Next pop queen
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Edoardo Bridda
- 24 Febbraio 2010
In una Londra dove il pop vuole a tutti i costi l’operetta e dove personaggi come gli Irrepressibles girano vestiti come se uscissero dall’ennesima replica di The Phantom Of The Opera, ascoltare un combo aggiornare le wave degli ’00 al vestiario del compianto trashpopper Falco e all’etno-mesh totale di M.I.A. è cosa buona e giusta. Tanto più che il terreno era già fertilizzato da baronetti come il pitonato Patrick Wolf prima e l’occhialuto boho Lightspeed Champion poi. Senza dimenticare i trucchi fluo della bella e inguainata Bat For Lashes (personaggino quanto mai di riferimento qui) e le sofisticazioni delle zie Björk e Madonna. Come dire: dall’art al dancefloor.
Glam per glam, pop per pop, cantarci gli Abba sopra non è poi difficile, aggiungerci la Kate Bush (più volte ripescata da Joanna Newsom), naturale come bere un bicchiere di uzo perché lei è la sirenetta Marina Lambrini Diamandis, la next thing britannica ovviamente. Mezzo sangue greco e mezzo Welsh, fresca di un esordio, The Family Jewels, che ascolteremo in filodiffusione sulle radio di tutti i centri commerciali il sabato pomeriggio e molto più volentieri dalle super sciampiste del vocoder anzichenò.
Il piatto è dichiaratamente ricco, il balletto arty Natasha Khan (Obsessions), il gioco al maschile di Annie Lennox virato parodia (Hollywood), gli strappi wave (Mowgli’s Road) e tutti i clip del tubo a giocare con le paillettes e i mille travestimenti sotto un cerone primario che maschera troppo e quindi osa come nelle piramidi bicolor degli Yacht. Marina ti porta direttamente in casa della regina con il sorriso della ragazza della porta accanto, rifiuta le cyber sofisticazioni Lady Gaga per modi e modalità già oltre il poshy-ghetto grime della bambina Sovereign, diapo inversamente sovrapponibili che ricordano le colleghe La Roux e Annie. E’ il classico sogno pop dei teen-years la cui giovinezza non tramonta mai, l’atteggiamento cosmopolita e fiero di chi ti riporta ai tempi del Regno quando era impero.
E attenzione. Marina non è una lady: in quest’immagine deforme degli Ottanta che sono i Duemila, è la giovane rampante in lotta per il podio del pop. Dentro le regole del mercato globale e sotto con la proposta tutta londinese del teatrino post-glam. Alla cameretta di Lily Allen lei preferisce il debutto in società, sfida le feudatarie dello stardom a colpi di rime (“Oh my god, you look just like Shakira / No no, you’re Catherine Zeta / Actually, my name is Marina”) e colpisce nel segno. Fashion mesh, Hollywood e Bollywood, memorabilia disco. Come una M.I.A senza bisogno di stronzate combat. Una Cindy Lauper per il 2010?
