli anni con Sassolini & Co. Un disco di svolta, totalmente pensato, scritto e arrangiato in solitaria, che contiene delle bombe classiche del repertorio del cantante fiorentino. La titletrack con i riferimenti filmici, il rock-wave di Vai, la stupenda dichiarazione d’amore urlata in Io amo lei, che dopo più di vent’anni risulta essere ancora freschissima (dateci un’ascoltata a questa ballad cruda e scarna, a quei versi intimi e nel contempo classici: ‘Io amo lei, non gli altri uomini che ha avuto’), Beato Me è il racconto di una redenzione post-fattanza di eroina, atmosfere che chiudono i conti con le storie di centinaia di amici persi dietro la tossicodipendenza (‘splendido quel giorno in cui hai lasciato per sempre l’ombra di una siringa’), I giovani è la Fiumani-essenza, il non appartenere alle categorie a prescindere, Brutto orso la storia vibrante del pugile Sonny costretto a sottomettersi al volere della mafia del gioco. Tra le altre spiccano la ballad classic rock Diamante Grezzo, le incazzature con humour di Irriconoscente e per chiudere in ascesa Verde: l’apice di una carriera che nella lovesong punk ha momenti di poeticità senza tempo. Snobbato dal management (che non lo promuove a sufficienza), questo disco ci fa capire come Fiumani al tempo fosse una delle colonne del cantautorato indie italico. Da avere. (7.5/10)

Anni luce (Abraxas, 1992)

Una recensione di questo disco è difficile da fare per chi scrive. Anni luce è infatti il primo disco dei Diaframma che ho acquistato. In vinile, in un negozio di dischi usati. Dev’essere stato il 1997, e probabilmente il formato old school di quest’opera di Fiumani non se lo filavano più in molti, dato che alla Crash Records in via Squarcione a Padova ce n’era sempre più di una copia usata a un prezzo superpolitico, intorno alle 10 mila lire. Lo prendo, e la copertina che fa il verso al Dylan di The Freewheelin’ mi dice già che Federico ha in testa tutto un discorso sul cantautorato folk mai espresso finora, che in queste 11 tracce esprime e va a declinare per la maggior parte come una sequenza di canzoni d’amore. Lo ascolto dall’inizio alla fine troppe volte e non capisco come possa essere venuto fuori un alieno del genere da Firenze. La raccolta presenta pezzi lievi (Palla di burro), gioiellini minori (il rock di Un’altra volta), quella leggerezza che segna, un pop folk che parla di un sè collettivo, sensazioni che sarebbero servite a sorvolare con il sorriso la difficile fine secolo così imminente (Ridendo), un microcosmo fatto di semplicità (“Le cose in cui credevo io son le stesse da una vita” dal rockettino de L’odore delle rose), storie punk-provinciali (Le Alpi, Nel tuo mondo) che hanno influenzato molta della letteratura giovane di quegli anni (Brizzi & Co.) e non vuole dire che sole e positività. Sì, un lavoro che esce dopo le paludi riflessive di In perfetta solitudine e parla con una scanzonata voglia di suonare, un diario di qualche amore isolazionista ma chiaro e definito (l’apice nel folk-wave-decantato in La mia vita con una dea), una luce bianca dopo la tempesta che riporta Fiumani su un binario propositivo e benaugurante. (7.5/10)

Confidenziale (Abraxas, 1994)

Un disco come una confessione nel sonno o nell’ebbrezza, quello che Fiumani è o vorrebbe ma non può/non sa. Il cantautore indomito e frustrato, quello che ha bisogno di un alibi punk-rock chiamato casomai Diaframma. Ma è comunque il primo disco a nome Federico Fiumani, il repertorio della band riletto chitarra acustica e voce dal vivo, dimensione fragrante e incerta, malferma, vulnerabile. Depotenziato l’impatto, messa a nudo la forza, branditi i limiti come un’arma. Quello che per altri sarebbe una pista vocale buona per un demo, qui assume fragranza estemporanea, frutto di urgenza gettato oltre l’ostacolo. Eppure reinventa i propri ambiti e riesce a brancolare in piedi cogliendo il senso dell’irrequietezza dentro di sé: Tre volte lacrime mantiene un equilibrio sommesso, Oceano guadagna in ruvidità, Boxe coglie la fragilità che forse mancava alla versione originale, mentre di contro Elena esce malconcia dalle difficoltà canore. Ovvio che pezzi come Caldo, L’Amore Segue i Passi di un cane vagabondo, I giovani e Gennaio avevano già nel DNA la sobrietà disarmante che qui coglie l’acme. Da sottolineare le sentite cover della lennoniana Love e di Tu Parlavi Una Lingua Meravigliosa a firma Roversi/Dalla (da Anidride Solforosa del 1975), tanto per arricchire uno stradario emotivo più stratificato di quanto non fosse lecito credere. (7.0/10)

Il futuro sorride a quelli come noi (Self, 2001)

Dopo un tentativo di reunion con Sassolini abortito nel ’98 (i demo finiranno nell’anomalo semiantologico Sassolini sul fondo del fiume, 2002) a sigillare quei Novanta certo fruttuosi ma talvolta confusi, gli splendidi anni Zero dei Diaframma guidati dall’ormai quarantenne Fiumani ripartono con intatta tracotanza e fierezza outsider. Il futuro sorride a quelli come noi lo vede infatti al solito grintoso, sferzante e appassionato, però mosso da una disinvoltura nuova, un accettarsi come guru ai margini del cono di luce, un metaforico dito medio alzato al sistema (‘non siamo ancora pronti per addomesticarci/sebbene c’è chi dice sì‘) e cogliere i frutti dell’ispirazione man mano che cadono. L’estro punk che cova nella brace cantautorale (Movimento, La rivolta) è la sintesi di un estro che prima molla le redini (la title track, Donna guru) ma soprattutto si dimostra quanto mai a suo agio con le ballate (Canzone brutta, la splendida I figli sopravvivono, la struggente rilettura di Un giorno balordo), conservando la capacità di guardare agli Ottanta come una cornucopia di visioni rutilanti (i Gun Club via Soft Boys de L’intensità della vita, una Siberia n°2 che ammicca le caleidoscopiche frenesie Teardrop Explodes). Elementi di novità sono ravvisabili nelle vibrazioni pop (pur sempre solcato da una vena malsana) de Il telefono e una Telenovela che coi suoi multiformi rimandi ai Seventies post-prog-psych-glam sembra dissodare il terreno di coltura del Paolo Benvegnù solista. Disco da vedere come capostipite di una fase di raccolto che ha regalato titoli a cadenza regolare e mai meno che dignitosi – I giorni dell’ira (2002), Volume 13 (2004), Passato, presente (2005), Camminando sul lato selvaggio (2007), Difficile da trovare (2009) – e che va considerata ancora in corso come dimostra il nuovo, eccellente Niente di serio. (7.5/10)

Dal plettro alla penna – I libri di Fiumani

Come già molti nella storia del rock anche nostrano, Fiumani ha trovato ispirazione e tempo per aggiungere libri alle numerose canzoni della sua nutrita discografia: due raccolte poetiche negli anni ’80 (Neogrigio,1983, e Quaranta poesie, 1985) un altro paio all’inizio dei ’90 (L’orologio biologico, 1991, e Confidenziale, 1993) più la silloge Poesie rock (2011) compresa nel volume Odio Springsteen e gli U2 – Poesie 1983-2011 apparso quest’anno, che raccoglie anche le precedenti.

Alla bibliografia poetica si affiancano Dov’eri tu nel ’77? (2006), misto di poesie e brani in prosa più o meno lunghi tra riflessioni, squarci lirici e memorie; la quasi-autobiografia per frammenti di Brindando coi demoni (2007) (che “sta al precedente come First Issue dei PIL stava a Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols, F.F.); e la raccolta integrale dei testi delle canzoni Diaframma track by track (2008), che comprendeva anche una breve – e utile, quando non illuminante – nota dell’autore a ogni testo (per es.: “All’epoca lessi un racconto di Checov che sicuramente mi ispirò. Parlavo di una Siberia interiore, del freddo e della solitudine dei miei vent’anni. È forse il mio testo più famoso e apprezzato. Mi descrissi attraverso una metafora e raggiunsi il cuore e la mente di migliaia di coetanei”Siberia).

Le date coincidono più o meno con i momenti di maggior successo della carriera di Fiumani (più che per una questione di creatività si direbbe che la cosa sia legata alla disponibilità maggiore degli editori, benché le edizioni del passato fossero piuttosto carbonare), e va dato merito a Coniglio Editore di aver colto per tempo il rinnovato interesse intorno all’autore.

L’insieme integra il ritratto già peculiare dell’artista che emerge dalle canzoni. Le prime due raccolte di versi, infatti, stilisticamente seguono le linee dei dischi contemporanei (e tra l’altro Grafico Deposit compariva già nel libro dell’85, Amsterdam – col vecchio titolo di Bananamoon – in quello dell’83, libro che includeva anche una Oceano che, come altre, in comune con la canzone ha solo il titolo) rivelando che la nota dicotomia tra il lirismo dell’era-Sassolini e lo stile più realistico-quotidiano successivo è tutt’altro che netta, visto che anche ai flash della prima produzione capitava di partire da dettagli concreti (i piatti ammassati / sono una linea sporca / senza né capo né coda, da Disordine), come non manca, ancora in Dov’eri…, la capacità di cogliere l’atmosfera, l’aria di un momento.

Pure la differenza esiste: Fiumani ne parla come di una separazione tra “due ere geologiche”, dovuta alla crisi (personale e del gruppo) attraversata nell’88, e a livello testuale lo testimonia la raccolta del ’91, che si apre con una poesia dal titolo Dopo anni seriosi, la quale di fatto ratifica il passaggio a quel peculiare stile dove si mescolano momenti tenchiani e ironia, confessioni spudorate e giudizi tranchant, particolari realistici al limite del crudo o del dimesso e aperture liriche memori dell’amato Leopardi, uno stile che nel tempo si accentua fino al punto che qua e là alcune delle poesie recenti poco si distinguono dai brani più brevi dei due libri in prosa – o delle note ai testi, anch’esse parte, insieme a quelli, di un’autobiografia costruita per accumulazione di tessere sparse.

I due libri di memorie, infatti, rinunciano a seguire un filone cronologico lineare (per dire, l’incontro con il primo nucleo dei Diaframma è raccontato verso la fine del secondo) preferendo andare per accostamenti, contrasti o casualità nel ripercorrere e mettere insieme i temi cari all’autore: le storie di Firenze negli anni ’80 con i suoi personaggi (e non mancano ovviamente le pagine dedicate a Pelù e agli altri protagonisti del tempo); i problemi coi discografici, sia negli anni “d’oro” che durante il silenzio e le difficoltà dei suoi anni ’90/primi ’00 (vedi Pirelli); il soverchiante tema delle donne, declinato sotto molteplici punti di vista (dai sentimenti ai bozzetti narrativi al dettaglio – squadernato per bene – della passione dell’autore per il sesso anale); l’angoscia delle domeniche; l’amore per Moravia; il trauma della perdita del padre; le preferenze musicali, senza troppi riguardi se c’è da esprimere giudizi non positivi sui colleghi (con un’eccezione: “dei Neon preferisco non parlare perché Marcello è un tipo che mi ha fatto e tuttora mi fa paura”), confessioni e riflessioni varie (“ho fatto molti dischi abbandonato dalla poesia”, per rimanere in argomento), dalle numerose pagine sul punk ai dettagli quotidiani minimi (la pioggia è invece tema riservato per lo più alle poesie).

“Un lucido osservatore”, come scrive Maroccolo nella postfazione a Dov’eri…, coerente pur nel vagare tra argomenti e registri, quasi-racconti e piccole massime, abile ed affascinante nel tratteggiare ritratti (d’ambiente, di donne, di compagni di strada, di momenti del giorno, di conoscenze occasionali) con una vivacità che, benché già rivelata – come detto – nelle canzoni, nella prosa trova spazio per dispiegarsi compiutamente.

C’è il rischio alla fine di sapere forse troppo, e la mancanza di filtri e/o remore (“La mediazione culturale tra ciò che penso e ciò che scrivo in questo libro è veramente minima”, da Brindando…) fa sì che, come nel passo già citato, qua e là la poesia lo abbandoni (occasionali frasi tanto lapidarie quanto non originalissime, o la cantonata sul “vero” pubblico di De André): ma rispetto alla forza con cui si viene coinvolti dal flusso di narrazioni e riflessioni e alla sincerità con cui vengono espresse è peccato davvero veniale. E se si vuole capire davvero il personaggio, queste belle pagine contano quanto i dischi.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare