Madchester
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Gianni Avella
- 3 Ottobre 2006
Manchester Rave On!
Dance e rock dovettero incrociarsi nei corridoi dell’ Haçienda, al giro di boa degli ’80, per afferrarsi sottobraccio. Dall’improbabile sinergia si passò a luogo comune. Fu Tony Wilson, agitatore sonico alla pari del Bob Dylan di Newport e del Miles Davis elettrico, a catalizzare la sommossa. Qualcuno dell’epoca ancora gli rimproverava l’aver ceduto gli Smiths alla concorrente Rough Trade, ma lui armato di irriverente appeal zittì tutti, Morrissey incluso.
I giovani mancuniani del 1986, compresi quelli con la spina nel fianco, dalla cameretta transitarono nelle balere cittadine per danzare il nuovo pane offerto da Wilson. Di lì a poco il rock non sarebbe stato più lo stesso… Il 1986 come principio del suffisso Mad-chester? Probabile. Ma prima tocca andare un tantino a ritroso, e transitare nella ventosa Chicago. Lì, tra le mura del Warhouse un dj, Frankie Knuckles, suona un singolare ibrido tra electro e hi-nrg disco. È l’house music che mette i denti. La mascolina techno di Detroit arrivò un batter di ciglio dopo, ma l’andamento sensuale dell’house e il suo groove femmineo, conciliante con l’uso di stupefacenti, attirò i favori della nascente club culture gay. Con tali premesse l’approdo dell’house in terra balearica, sponda Ibiza, fu il naturale compimento.
Poco prima d’essere risucchiata dal manierismo modello Valtour, Ibiza era un ricettacolo di varie etnie: dall’hippy fuori tempo massimo alla colta comunità gay (che tanto diete in termini di costume); l’isola spagnola rastrellava il meglio del turismo altro e lo accomodava lì, ai piedi del cristallino mediterraneo, mentre il soundsystem adiacente suonava una peculiare selezione di afro, rock psichedelico, pop e primordiale house. Era il cosiddetto Balearic style, uno spaccato mondano che pur alterato dallo stupefacente di turno, l’ecstasy, e quindi prossimo alla controcultura woodstock-iana, all’utopica idea di cambiare il mondo preferiva idealizzarne uno proprio, parallelo e per niente contiguo al reale. Quello che si dice paradiso.
Galeotto quel paradiso fu per Paul Oakenfold, che in compagnia di Johnny Walker e Danny Rampling lo tastò nel suo sommo splendore edonistico. Da lì l’idea, pionieristica, di trasportare nella natia Londra quello stile di vita un po’ scapigliato fatta di buone vibrazioni e molto, moltissimo disincanto a là Peter Pan. Detto fatto: è il 1988 quando Oakenfold avvia a pochi passi da Trafalgar Square lo Spectrum, locale che in combutta con lo Shoom di Rampling inaugura ufficialmente l’estate dell’amore. Dopo un periodo di profonda crisi economica mista alla cocente estromissione dal calcio che conta (si scontava la squalifica per la strage dell’ Heysel, e solo Dio sa cosa sia il calcio per gli anglosassoni), l’Inghilterra torna a sorridere; l’Ecstasy compie il suo corso e gli smile capeggianti i flyer celebrano il nuovo imperativo: acieeed!!!
E Manchester? Di certo non sta a guardare. In città tutto roteava dalle parti dell’ Haçienda. Il locale di Tony Wilson, sul principio vincolato alle entrate della Factory Records, dopo i primi anni di target prettamente “rock” volle allinearsi alla Londra “ibizenca” che tanto stava influendo sulla nuova cultura giovanile. Sicché nel 1986, il club ricavato da una sala di esposizione per Yacht si vestì d’addobbi balearici: piscina, lampade abbronzanti, gente che ballava in costume. Alla consolle sedevano Mike Pickering (dai Quando Quango, funkers di casa Factory) e Little Martin (aka Grame Park) che a turno passavano schegge house music nel mezzo della Nude Night mentre gli Smiths, nel singolo Panic, mettevano alla berlina i famigerati Dj…
Ma se l’esistenzialismo di Morrissey poco si integrava col nuovo popolo della notte, gli altri eroi mancuniani doc New Order, andando contro il loro passato, già nel 1983 diedero da ballare ai futuri madchesteriani con l’euro-disco di Blue Monday. Registrata col produttore hip hop Arthur Baker, Blue Monday pulsava come i Kraftwerk e Giorgio Moroder all’unisono. Per i fan dei Joy Division fu un tradimento, ma per la Factory un inaspettato successo (ancora oggi è tra i 12” più venduti di tutti i tempi), tant’è vero che oltre a godersi il nuovo incremento bancario, Tony Wilson vide germogliare nel proprio orticello il gruppo che da Blue Monday partì alla volta delle piste da ballo.
Shaun e Paul Ryder, Mark Day (ma all’occorrenza anche Moose oppure Cowhead), Paul Davis (aka P.D) e Gary Whelan. Cinque avanzi di galera, una cordata persa tra umori etilici e piaceri artificiali. Si chiamarono Happy Mondays in onore dei New Order, ma ne elusero il lato buio. Debuttano nel 1987 con un disco prodotto nientemeno che da John Cale: al suo interno, oltre al proto inno 24 Hour Party People c’è un personaggio buffo, aggiuntosi in corso d’opera e velato percussionista; all’anagrafe è conosciuto come Mark Berry, ma per tutti sarà Bez. Di professione, almeno sulla carta, è un suonatore di maracas, ma il suo compito è rappresentare la nuova onda. In studio rasenta l’inutilità ma sul palco è imprendibile: danza come un menomato, si dimena debosciato tra le pieghe funk dei Mondays riflettendone l’anima spensierata. L’esposto punk di qualche anno prima, il profetico “tutti possono farlo” è nel sudore di Bez, ma per reggere il palco occorreva abbonarsi al pusher di turno…
Fu un amico dei Mondays – narra la leggenda – a portare la prima ecstasy in città. Veritiera o meno, la storia di Madchester andò pari passo con quelle colorate pasticche che invogliano ai rapporti interpersonali e oscurano i famigerati grilli per la testa…
Intanto, mentre nel 1988 l’ Haçienda lancia la Nude night, il numero natalizio di New Musical Express adocchia il fermento. Merito, questo, di Voodoo Ray di A Guy Called Gerald e Wrote for Luck dei Mondays, singoli che cominciano a smuovere il basso ventre dei mancuniani. L’anno trascorre danzando, ma quello che sta per accadere va oltre tutto. Nei negozi appare Stone Roses, debutto dell’omonima band salvezza del rock britannico. A guidarli è la voce di Ian Brown, labbra a là Mick Jagger e nuovo redentore pop. Al suo fianco il chitarrista John Squire, novello Johnny Marr che inanella una serie riff memorabili. Entrambi, con Mani al basso e Reni alla batteria, prendono per mano la musica d’oltremanica e la immortalano nel mito. In verità i Roses dancerecci verranno poco dopo, ma numeri come Made Of Stone (gli Stones di Paint It Black che giocano a fare i Byrds), She Bangs The Drums (il futuro del tutto il guitar-pop di lì a venire), Elizabeth My Dear (tra Scarborough Fair di Simon & Garfunkel e John Barleycorn Must Die dei Traffic) e Don’t Stop (tutta nastri trattati e gorgheggi beatlesiani) dicono che il post-Smiths non è un miraggio. La copertina di Squire poi, in puro stile Jackson Pollok, fa il resto.
Il NME, come sempre, la spara grossa definendolo “il più grande album della storia”, ma è il gioco delle parti e i Roses ci sguazzano, battono il ferro e subito dopo pubblicano Fools Gold, nove minuti di libidine disco-hendrixiana che in simbiosi al Madchester Rave On dei Mondays e l’evocativa Pacific State di 808 State (che predata l’ intelligenza artificiale ventura), battezzano definitivamente Madchester.
Ma il ferro ora è nelle mani dei Mondays e nel 1990, prodotti da Paul Oakenfold (si, proprio quello dello Spectrum) danno alle stampe Pills ‘n’ Thrills and Bellyaches. Per molti è il lavoro che più di ogni altro fotografa appieno l’epoca: quei molti non sbagliano. E sin dalla partenza si capisce che c’è del magico: chitarra e violini che si intrecciano, la batteria che parte secca e Kinky Afro in quattro minuti ammalia e tradisce nel suo essere profondamente “rock”. Poi una sfilata di riempipista, da God’s Cop all’ orientaleggiante Loose Fit; dall’omaggio ai Clash di Holiday all’evergreen Step On.
Il disco incoraggia un po’ tutti e dal guscio escono i rinnovati James di Gold Mother e figli illegittimi dei Sixties come Charlatans e Inspiral Carpets. Da Madchester spunta il baggy, neologismo che simboleggia l’abbigliamento comodo e il beat dance-rock. Ora la storia reclama una cartolina, un ricordo che racchiuda tutto qualora ci sarà da raccontare ai nipotini: ci dovrebbero pensare gli Stone Roses a Spike Island, megaraduno alla stregua di Woodstock con residenti del calibro di Frankie Knuckles e Dave Haslam, ma è il classico passo più lungo della gamba…
Il rave-concerto (o viceversa) è un mezzo disastro e la scena pian piano va in fase stanca. Gli Happy Mondays si perdono nelle registrazioni del nuovo Yes Please e gli Stone Roses, dopo aver annullato un tour negli Usa con un comunicato recitante “l’America non ci merita ancora”, si dimenticano di essere un gruppo…
La musica corre veloce, e non si fa in tempo a dimenticare che già tocca fare i conti con certi tizi che, chini sulle proprie chitarre (tanto che li chiameranno “guardascarpe”, o shoegazers), portano la melodia ad un nuovo livello mentre i quasi sconosciuti A.R. Kane, dopo aver seminato in tempi non sospetti, portano il rock nella sua fase post…
Ah, forse ho dimenticato di citare Screamadelica dei Primal Scream, ma lì si era veramente su un altro pianeta…e poi Inghilterra e Scozia non sono mai andate d’accordo…
