Love To Hear You Baby: The Ladies Of Rhythm
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Carlo Affatigato
- 10 Luglio 2012
Intro
È proprio vero, la reale importanza delle cose la si capisce solo quando le si perde. E la recente scomparsa di Donna Summer non è solo un pezzo del nostro amore per la bellezza che scopre il vuoto, ma anche l’occasione per riflettere su quanto importante sia stata la figura della donna nei corsi e ricorsi dance da quarant’anni a questa parte. Perché la donna è armonia, eleganza, stile. È il pepe che da solo può far svoltare un pezzo. È la testa d’ariete per far presa sul pubblico più ampio, il modo più efficace per abbattere le barriere all’ingresso nella fruibilità di una canzone. Qualsiasi producer che ambisca a raggiungere il successo della platea lo sa, avere la giusta voce femminile accanto è un asso della manica di formidabile efficacia.
Quella della diva è una figura trasversale che nella storia ha toccato diversi generi, stili ed energie. Interi filoni dance hanno eretto un monumento alla centralità del vocalizzo femminile, ma anche quei generi che per propria natura sono più lontani dalla gentilezza di un cantato femminile (vedi la techno) hanno avuto in realtà i loro apici di successo grazie alla figura della donna vocalist. E allora facciamo insieme questo viaggio emozionato e nostalgico lungo le tracce che han segnato la storia della dance, seguendo il filo conduttore del cantato offerto dal gentil sesso. Player alla mano, vedremo i tanti modi in cui l’evoluzione dance ha fatto risaltare l’importanza della donna. E attenzione, perché scorrendo le tracce che han segnato anche la nostra storia personale, il rischio è che scappi anche la lacrimuccia.
Good Times: disco seduction
Se parliamo di figure femminili dance, non si può non cominciare da quella che per eccellenza è stato il filone estetico fondato sul ruolo delle divas, dunque la disco. Lungo tutti i 70s la disco music ha fatto della cantante femminile il suo perno cardine, proprio per quel carattere che la donna portava al genere: disco significava divertimento, svago e spensieratezza, la distrazione dalla quotidianità che non cercava (ancora) ossessioni o alienazioni, ma che puntava semplicemente alla riconciliazione collettiva. La donna allora diventa l’immagine estrosa su cui puntare, sempre luccicante e gioiosa, sorridente e mai distaccata, simbolo di quanto anche la musica prodotta voleva essere coinvolgente, allettante e, in fondo, facile da amare.
Got To Be Real, dunque, e una Cheryl Lynn dalla voce morbida e sinuosa che fa di tutto per accarezzarti e coinvolgerti in una delle hit disco più famose di sempre. Ma anche l’energia frizzante della Diana Ross di I’m Coming Out che ti chiama dalla pista, o gli Chic nello stato di grazia di Good Times e Le Freak, con le voci di Luci Martin e Alfa Anderson a dare compiutezza a un suono altrimenti insoluto. La donna e l’energia dei brani sono un tutt’uno, e conti alla mano una voce forte e graffiante basta da sola a fare la hit, come nel caso di Thema Houston e della cover di Don’t Leave Me This Way, identica alla versione di Harold Melvin & The Blue Notes ma innegabilmente con una marcia in più.
La storia prevede anche i passaggi obbligati su Vicki Sue Robinson (Turn The Beat Around), A Taste Of Honey (Boogie Oogie Oogie), Anita Ward (Ring My Bell) e ovviamente Blondie, col sempreverde acuto di Heart Of Glass. Ma due sono le fuoriclasse del filone. Una è Gloria Gaynor, che di quell’energia era la quintessenza: due pezzi letteralmente immortali come I Will Survive e Never Can Say Goodbye, la forza di un’impronta vocale determinata che punta l’obiettivo (cioè tu) senza distrazioni o temporeggiamenti, rappresentano il volto più lucido e convinto di quell’estetica, e proprio per questo anche l’oggetto delle caricature più ciniche. L’altra ovviamente è Donna Summer, ossia l’abbandono senza freni al virtuosismo, al contatto sensoriale. In pratica al sesso. Dietro c’era Giorgio Moroder a tirare le fila, ma l’interprete ha avuto i suoi eccellenti meriti nel dar vita all’immagine più hot dei 70s: tre botte da panico, una Hot Stuff che era puro invito alla trasgressione e al godimento, la Love To Love You Baby che esplicita il gioco in un tripudio di versi orgasmici e la meravigliosa I Feel Love, sfondo sintetico vivacissimo e linea vocale dal languore ineguagliabile, la resa definitiva a lasciarsi scivolare tra le curve sonore più amate del decennio. L’icona delle dive a seguire è servita.
L’era disco è stata apice e metro di continuo paragone con tutto ciò che è venuto a seguire, e in tanti modi i volti dance han voluto confrontarsi, scontrarsi e rivaleggiare con quell’immagine, passando dagli omaggi sinceri ai metodi più dissacranti. Ancora oggi persiste un modo di far musica dance devoto a quel tipo di sentire, con frutti più o meno saporiti come i Tiger & Woods di Don’t Hesitate, gli Scissor Sisters di I Don’t Feel Like Dancing o gli Alcazar di Crying At The Discoteque. Eppure l’aspetto più interessante è stato osservare come le generazioni successive siano andate passando costantemente dalla vicinanza alla repulsione verso quel mondo: come stiamo per vedere, il senso della competizione delle dive post-disco è stato ben agguerrito.
Something Unreal: raves & peripheries
Fai un salto nel tempo che attraversa una decade, ed è già cambiato tutto. Nei ’90 impazza la furia degli elementi, l’eco dei rave assorda l’aria coi breakbeat acidi di jungle e d’n’b e l’intenzione distruttiva è lampante: siamo agli ultimi strascichi di vero futurismo, l’ossessione per il progresso assume i connotati di una decostruzione della forma e l’accelerazione incontrollata rade al suolo il pattern ritmico canonico. Piacevolezza, svago, armonia? Al diavolo. L’ardkore è furore per le masse e ha la precisa intenzione di travolgere tutto. Comprese le voci femminili, che rappresentano un’occasione d’oro per sotterrare lo storicismo: il vocalizzo così diventa sample, estratto, gettato nella mischia e rielaborato in una pletora di distorsioni, allungamenti e slabrature in ecstasy. Ecco quindi che il campione allucinato diventa il simbolo della meteora acid, sopravvivendo ancora oggi nelle varie produzioni tech-house, dubstep e dnb.
All’inizio il campionamento era il pretesto perfetto per creare sound di rottura: Nightmares On Wax nel 1990 tira fuori uno dei sample isterici più imitati dalla scena rave, Aftermath con quel “there’s something unree-ee-eeal” che diventa spirale di follia mentale su una colata di bassi LFO potenziati e sincopi pre-jungle. C’era un certo senso di rispetto per l’immagine diva classica, che conduceva a citazioni eccellenti e cover in breakbeat. Tra gli omaggi più in vista c’è il ritorno di Donna Summer, nella I Feel Love ripresa da Messiah, Jill Francis, con la versione incendiaria di Make Love To Me di Lewi & Chopper, Angie Brown, insieme ai Bizarre Inc. nelle due top chart hits I’m Gonna Get You e Took My Love, ma anche la versione al femminile di Everybody’s Got To Learn Sometime dei Korgis virata acid da N.R.G.
Tutto come previsto e facilmente apprezzabile da tutti. Se non fosse che a un tratto arriva la vena dissacrante e la cosa si trasforma nell’hysteria della seconda ondata rave, dove la voce viene caricata di elio per simulare l’allucinazione MDMA, partorendo quel tappeto di hit underground che ha rappresentato la pietra angolare delle estati ‘ardkore: questa la frenesia che ha partorito i pezzi più amati nel segno della distorsione vocale, la Velocity Funk di E-Dancer/Kevin Saunderson (il malessere dell’E-sound martellato nella Detroit nera), You Got To Slow Down di Tek 9 (l’apoteosi dell’estetica cartoonized), My Mind di Noise Factory (l’inno per le notti lunghe 20 ore), giusto per fare solo pochissimi esempi.
Non solo campioni e dive virtuali, però: le donne in carne ed ossa c’erano anche in piena moda jungle e han provveduto a produrre alcuni dei pezzi più duraturi degli hard nineties: Baby D nel 1994 pubblica Let Me Be Your Fantasy, il capolavoro jungle eclettico al punto giusto per il pubblico ad ampio raggio, un meraviglioso assetto soul-r’n’b da classifica (infatti è #1 UK per due settimane), il breakbeat formalmente perfetto e refrain analogico da cardiopalma. Ancora più soulful melody è Sweet Love di M-Beat e Nazlyn, il black soul intrecciato ad arte nel tessuto jungle, mentre quello di Ursula Rucker su Loveless dei 4 Hero lo ricordiamo come un efficace stream of consciousness sul breakbeat intelligente. A farne una questione di gusto, invece, è uno dei personaggi femminili più duraturi del continuum, Diane Charlemagne, quando con una besta come Goldie tira fuori una collezione di pezzi intelligent-d’n’b dalla fortissima presa mentale quali What You Won’t Do For Love (impronta jazz infallibile), Believe (that’s chill emotion) e ovviamente Inner City Life, una ferita disperata e senza punti fermi su spazi alieni da vertigine.
Impossibile completare il quadro in questa sede. Il vocalizzo è stato uno dei fili conduttori più affascinanti ed estranianti dell’era rave, ma la cosa più curiosa è che tutto questo accadeva mentre, poco più in là, altri attori stavano (ri)costruendo i grandi fasti dell’immagine delle dive…
Magic summers: an eurodance odyssey
Siam sempre nei ’90, parallelamente al rave sound ma esteticamente agli antipodi: l’ondata eurodance invade le radio col suo carattere spigliato (diciamo pure sfacciato) e la sua attitudine “commerciale” (così chiamiamo proprio la zona dance che deriva da quello stile). E di nuovo il ruolo del cantante, quasi sempre femminile, torna ad essere il perno su cui tutto gira. In quanto pop-dance al cubo, la parte vocale è protagonista e artefice del sound, lo sforzo di produzione qui non si concentra su strutture sintetiche, ritmi o velocità, ma sulla realizzazione dell’hook infallibile, del What Is Love indimenticato (in questo caso anche le voci maschili han dato soddisfazioni, Haddaway è solo un esempio). Qui si gioca a carte scoperte: l’obiettivo è marchiare a fuoco l’immaginario dei giovani del tempo e la generazione dei trentenni di oggi è quella più coinvolta.
I primi colpi grossi arrivano già nell’89, diciamo C’mon and Get My Love di D Mob e Cathy Dennis e Pump Up The Jam dei Technotronic, entrambe ben consapevoli della loro vicinanza hip-hop per tempi ed energia. Poi, pochi giri di parole, non c’è altro da fare se non scegliere i pezzi più amati del lotto: nel ’92 gli Snap! fanno Rhythm Is A Dancer, un ipnotismo trancey che da loro non ti aspettavi, soprattutto con un refrain così puntuale; l’anno prima era stata Rozalla con Everybody’s Free ad agganciare i posti alti delle classifiche e realizzare un importante anello di congiunzione tra acid ‘ardkore e successo commerciale; il ’93 è la volta di All That She Wants degli svedesi Ace Of Base, tocco nordico dunque meno club e più radio (e infatti finisce in tutte le auto in coda per il mare); i La Bouche arrivano un po’ più tardi, tra ’94 e ’95, ma tiran fuori due successi da capogiro, Sweet Dreams (un inno rimasto scolpito nelle notti estive su un background electrodisco che vorresti non finisse mai) e Be My Lover (successo ben maggiore nonostante un mood più invernale); infine, Bailando dei belgi Paradisio, anno 1997, la festosità all’ennesima potenza che chiude se vogliamo il lustro d’oro del filone.
Eppure dall’Italia stavolta abbiamo avuto molto da dire (come presto avverrà agli inizi del 2000 per l’ondata italo di Gigi D’Agostino & co.), esportando una spettacolare serie di successi in tutta Europa. Anche qui possiamo iniziare nell’89 coi Black Box di Ride On Time e il campione di Love Sensation di Loleatta Holloway direttamente dagli anni disco (e il cerchio si chiude), ma i fuochi d’artificio iniziano a partire dal ’93: i toscani Corona hanno alla voce l’asso brasiliano Olga Sousa e di centri ne fanno due, Rhythm Of The Night prima (è la progressive age), Baby Baby dopo (più radiofonica ma funzionale allo scopo), l’esplosione dei Cappella avviene invece con U Got 2 Let The Music (sempre ’93) e Move On Baby (’94) ed è quel tipo di euforia che piace tanto anche al pubblico acid house UK. The Summer Is Magic, dei Playahitty, è sempre del ’94, altro urlo memorabile e altro “pezzo da novanta” prog dance.
Nel percorso vanno citate anche la prima Alexia di The Summer Is Crazy (ovvio che uno stile caldo e solare come l’eurodance abbia l’estate come tema centrale) e un act fuori concorso ma di grande spessore: Gala, cantante milanese emersa su album nel 1997 con Come Into My Life, prodotto da Molella. La titletrack è un trip languidissimo cantato con una sensualità dismessa che è quasi Martina Topley-Bird, tra gli altri singoli estratti la più euroclassic Freed From Desire, una Suddenly veloce e precisa e la tenuta intima e essenziale di Let A Boy Cry.
L’epopea eurodance è stato il bagliore del sole dritto negli occhi, la luminosità massima che l’intervento femminile può assumere quando si tratta di affrontare la cifra popular. La dance commerciale è donna ben più di disco e pop, e lo era in un modo giocoso e colorato che non si è più ripetuto. Anche perché presto verrà presa una piega diversa: c’è già una manciata di bad girls che ha in mente qualcosa di più trasgressivo.
Madame Hollywood: electroclash means transgression
All’alba del nuovo millennio, passata la sbornia del party di fine mondo e scongiurato il millennium bug, la sensazione naturale è che sia necessario andare oltre. La semplice seduzione è diventata troppo oldie e prende piede una tendenza più esplicita, che abbraccia ad occhi chiusi gli aspetti della modernità recente e punta dritto alla trasgressione. L’electroclash diventa così pornografia musicale, provocazione dell’immagine sbattuta in faccia, il matrimonio definitivo con i prodotti elaborati dallo star system, la moda e la coca, i party e l’alcol, Mtv e Hollywood. “To be famous is so nice / Suck My dick / Lick my ass“: ci stiamo arrivando.
Stilisticamente parliamo di un figlio ribelle della disco e del synth-pop, ma a guardarla dritto in faccia riconosci nei protagonisti una nuova sfrontatezza post-moderna, uno sputo in faccia alla dignità artistica per rappresentare quanto di più esplicito lo spettatore dell’era televisiva vuol vedere. Miss Kittin è ovviamente la perfetta impersonificazione di tutto ciò, occhi da gatta incorniciati dallo spesso eyeliner, immagine sexy che prima di sedurti vuol portarti nel backstage, posa giovane e irriverente con un teorema semplice, “tutto ciò che è ora, è fresco ed ha successo è cool, tutto il resto non vale niente”. Bastano in fondo due tracce per capire la filosofia del personaggio: Frank Sinatra, la celebrazione del vizio unita all’arroganza storica (“Every night with my star friends / We eat caviar and drink champagne / Sniffing in the VIP area / We talk about Frank Sinatra / You know Frank Sinatra? / He’s dead. Dead! Ahahahahah..“) su un tagliente pattern electro, e la Madame Hollywood insieme a Felix Da Housecat, la voce supponente di chi non ha voglia di rilasciare interviste e ha in mente solo l’altare supremo del successo di oggi, Hollywood, ovvero la prova inoppugnabile che si è arrivati.
Diverse altre personalità femminili si muovono in questo contesto, ognuna con una propria attitudine peculiare: Peaches è la punk girl della dance esplicita dei primi noughties, incazzata e dissacrante come la sappiamo in Lovertits, AA XXX o nella più recente Talk To Me; gli ADULT. sono i più scatenati, assetto acidissimo, velocità oltre i limiti, e una voce femminile metallica che ruba la scena in Hand To Phone o Human Wreck; i belgi Vive la Fête sono essenziali, melodici di un sapore retrò, solidamente centrati sul carisma cantato di Els Pynoo rintracciabile nella loro Nuit Blanche. Più tardi arriverà anche la nostra Tying Tyffany, nuda e lasciva nei singoli di Undercover I’m Not A Peach e I Wanna Be Your Mp3.
L’electroclash lancia un messaggio netto e fa della donna il campo di gioco su cui ruotano i temi caldi del sesso, del successo e della sfrenatezza. La chicca del genere la realizza il francese Vitalic, che in Ok Cowboy realizza un viaggio interamente sintetico dove la diva femminile c’è, ma di fatto non esiste: la voce è in realtà di Brigitte, un programma di sintesi vocale per Mac usato per la prima volta nel singolo My Friend Dario, freddo e energico come uno sprint in autostrada su una decappottabile d’inverno. È la conferma definitiva che la voce femminile è il mezzo ineguagliabile per il successo pop, al punto da spingere chiunque a far di tutto per averla. Ma, come stiamo per vedere, questo la storia l’aveva già ampiamente dimostrato.
Material Girls: pop conjunctions & electro feelings
Non è questo ovviamente il posto giusto per discutere della donna lungo il pop (se per l’argomento trattato oggi ci vorrebbe un libro, per quell’altro non ne basterebbero tre). Però è doveroso far risaltare quanto spesso gli artisti abbiano converso sulla linea di confine tra pop e dance, perché di fatto la figura femminile è l’anello di congiunzione perfetto tra la semplicità di meccanismi della musica popolare e l’energia seduttiva di quella da ballo, oltre che il caldo e morbido contraltare al taglio sovente freddo e pungente delle sonorità elettroniche. E qui non parliamo di vecchie volpi come la Madonna di Material Girl e Vogue, la Kylie Minogue di Can’t Get You Out Of My Head, gli ABBA di Gimme! Gimme! Gimme! o la Lady Gaga di Poker Face, entertainers che han sempre abilmente (e furbescamente) accarezzato il sottile confine della dance pur restando piantate sull’orizzonte pop.
No, qui vogliamo dar rilievo a quei casi in cui l’artista ha cavalcato intenzionalmente il potere femminile con obiettivi dance dal risvolto dichiarato pop, magari cambiando pelle per l’occasione, o sacrificando le proprie attitudini, o ancora vendendosi l’anima al diavolo. Come Cher, che dopo oltre 30 anni di onorata carriera discografica nel ’98 si ripresenta al pubblico tirata (tiratissima) a nuovo e tira fuori Believe, suo malgrado una delle hit più popolari degli anni ’90, di sicuro l’autotune pop per eccellenza. Ma anche le Bananarama di Venus, il pezzo pop ’80 studiato apposta per gli irriducibili della disco e la consegna definitiva delle tre londinesi a un’immagine da seduttrici che non avevano mai avuto, o ancora gli Eurythmics di Sweet Dreams, con la Lennox prestata appositamente per fabbricare uno dei pezzi più cantati, ballati, remixati e rielaborati di sempre.
E quante altre volte, poi, son stati esponenti di stili e generi differenti a voler ricorrere al modello femminile per raggiungere il pubblico pop. Gli alfieri nordici Röyksopp l’han fatto ben due volte, prima con la Andersson dei The Knife in What Else Is There e poi con Robyn in The Girl And The Robot, non a caso le loro hit di maggior successo. I Groove Armada han voluto farlo nel 2001, mettendo un attimo da parte il percorso big beat e coinvolgendo Celetia Martin per My Friend, una voce celestiale e cristallina a cui vien concesso lo spazio assoluto (quando canta lei, tutt’intorno è silenzio), per poi riempire il refrain di chitarre per addolcire il ritmo. Dal suo hip-hop Kanye West era sfuggito più volte per un pelo al “pericolo” pop, ma quando nel 2008 fa coppia con Estelle è il botto definitivo e American Boy sfodera un cantato femminile strepitoso e impossibile da mandar via.
Incrociare electro, pop e dance è un gioco che troppo bene si presta alla voce femminile. Ancora qualche esempio? Saltando di palo in frasca: Girls Just Want To Have Fun e Cyndi Lauper che urla uno degli inni più scanzonati e liberatori del decennio di plastica, riacchiappando l’eredità disco che il pop stava assorbendo a quel tempo; Samantha Fox e quel Touch Me innocente e malizioso che ha incantato la generazione ’80; i Propellerheads di tutt’altra sponda su History Repeating, con Shirley Bassey che tira fuori un cantato poderoso e graffiante che legge il big beat agli antipodi rispetto alla My Friend di pocanzi; il nostro Spiller che sfonda nel 2000 il mercato discografico con Groovejet insieme all’astro nascente Sophie Ellis-Bextor nella sua prova più aggraziata; i La Roux di Bulletproof, con una Elly Jackson così leggera che non poteva non spopolare nel pubblico indie; le Sugababes che nel 2002 toccano un mostro sacro come Gary Numan campionando Are Friends Electric in Freak Like Me, con un’efficacia del cantato che quasi fa sfigurare l’originale.
Questo per dire che quando la dance ha voluto essere commerciale ne ha avuto le piene potenzialità, ed erano tutte femminili. Pensate allora quando veniamo proprio al mainstream spinto…
Who’s That Chick: the mainstream affair
Forse il capitolo potenzialmente più fastidioso del nostro excursus, che dopo aver toccato nomi più o meno nobili della storia della musica al femminile si appresta a gettarsi nel marasma delle tracce del sistema Mtv. Eppure la cosa mainstream è il terreno di gioco ideale in cui confrontare e misurare l’efficacia del genere femminile quando parliamo di dance. Le prove più lampanti arrivano quando producers provenienti da un ambito apparentemente estraneo a questi meccanismi, come la trance, si tuffano a pesce nel mondo radiofonico, scegliendosi compagne eccellenti al microfono (e trasformando in parte l’immaginario collettivo del sound trance verso i risvolti di marketing meno nobili).
Lo san benissimo due pezzi grossi dell’arena come Tiësto e Armin Van Bureen, da anni sempre ai primi posti delle top DJ chart eppure ogni anno sempre così attenti a non perdere il treno mainstream. E sempre con nomi femminili eccellenti: con Tiësto ci son finite addirittura Nelly Furtado e Anastacia, piega melodica per la prima in Who Wants To Be Alone, taglio graffiante su synth grasso per la seconda in What Can We Do, mentre insieme a Van Bureen scorriamo tra le altre la sognante Sharon Den Adel dei Within Temptation in In And Out Of Love (che a dirla tutta non rinnega neanche troppo lo spirito originario del genere), di nuovo la Ellis-Bextor in posa sciantosissima in Not Giving Up On Love e la diva del genere Jennifer Rene nella autunnale Fine Without You.
Capitolo a parte andrebbe fatto per il mostro più cattivo David Guetta, che interamente immerso nel sistema commerciale da un decennio (curioso che il figlio più compiuto dell’electroclash sia un divo) ormai ne conosce ogni meccanismo, e forte del valore catalizzatore del suo nome non fatica a trovare le collaborazioni più clamorose possibili. Nell’ordine, e parlando solo di tempi recenti: Kelly Rowland (When Love Takes Over), Estelle (One Love), Fergie (Gettin’ Over You), Rihanna (Who’s That Chick) e Nicki Minaj (Turn Me On), sound sempre sfacciato e arrogante (“F**k Me I’m Famous“, d’altronde…), costantemente fondato su facili effetti e citazioni ad hoc per far scattare la scintilla e rimuovere gli ostacoli alla larga fruizione.
Si potrebbe continuare trattando il nuovo gettonato nome della videomusic culture Wynter Gordon (già all’attivo tre hit come Dirty Talk, Til Death e Buy My Love, un album personale e anche l’ospitata sull’ultimo Steve Aoki in Ladi Dadi) oppure le frequenti collaborazioni di un’altra colonna come Martin Solveig con i Dragonette di Martina Sorbara (pezzi riuscitissimi quali Hello, Boys & Girls, Big In Japan e Can’t Stop), ma qui vogliam chiudere con un pezzo storico della dance italica nel suo momento di culmine assoluto: il Benny Benassi degli inizi, quello che con la sua electro-house senza fronzoli ha contribuito al varco dei confini italiani verificatosi nei primi 2000. Quel Benassi ha partorito eccellenti pezzi rimasti fissi nella memoria di molti, e le voci femminili erano sempre a dir poco perfette: i lavori più calzanti al nostro discorso nei Benassi Bros, insieme a Sandy nel suo capolavoro Illusion, uno dei simboli più compiuti della migliore onda italo-dance, e con Dhany in pezzi altrettano epocali come Rocket In The Sky, Every Single Day e Make Me Feel.
Ma adesso torniamo a questioni più serie.
Big Fun: house, techno & girl power
Anche quando il dancing è stato pienamente orientato al club, e dunque doveva fondarsi soprattutto sull’incisività ritmica, le opportunità delle figure femminili non sono state sprecate. Persino un genere come la techno, nato sotto il segno della durezza, della meccanicità e dell’alienazione, il suo apice di successo assoluto l’ha vissuto proprio nel momento in cui ha incontrato la giusta vocalist: la mente responsabile della rivoluzionaria intuizione è proprio il Kevin Saunderson che abbiamo intervistato recentemente, il terzo anello della trinità fondante e colui che con gli Inner City ha raggiunto un nuovo livello di percezione del sound. La voce soulful di Paris Grey è stato il gancio per raggiungere l’orecchiabilità techno-soul definitiva e con due hit planetarie come Good Life e Big Fun il genere esce prepotentemente dal meccanismo club e guarda la luce del sole, restando impresso come una delle cose memorabili degli ’80. Qualcosa che alla techno successe soltanto in queta sua prima fase, poi mai più.
Lato house, le cose andarono un po’ meglio: una delle vocalist più presenti nell’ascesa dei 4/4 è stata Kym Mazelle, che a cavallo tra gli 80 e i 90 ha dato voce ad alcune big hit house come I’m A Lover (in una bella combinazione acid-soul), Taste My Love (già più psichica), Was That All I Was (prodotta da Marshall Jefferson, che la taglia su misura per la linea vocale) e Don’t Scandalize My Name (vicinissima agli Inner City), per poi gettarsi anche lei nella mischia eurodance (Love Me The Right Way). Menzione d’onore anche per le Jomanda di Got A Love For You (pieno USA style, fianco a fianco alla hip-house), gli S’Express del loro Theme (bravi a unire vigore acid house e assetto pop full ’80), Cookie Watkins con I’m Attracted To You (la deep che va aprendosi sempre più al soul), ed Helen Bruner con Gimme Real Love (come sopra ma più spigliata), mentre Robin S è quella che nel ’93 ha fatto impazzire il Regno Unito con Show Me Love, pattern così acido che è già trance e linea vocale praticamente eurodance. Tra quelle che non si dimenticano, la Barbara Tucker di Beautiful People tutta stile e funky soul e il jingle killer di Lady Kier su Groove Is In The Heart taggata Deee-lite.
In tempi più recenti abbiam visto la riscoperta dei 4/4 su un versante più emotivo, nostalgico e referenziale, che partiva spesso da prerogative fatte per l’ascolto sposando però senza grosse preoccupazioni (anzi, con rinnovata grinta) la materia house. Sempre con le voci femminili protagoniste: nella line-up dei primi Hercules And Love Affair ad esempio c’era Nomi Ruiz, che con la sua voce melodiosa e importante dava uno smalto irreprensibile a You Belong o virava sul lascivo Hercules Theme, quando non partiva per la tangente errebì-soul nello storicismo acido di I’m Telling You. E la Ruiz è la stessa che poi, come Jessica 6, tirerà fuori altri due pezzi drittissimi come White Horse e Fun Girl, due risvolti fashion & erotic della stessa medaglia.
I Gus Gus, invece, la brava Earth l’han sempre avuta, ma il meglio del suo profilo più esplicitamente tech-house l’han tirato fuori in Forever del 2007, con una manciata di pezzi da insegnare a scuola di clubbing come Hold You (implacabile e serratissima), You’ll Never Change (la ragazza che si diverte mentre il producer gli dà di cassa) o Need In Me (reminescenze trance sotto un cantato sempre caldo e accorto). E parlando sempre di glacial act dance-oriented, per correttezza van citati anche gli SCSI-9 di The Line Of Nine: la voce fredda è di Katya Ryba, il resto è ghiaccio russo.
Il vero colpo di coda della house al femminile però avviene proprio ai giorni nostri: un gruppetto di ragazze terribili negli ultimi anni han preso in mano il sound deep, donandogli una gentilezza e una dolcezza delle forme che nessun esponente maschile poteva toccare. I nomi li abbiam già fatti, e son quelli da tenere d’occhio per i mesi a venire: Steffi è la donna di cuore, prima splendida nelle cadute emotive malinconiche di Sadness, poi decisiva nell’impronta dritta di Yours; Deniz Kurtel è la virtuosa capace sia del tocco duro che del fascino enigmatico, e Music Watching Over Me è ancora il suo pezzo più avvolgente, una base fatta per il club e i sottili interventi vocali a ribadire presenza e gusto; Nina Kraviz è la forza dell’underground che alza la testa, capace di una Ghetto Kraviz sporca e cattiva o di tocchi raffinati come Taxi Talk, ma sempre attentissima a non invadere l’efficacia del ritmo con eccessi di protagonismo; infine, Maya Jane Coles è il faro che illumina chi le sta vicino, con una collezione di riconoscimenti alle spalle che la rende vero personaggio di riferimento, una trentina di pezzi di clubbing irresistibile nel repertorio e certi interventi vocali personali da urlo, come in Nobody Else, dove viene fuori il vero senso del groove reso vocale sotto un trip delicato e deciso allo stesso tempo, o Senseless, dove lei è sempre presente ma da dietro il telo, aggiungendo solo i tocchi indispensabili per stregare.
Ovunque ti giri, trovi sempre la donna che mette l’ingrediente segreto e fa luccicare l’intero genere. È successo a filoni come techno e house, quando han deciso di potenziare la recettibilità del sound, ed è successo anche sotto altri generi, che proprio appena han scoperto le opportunità a disposizione, han partorito una vera e propria generazione di vocalist flessibili e sempre pronte a cantare la next big hit. Siam proprio alle battute del presente, seguiteci.
Right Things To Do: dubstep, funky & post-stuff
Vogliamo parlare del dubstep? Per anni un filone fondato su un’oscurità intransigente, un suono duro, netto e cattivo che non prevedeva strappi alla regola. Poi, è inevitabile, vien fuori la tangente che ammorbidisce il passo e punta ad ampliare l’offerta: “il maledetto post-dubstep“, pensarono i puristi; l’unica possibilità per tener davvero vivo il genere, osserviamo noi guardandoci alle spalle.
Ed ecco che il contributo femminile si è subito fatto vivo: Katy B è stata una delle prime ad aver bucato il dubstep con la sua femminilità, lo stacco netto delle due tracce coi Magnetic Man, Perfect Stranger e Crossover, a far da trampolino di lancio per il breakthrough definitivo del 2011, e On A Mission diventa fabbrica di singoli come Katy On A Mission, Witches Brew o Broken Record. I tratti unici? Un approccio controllato e metodico che si adatta sempre perfettamente al mood, nella durezza o nella melodia.
Tolto il tappo, l’intuizione diventa fenomeno. Ms. Dynamite risorge dalle ceneri di nuovo coi Magnetic Man e produce uno dei pezzi più esaltanti del nuovo dubstep, Fire, l’aggressività di marchio Skream che incontra la fierezza dell’hip-hop. La nuova arrivata Jessie Ware conquista la scena nella poppissima (troppo, probabilmente) The Vision di Joker e in un asso future-garage come Right Things To Do, con SBTRKT a disegnare il nuovo astro della dancing d’ascolto. Anneka presta la sua voce a una serie di pezzi di grande suggestione con Vex’d (Heart Space), Starkey (Stars), iTAL tEK (Restless Tundra), Falty DL (Gospel Of Opal) e Phaeleh (Unwanted), diventando così la voce più riconoscibile del dubstep moderno, mentre Roses Gabor vien chiamata da SBTRKT per l’altra sua hit, Pharaohs, un tocco sottile e arguto per un ritmo incontestabile.
Il bello è che viene a formarsi un serbatoio di voci femminili condiviso con l’altra grande tendenza dance di oggi, vale a dire lo UK funky: lo stile eclettico, frizzante e variopinto è il terreno ideale per far crescere le circonvoluzioni delle voci femminili, al punto che una hit modello funky non può più prescindere dalla presenza di un’artista donna. Le stesse Ms. Dynamite, Katy B e Roses Gabor han fatto parte della scena, la prima tramite Redlight (pirotecnica What You Talking About) e Zinc (Wile Out e la maestria di un inventore), la seconda con DJ NG (Tell Me What It Is) e con lo stesso Geeneus che poi produrrà il suo album (As I), la terza ancora con Redlight (nell’immancabile Stupid). La parabola funky comprende comunque diverse altre dive, quali Lily McKenzie (la personalità più completa del filone, coinvolta da Falty DL, FunkyStepz e Brackles), Anesha (in bilico tra dubstep e funky in I Need Love di Roska, tra i pezzi più noti dei tempi recenti), Fatima (fenomenale voce gospel-soul, Traveller con Zinc ma anche Mind con Floating Points) e le varie Natalie May, Egypt e Meleka.
In tutti questi casi la donna è stata indispensabile per riempire di vitalità stili che altrimenti risulterebbero monchi. Il contributo femminile quasi sempre ruba la scena e cattura l’attenzione per tutta la traccia, lasciando al producer il solo compito di esaltarne le venature e spingerne le prerogative ritmiche. Non solo la donna che valorizza la ballabilità del pezzo, ma la dance che si inchina sotto ogni aspetto all’efficacia offerta dalla diva. Altro che maschilismo: questo è amore, baby.
Outro
Il quadro ovviamente non può dichiararsi esaustivo e durante il tragitto son rimasti fuori tanti esempi importanti (siam colpevoli sicuramente sulla Neneh Cherry di Buffalo Stance, su Shannon e Let The Music Play e suLast Night a D.J. Saved My Life). Quello che abbiamo fatto resta comunque un viaggio significativo, che tocca uno degli spunti di riflessione più importanti e affascinanti che la musica può offrire: fermo restando che le discriminazioni sessiste esistono ovunque, in arte (e dunque in musica) c’è sempre stata un’intelligenza intellettuale capace di accogliere ciò che di interessante ha da offrire ogni attore. E il percorso seguito oggi serve a mettere in risalto il tocco decisivo che la donna ha saputo dare sempre alla musica dance: quel passo felino, aggraziato e sensuale, luccicante o colorato, estroso o languido, attraente, folle e istintivo, senza il quale nulla, che sia la musica o la vita in generale, varrebbe la pena di essere vissuto.
Female-addicted dance: the essentials
Donna Summer – I Feel Love (1977)
Cheryl Lynn – Got To Be Real (1978)
Blondie – Heart Of Glass (1979)
Indeep – Last Night a D.J. Saved My Life (1982)
Samantha Fox – Touch Me (I Want Your Body) (1986)
Inner City – Good Life (1988)
Snap! – Rhythm Is A Dancer (1992)
Baby D – Let Me Be Your Fantasy (1993)
Ace Of Base – All That She Wants (1993)
La Bouche – Sweet Dreams (1994)
Gala – Come Into My Life (1997)
Miss Kittin & The Hacker – Frank Sinatra (2001)
Groove Armada feat. Celetia Martin – My Friend (2001)
Benassi Bros feat. Sandy – Illusion (2003)
Röyksopp feat. Karin Dreijer Andersson – What Else Is There (2005)
GusGus – Hold You (2007)
Kanye West feat. Estelle – American Boy (2008)
Hercules And Love Affair – You Belong (2008)
Redlight feat. Roses Gabor – Stupid (2010)
Maya Jane Coles – Nobody Else (2010)
Magnetic Man feat. Katy B – Crossover (2010)
SBTRKT feat. Jessie Ware – Right Things To Do (2011)
Brackles – I Can’t Wait (2012)
