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Dalle ombre del Belgio al mito della Factory. Michel Sordinia racconta i Names

Esistono gruppi che hanno fatto la storia, ma che la Storia ricorda solo a tratti. Serve tempo per approfondire, per allargare lo sguardo e uscire dai soliti nomi. Uno di questi è senza dubbio quello dei Names, riferimento imprescindibile della scena new wave e post-punk belga. Nati nel 1977 con un’altra formazione e il nome The Passengers, cambiarono presto identità – in modo quasi metalinguistico – diventando The Names, a causa di un’omonimia con una band britannica.

Nel 1979 pubblicano Spectators of Life, un EP uscito per la major WEA. È allora che lo storico produttore Martin Hannett – l’architetto del suono di Manchester – se ne innamora. Loro, che già sognavano la Factory, scelgono di abbandonare la major e unirsi alla scuderia dell’etichetta di Joy Division e Durutti Column. Hannett porta la loro musica verso territori ancora più rarefatti e atmosferici.

Swimming, il loro primo album, resta tuttora un capolavoro sofisticato della new wave. Da lì in poi, tra EP, scioglimenti, reunion e dischi pubblicati a distanza di decenni, la storia dei The Names continua a muoversi sotto traccia, ma con coerenza e profondità.

Oggi sono più attivi che mai: con un nuovo album, Encore, uscito a inizio 2025, e molti progetti in cantiere. Michel Sordinia – fondatore, bassista e cantante del gruppo – è una figura che non ha paura di interrogarsi su cosa siano stati i The Names, prima e oggi. Anche critico cinematografico, ha sviluppato un rapporto profondo con il linguaggio, e forse proprio per questo conosce il valore delle parole, e sa dosarle con cura.

Avete iniziato come The Passengers prima di diventare The Names. Cosa ti ha spinto a formare una band new wave? Come hai vissuto l’emergere di quest’ondata musicale rivoluzionaria?

Abbiamo cominciato come The Passengers alla fine del 1977. I primi concerti (tantissimi) arrivarono all’inizio del 1978. Non eravamo una band punk, ma fummo accolti dalla scena punk belga, che in quel periodo stava esplodendo (vedi quel libro uscito di recente…). Avevamo una giovane cantante bionda, e la gente ci chiamava “i Blondie belgi”… totalmente fuori luogo, ma bastò per farci suonare molto.

I Velvet Underground erano la nostra influenza principale, insieme a Richard Hell. Presto iniziammo a scrivere canzoni più elaborate, aggiungemmo le tastiere, e passai io alla voce. Ma ci chiamavamo ancora The Passengers, finché non spuntò una band inglese con lo stesso nome, presentata dal NME come “il futuro del rock’n’roll”.

Alla fine non furono il futuro di niente… ma noi avevamo già una base solida e un buon seguito come The Names. Il post-punk era – ed è ancora – il modo migliore per descrivere quello che facevamo. Anche se, in fondo, volevamo solo suonare con band che amavamo: Magazine, XTC, A Certain Ratio, Echo & The Bunnymen, Simple Minds… e così via. Entrare nella Factory Records fu sorprendente per molti (noi, dal piccolo Belgio!), ma a me sembrò naturale. Era l’etichetta giusta. E poi Martin Hannett si innamorò del nostro EP autoprodotto Spectators of Life (1979)… ed è lì che le cose diventarono davvero folli.

Sei un bassista, e adoro il tuo stile. Come hai vissuto l’arrivo dei sintetizzatori e della musica elettronica? Ti ha influenzato?

Grazie! In realtà, no. Non mi ha influenzato molto. Ci vedevamo come una rock’n’roll band, a tutti gli effetti. Continuavamo a usare strumenti veri, fisici. Solo di recente ci siamo davvero interessati all’elettronica, alle macchine, ai bassi sintetici… per un progetto molto speciale, in uscita questo autunno.

Mick Taylor
Mick Taylor

Sto scrivendo un articolo su Jack Bruce, uno dei miei bassisti preferiti. Quali sono stati i tuoi?

Wow, sarò curioso di leggerlo! Ho visto Jack Bruce dal vivo a Bruxelles nel 1975, con Mick Taylor! Lo ammiravo moltissimo, ma non potevo permettermi di lasciarmi influenzare da un virtuoso così. Le mie ispirazioni erano più accessibili – anche se parliamo comunque di giganti! La mia più grande influenza (ho iniziato a 14 anni) fu John Paul Jones dei Led Zeppelin. Ho imparato suonando sui dischi dei Led Zeppelin, dei Velvet Underground e degli Stooges. I muri della mia stanza se lo ricordano bene – tremano ancora a sentire Since I’ve Been Loving You e Down on the Street…

Il vostro EP Spectators of Life uscì con una major, la WEA. Poi Swimming, su Factory. Un passaggio quasi inverso rispetto al solito. Fu una scelta artistica o di visione?

Era una scelta d’amore, per quello che quelle etichette rappresentavano. Amavamo le band della Fiction (The Cure, The Passions) e quelle della Factory (Joy Division, The Durutti Column). Ma il fattore decisivo fu Martin Hannett. Amavo il suo suono da quando produsse Spiral Scratch dei Buzzcocks. Quando disse che voleva lavorare con noi, non c’erano più dubbi. Factory era la nostra casa. E poi mi piaceva il loro approccio totale, la connessione tra musica e arte visiva. Era una visione.

Martin Hannett: leggendario, geniale, ma anche complicato. Che ricordi hai di lui? Ho letto del lavoro che fece sulle chitarre di Light e che era un vostro fan

Sì, ho sentito dire che Martin era un tipo difficile con cui lavorare, ma con noi non è mai stato così. Abbiamo registrato tre singoli/EP e un album con lui, ed è sempre stato divertente e gentile, visibilmente entusiasta del processo e pieno di idee. Accoglieva anche le nostre idee più folli, come usare suoni d’acqua al posto dei silenzi tra le tracce di Swimming, o usare lo xilofono giocattolo di Marc per Nightshift.

Martin era allo stesso tempo direttivo e molto aperto durante la registrazione. Tra le sue idee più interessanti c’era l’uso di diversi amplificatori collegati insieme per ottenere il suono enorme della chitarra in Light, oppure il fatto che registrasse le tastiere per poi farle passare in un amplificatore e registrare di nuovo quel suono, o ancora il momento in cui decise di uscire dallo studio per andare in una casa lì vicino a registrare la mia voce dalla scala del primo piano, per via di una particolare risonanza naturale che c’era proprio lì…

La fase del mix era il suo regno. Ma noi abbracciavamo la sua visione. Nessun rimpianto. Lavorare agli Strawberry Studios fu un sogno. E Martin venne perfino a Bruxelles per registrare The Astronaut. Ci consideravamo amici.

Parlando di Strawberry Studios… era lo studio dei 10cc, ma anche un simbolo di pop sofisticato. C’è un’anima “barocca” nel vostro modo di comporre. Ti riconosci in quel tipo di pop?

Non sapevo che saremmo finiti lì per registrare Nightshift. E poi entro e trovo sulle pareti i dischi d’oro dei 10cc. Uno in particolare – I’m Not In Love – mi fece pensare: “Cazzo. Sto per registrare dove è nato quel capolavoro!” (in francese: Putain!).

I 10cc non erano un’influenza diretta, ma li ammiravo molto. Ho sempre avuto dentro di me una vena melodica, pop. A volte mi autocensuravo se una melodia mi sembrava “troppo facile”… Ma creare melodie orecchiabili mi viene naturale.

Martin Hannett
Martin Hannett

Il vostro EP The Astronaut uscì con Les Disques du Crépuscule, etichetta che promuoveva un suono d’avanguardia vicino alla Factory, ma che pubblicò anche dischi di artisti come Michael Nyman, Gavin Bryars, Wim Mertens. Avete mai avuto contatti con loro? E che ricordo hai di Michel Duval e Annik Honoré?

Fu tutto molto naturale. Michel e Annik gestivano sia Crépuscule che Factory Benelux, quindi era tutto intrecciato. Abbiamo fatto tour e compilation con altri artisti delle due etichette – anche con Wim Mertens. Conoscevo Michael Nyman grazie alla mia amicizia con Peter Greenaway. Michel Duval era instancabile, efficiente, sempre pronto a nuove idee. Annik… era il cuore di tutto. Portava fisicamente i master avanti e indietro da Manchester a Bruxelles. Ed era una persona splendida, dentro e fuori. Perderla a 57 anni è stato un dolore immenso. Ci manca ancora.

I The Names hanno vissuto alti e bassi, anche per motivi pratici. Come avete gestito il rapporto tra arte e vita? E oggi, con Encore, cosa è cambiato?

C’era meno tensione che accettazione di ciò che era possibile e di ciò che non lo era. La fiamma non ha mai smesso di bruciare, da qualche parte in noi e tra di noi, e oggi la portiamo alta, io e Marc. Con la nuova etichetta (Spleen+, collegata ad Alfa Matrix), tutto è di nuovo possibile. E farò in modo che resti così. Ci sono moltissimi progetti in corso. Alcuni in uscita a breve, altri saranno (grandi) sorprese. Ora è di nuovo puro piacere, come quando eravamo giovani e belli.

Jack Bruce
Jack Bruce

Sei anche un critico cinematografico. Quali epoche ami di più? E quanto il cinema ha influenzato i The Names?

Sono innamorato del muto (slapstick, horror, espressionismo tedesco), del noir anni ’40 e ’50 (che ha ispirato canzoni come Shanghai Gesture e Leave Her to Heaven), della commedia sociale italiana anni ’60, e del cinema giapponese (Ozu, Mizoguchi, Kurosawa, Oshima – ho scritto un libro con lui). Amo Lynch, Cronenberg, il primo Tim Burton. E ovviamente King Kong e Godzilla, i miei mostri del cuore.

Tra i miei film preferiti: Vertigo,The Searchers, L’Atalante, Aguirre, King Kong, Night of the Living Dead. Di recente: Joker, Chien de la casse, Trois Amies.

Quali scene contemporanee ti sembrano ancora vive? Ci sono artisti recenti che segui con interesse?

Domanda difficile. Non mi sento coinvolto dalle tendenze principali – né il rap né la maggior parte dell’elettronica mi toccano davvero, anche se ne riconosco l’importanza. Ascolto ancora molta musica “vecchia”, o artisti del passato che fanno cose nuove – come i Cure o Brian Eno. Ultimamente… ascolto molta opera. In particolare Puccini (che, tra l’altro, morì a Bruxelles…).

Scrivi i testi dei The Names. Hai mai pensato alla narrativa?

Non davvero. Sono più attratto dalla petite forme, e dal far cantare le parole. Sto finendo un progetto in francese: venti canzoni, tutte scritte in questa lingua. Per me è la prima volta. Un’esperienza liberatoria.

Con il progetto jazz avete registrato l’album Night Shift e altri brani, come Virus, che suonano più sintetici. Con il progetto Jazz, avete toccato suoni più elettronici. Avete mai pensato a remix o versioni “da dancefloor”? Alcune vostre tracce si presterebbero benissimo

Il tuo intuito è giusto. I remix sono sicuramente una buona idea. Anzi, un’ottima idea. E lo è anche ballare! Ho cambiato opinione su questo. Immagina che nei primi anni ’80, alla Factory, odiavo gli Happy Mondays solo perché facevano ballare la gente… Stupido io! Oggi, invece, abbiamo già… 16 remix pronti. Ne saprete di più tra tre mesi.

So che Monsters Next Door non ti ha mai convinto del tutto. Poi è arrivato Stranger Than You, un doppio album più atmosferico e riuscito. Che rapporto hai con quei due dischi?

Amo Monsters Next Door, ma è vero che ci furono troppi compromessi per accontentare tutti. Avrei voluto qualcosa di più radicale, più tagliente, più pericoloso (come in Flesh Wounds). Stranger Than You, invece, è molto più vicino a ciò che volevo: atmosferico, ma anche diretto, con suoni che richiamano quelli di Martin agli Strawberry Studios. Credo che alcuni dei miei testi migliori siano lì. Li ho scritti quasi tutti a Berlino, in un momento difficile. Alcuni, sinceramente, mi hanno salvato la vita. La musica può essere terapeutica…

Siete tornati con un nuovo album bellissimo, pieno di canzoni intense e ben costruite. Come descriveresti Encore a qualcuno che non lo ha ancora ascoltato?

Direi che è l’album che volevamo fare. Punto. Nessun compromesso, nessuna aspettativa esterna. Solo noi, autentici, oggi. La nostra etichetta ci ha lasciato liberi, e questo ha fatto la differenza. Il prossimo sarà ancora più sperimentale. Stiamo già giocando con nuove idee e nuovi complici…

Encore è un album più sperimentale rispetto ai vostri precedenti. Al centro rimane comunque un songwriting solido. Che territori musicali ti piacerebbe esplorare nei prossimi anni?

Oh, fantastico! È proprio come lo sento anch’io, e come sento ciò che verrà in futuro! Ci saranno molti progetti con la band, incluso un’avventura in cui riprenderemo canzoni che io e Marc ascoltavamo a 12–13 anni (l’età chiave per formare il proprio gusto musicale — e non solo). Sto anche sviluppando un altro progetto parallelo (in inglese), al di fuori della band. Ma ovviamente ci saranno i The Names invitati a suonare in alcune tracce…

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