Lo spirito del canyon
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Giancarlo Turra
- 10 Agosto 2011
From Us To You
Difficile affermare con esattezza da dove parta l’onda che, in questo inizio di nuovo decennio, sta consegnando dischi di ambito “cantautorale” di portata non indifferente. In attesa di ulteriori sviluppi, diremmo che la corrente è sempre stata lì: viva, pulsante e suo malgrado carsica, siccome gli anni zero hanno visto i riflettori puntarsi impazziti da altre parti. Adesso, dopo le baruffe su quanto di rilevante e imperdibile ci siamo lasciati alle spalle, è forse giunto il tempo di accantonare freakerie, silicio e contaminazioni totali per recuperare una dimensione intima e confessionale. Diversa da quel gioco un po’ disincantato e un po’ divertito di moderni songwriters come Will Oldham e Bill Callahan, alle prese con giochi di identità e paraventi. Adesso, l’ambizione è mettersi in mostra di nuovo. Di lasciare le ferite al sole e al sale del pubblico affinché guariscano. Oppure, che almeno se ne ricavi materia di canzoni che rimangano. Date un’ascolto in giro e respirate la’ria fresca però antica di Bon Iver, Josh T. Pearson e Laura Marling. Ognuno inevitabilmente riconducibile a qualche altro troubadour precedente che viene tuttavia trasceso, mescolato con anime affini. E’ musica popolare, pertanto un problema come l’originalità non ha senso. Conta aggiungere qualcosa al canone affinché perduri, come sosteneva il padre del revival folk britannico, Cecil Sharp, un secolo fa.
Country Roads…
In questo quadro policromo ha fatto la comparsa Jonathan Wilson, classe 1974 dalla Nord Carolina. In trasferta – come tanti sudisti prima di lui: Gram Parsons, Leon Russell e Tom Petty tra i tanti – in California; soprattutto intestatario di un lp, Gentle Spirit, che profuma di classico istantaneo. Punto di arrivo di una passione d’altri tempi, tanto è autentico e presente in ogni gesto, ogni decisione, ogni parola di questo trentasettene. Le ragioni stanno, probabilmente, nella fatica fatta per arrivare a questo esordio e in un’origine tipicamente americana: ”Sono nato a Spindale, North Carolina. Mio nonno era un predicatore battista, per cui ero costantemente dentro quella “vibrazione” spirituale. Mio padre suonava in un complesso e ricordo che quando un membro della band non si presentava, prendevo il suo posto passando da uno strumento all’altro. Era un gesto naturale“.
E, inoltre, in una gavetta lunga e tortuosa, scandita nel ’95 dai Muscadine, fondati con l’amico Benji Hughes e smarritisi dentro un esordio edito tre anni più tardi dalla Sire. Dopo la fine del sodailzio, Wilson vagava on the road tra California (nella comunità hippie di Topanga, poi spazzata via), Georgia e New York per stabilirsi infine nel Laurel Canyon. Ancora e sempre “golden state”, ma in un’alveo celebre per aver visto nascere e svilupparsi tra ’68 e ’74 la celeberrima e florida scena capeggiata da Joni Mitchell e C.S.N.&Y.; mano a mano più fortunata epperò sempre meno brillante artisticamente, fino a sconfinare nel molle autocompiacimento di James Taylor e Carly Simon.
…Away From Home
Con Rick Rubin vicino di casa, Wilson inizia con l’amico Chris Robinson dei Black Crowes – southern man come lui: questione di sangue – ad animare le serate con jam in cui si confrontano musicisti di diverse generazioni. L’elenco è impressionante: Johnathan Rice, Vetiver, membri di Wilco e Jayhawks, il tastierista di Tom Petty & The Heartbreakers Benmont Tench, Elliot Easton dei Cars, gente che aveva incrociato gli strumenti con Steve Miller, Van Morrison e Neil Young.
Il soffio vitale, divertimento a parte, è diverso dai “bei tempi andati”: c’è uno scambio di conoscenze tra giovani e anziani in cui Rilo Kiley siede a fianco dell’ex Grateful Dead Phil Lesh e un filo connettivo viene intessuto. Si traffica con cover e brani improvvisati, invece di suonare ognuno le proprie cose agli altri. E’ un ritorno al “noi” dopo il “me” dei seventies, ma col senno di poi. Così che la storia e il retaggio proseguono e si arricchiscono senza che il passato venga perduto o schiacci la prospettiva dentro una cartolina. Semmai, esso funge da solida base. “Mi sono trasferito nel Laurel Canyon senza aspettarmi di trovare una qualche cultura rock anni ’60 che avevo idealizzato. Sapevo quale leggenda lo circondasse ma non ne afferrai porfondità ed essenza che dopo un po’. Ha senso che sia stata una sorta di mecca per i muscisti perché quello spirito perdura: la musica ha un suono diverso, emana un timbro naturale. E’ un luogo speciale, dunque non mi soprende che tanti dei miei artisti preferiti abbiano risieduto qui. Per vent’anni, mio padre teneva delle jam il mercoledì sera con gli amici; quando arrivai a Los Angeles, cercai lo stesso tipo di situazione, ma poiché non esisteva, ce la creammo da soli!” Se vi pare ancora un patetico revival da figli dei fiori…
Slow Turning
Questa è, comunque, l’incubatrice che tramuta Jonathan in session man e produttore assai richiesto. Versatile, anche, considerando come appaia – tanto per citarne qualcuno – in Vagabonds di Gary Louris e Momofuku di Elvis Costello, a fianco di J. Tillman ed Erykah Badu. Nel frattempo, mette mano a un’opera solista in cui fa tutto da solo intitolata Frankie Ray, la cui (non) publicazione diverrà un calvario: “Firmai un contratto con la Koch, il che all’poca pareva la cosa giusta da fare. Poi saltò fuori che, come tavolta succede, non facevano che positicipare l’uscita. La cosa peggiore per un’artista è che le sue cose non vedano la luce al momento giusto; oppure che non siano più rappresentative nel momento in cui sono pubblicate. Alla fine, dopo un anno e mezzo, mi rifiutai di immetterlo sul mercato e adesso Frankie Ray – nonostante copie ‘fisiche’ circolino complete di artwork – si trova su I-Ttunes”.
Wilson affronta lo smacco impegnandosi ancor più a fondo nella produzione e, quando lo sfrattano dalla casa di Laurel Canyon per troppo rumore, allestisce uno studio di registrazione – ovviamente dotato di apparecchiature analogiche – a Echo Park. Siamo al 2009, e il ragazzo seguita ad abbeverarsi alla fonte della migliore musica d’oltreoceano, incamera influenze preparandosi a dire la sua. Ultimo imprimatur ufficiale lo scorso aprile, quando si esibisce da David Letterman con Robbie Robertson.
Happy Trails
Il risultato di tanta pazienza e tribolare è un folk traslucido e opalescente d’acido che ottunde i sensi, aggrovigliandosi sinuoso e pigro alle pieghe della mente e attraversando in orizzontale anni Sessanta e Settanta. Necessita di frequentazione ripetuta, Gentle Spirit, meglio se tramite un vinile che fantastichi doppio ponte steso tra Neil Young che incide On The Beach senza fantasmi attorno e David Crosby che conserva il senno dopo If I Could Only Remember My Name. Ancora: la sfoglia torpida dei Pink Floyd sotto il sole di Ibiza attorno ai flash di Spirit e Quicksilver Messenger Service.
The Way I Feel (esaltante viluppo di elettriche, organo e archi), Can We Really Party Today? (meditazione in punta di corde) Waters Down (blues narcolettico e dolce con stridori all’orizzonte) indicano la cura di chi ha sin qui intepretato i desideri altrui e adesso corona i propri, in un presente che maneggia lo scintillare di Gentle Spirit, Natural Raphsody e Railroad Boy. Emergono la sapienza degli arrangiamenti e una penna che trae forza dalle dilatazioni della jam, consegnando composizioni lunghe e oniriche cosparse di rumori, di sottili straniamenti che parlano una lingua personale. “Per quanto mi riguarda, la scrittura di canzoni è simile a dipingere. Non c’è niente di più gratificante che vedere qualcosa svilupparsi e prendere forma durante le registrazioni e il missaggio. Inizio a scrivere con la chitarra acustica o il piano e lascio di proposito alcune parti non finite, così da poter inserire un elemento casuale nel processo. Gentle Spirit è il primo lavoro che vede una band e molti ospiti ad aiutarmi, il che è stato una gioia”.
Nella piena riuscita della quale ricopre un ruolo indispensabile la conoscenza dei tanti “ieri” del rock, rivitalizzati con mano abilissima: “Traggo intuizioni e sonorità da certe formazioni psichedeliche che mi piacciono come JK & Co., ma la lista delle mie influenze è lunghissima: J.J. Cale, John Prine, Gary Higgins, Andy Cabic, Skip Spence, Canned Heat e – sin da ragazzino – John Lennon e Neil Young. Per quanto uno voglia scegliere e indicare noni strani o semisconosciuti, ritengo che ciò che ti influenza davvero e ciò che tu vorresti ti influenzasse restano due cose diverse“.
E’ frutto d’amore e competenza, la musica di Jonathan Wilson. E’ un regalo forse troppo bello per anni incerti, confusi e frettolosi. Fatelo vostro senza esitare.
