Le shifty adventures di un giovane settantenne
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Alessandro Liccardo
- 6 Novembre 2012
Ci sono molti buoni motivi per tornare a parlare, nel 2012, di mr. John Davies Cale. Certo, questo è l’anno della riedizione celebrativa (anche in veste super deluxe) di The Velvet Underground and Nico, ma anche quello che segna il suo ritorno discografico – anticipato lo scorso anno dall’Ep Extra Playful, primo tassello della collaborazione con l’etichetta Domino – con l’album Shifty Adventures In Nookie Wood. I più fortunati lo vedranno anche alla BAM Howard Gilman Opera House di Brooklyn, il prossimo gennaio, alle prese con Life Along the Borderline: A Tribute To Nico insieme ad altri ospiti e con la rivisitazione integrale del già riproposto Paris, 1919 (ancora oggi tra i suoi lavori più accessibili), che festeggerà quaranta primavere.
Shifty Adventures in Nookie Wood, dicevamo. In Inghilterra possono vederci un riferimento allusivo all’amplesso (“Do you wanna have some nookie?” sembra sia un’espressione che lascia poco spazio all’immaginazione), eppure il senso del titolo è più complesso, tetro e stravagante: l’ispirazione arriva nientemeno che dal Giappone, dalla foresta Aokigahara (“Il mare degli alberi”), resa famosa nei primi anni Sessanta da Seicho Matsumoto e celebre ancora oggi in tutto il mondo per l’incredibile tasso di suicidi (si parla di una media di trenta all’anno) che si verificano da quelle parti.
Nato nel Galles ma arrivato a New York a ventun anni, Cale attirò le attenzioni di Aaron Copland e fu attivo nell’avanguardia prima di fondare insieme a Lou Reed (col quale si è ricongiunto tanti anni più tardi per Songs For Drella) una delle band più influenti di tutti i tempi. Sebbene di solito si associ l’immagine ad altri artisti come David Bowie e Madonna, quella del “camaleonte” gli si addice particolarmente: se Paris, 1919 è la sua visione del chamber pop, è anche vero che si deve a lui la produzione del debutto proto-punk degli Stooges datato 1969 e di Horses di Patti Smith, tanto per citare due dischi passati alla storia. Amante del rischio, delle novità, ci ha insegnato come anche il suono della viola può “dronare” e, prima di Jeff Buckley, k.d. lang e un’infinità di colleghi che l’hanno aggiunta al proprio repertorio, ha riconosciuto la bellezza di Hallelujah di Leonard Cohen, che interpretò per il tribute album I’m Your Fan. La recente, interessante compilation Conflict & Catalysis: Productions & Arrangements 1966-2006 ben incapsula il suo ampio e variegato curriculum artistico (tra i suoi partner di lusso ci sono i Modern Lovers, gli Squeeze, gli Happy Mondays e i Jesus Lizards); dopo esserre sempre stato avanti nelle intuizioni, negli anni Novanta si è crogiolato un po’ con artisti-simbolo della new wave del decennio precedente come Siouxsie (The Rapture) e Marc Almond (è lui a suonare il piano in Love To Die For e Come In Sweet Assassin, quest’ultimo uno dei pochi momenti davvero riusciti nel farraginoso Fantastic Star dell’ex cantante dei Soft Cell). Ora ci racconta che la sua passione è l’hip-hop – cita Erykah Badu, Dr. Dre, Eminem – ma è difficile non intuire che nella sua proposta c’è anche molta nu-new wave.
Nookie Wood è un disco di contrasti, mescola mood diversi, con coraggio e il più delle volte con successo. Per il precedente blackAcetate del 2005 John Cale compose le canzoni al piano e alla chitarra, ma stavolta – racconta – ha scelto un approccio meno ortodosso. C’è molto studio, ma anche molta improvvisazione (Cale qui suona quasi tutti gli strumenti). C’è l’AutoTune che fa capolino, per esempio, in December Rain (più Pet Shop Boys dei Pet Shop Boys stessi!). Poi c’è Danger Mouse (Gnarls Barkley, ma anche i Broken Bells con James Mercer degli Shins), già all’opera con i Black Keys, Norah Jones (Little Broken Hearts), i Gorillaz e Beck, che si diverte in una jam session con l’eterno ragazzo settantenne dal ciuffo improbabile.
John Cale non ama parlare del proprio passato (“lo rivisito giusto quando devo creare setlist per i miei concerti”), ma a ripercorrerlo oggi ci pensano, con riverenza, artisti come Agnes Obel (che ha riletto Close Watch per Philharmonics) e gli Awesome New Republic (Fear Is A Man’s Best Friend). L’artista ha smesso da tempo di assumere droghe (quella più forte adesso, rivela, è il caffè) ma non ha perso la voglia di stupire, di stare attento alla nuova musica che lo circonda, perfettamente sintonizzato con gli umori del nostro tempo (già in Hobosapiens del 2003 si respirava aria di Beta Band, Elbow e Radiohead).
Sì, spero lo si possa avvertire chiaramente. E’ quello che cerco di fare ogni volta, creare qualcosa di totalmente nuovo, perché non mi piace ripetermi quando compongo nuova musica. L’elemento dell’electronica è molto importante – non ho scritto i nuovi brani al piano o alla chitarra, stavolta; spesso si è partiti da una linea di basso, dalla batteria, da un hook.
Quando entri in studio hai già qualche idea o molto nasce durante le jam session? Mi riferisco in particolare al brano con Danger Mouse, I Wanna Talk 2 U…
Con Danger Mouse è nato tutto esattamente così, improvvisando, sviluppando un’idea strada facendo. Un processo compositivo bottom-up, come potremmo definirlo.
Ho ascoltato Shifty Adventures In Nookie Wood e lo trovo straordinariamente vicino alla nu-new wave che abbiamo ascoltato nel corso del decennio precedente. Questo lo rende classico e, allo stesso tempo, “fresco”. Che tipo di musica ascolti oggi? Quale ti influenza di più?
Dunque… direi Dr. Dre… mi piace molto Eminem, per come stende i propri testi, delle vere storie “estese”. C’è molta black music tra i miei ascolti, è un qualcosa che ho cercato di fare mio (lo si può notare nel brano Vampire Cafe…). Mi piacciono molto certe tracce ritmiche sloppy, ecco. Nell’era del digitale sembra tutto più semplice, ma c’è ancora spazio per l’inusuale: ho scritto la parte del piano di Face To The Sky sull’iPad, che però non ha configurazione Midi… C’è molta elettronica in questo disco, ma non sostituisce del tutto gli altri strumenti. Semmai li completa: il batterista (Michael Jerome Moore, ndr) ha il proprio spazio nella scena sonora.
Spesso quando pensiamo a John Cale ci viene in mente il musicista sperimentatore, avanguardista. Eppure qui emerge molto il tuo lato di storyteller… Anche di vero e proprio “commentatore sociale”, per esempio in Mary in cui affronti con delicatezza il tema del bullismo omofobico, ahimé sempre attuale.
È sempre stato così. Non interessa cosa fai: sei sempre, inevitabilmente, un commentatore sociale. Poi chiaro, cantautore “di protesta” non lo sono stato mai, però di tanto in tanto sento il bisogno di dire la mia su argomenti che ritengo importanti.
Come scegli i pezzi per i tuoi concerti?
Non ho una regola precisa, tutto dipende da come si inseriscono nel contesto – specie se il set contiene moltissimo nuovo materiale. Anche come dispongo i brani in scaletta dipende dal mood e da cosa voglio trasmettere al pubblico – quindi con quale pezzo partire, quali inserire a metà e quali eseguire in chiusura.
Recentemente hai suonato dal vivo a Chicago insieme ad artisti come Bobby Womack e Zola Jesus. Trovo interessante che quest’ultima richiami Siouxsie e Patti Smith, due artiste rock con una personalità molto forte con cui hai lavorato nel corso della tua carriera. Come vedi, oggi, il ruolo delle donne nel rock e nel cantautorato?
Trovo che Zola sia fantastica! Le donne oggi sono più presenti che in passato, emergono ottimi talenti, il loro ruolo è più forte, più energico. Tutto questo non può che essere positivo.
Pochi mesi fa è uscito un documentario nel Regno Unito, Last Shop Standing, sul boom e sull’attuale crisi dei record shop indipendenti. Se da una parte notiamo che sempre meno persone acquistano cd nei negozi, dall’altra c’è il grande ritorno del vinile. Che ne pensi?
Non so… oggi esce un disco, si fa il CD, il vinile, poi ci sono i download… a me tutte queste edizioni sembrano il più delle volte strategie volte a confondere l’attenzione della gente. Però ritengo ancora importante il ruolo dei record shop indipendenti: non solo sono luoghi in cui è ancora possibile confrontarsi con appassionati, ma c’è un legame speciale tra questi e le band emergenti che giungono, per esempio, a proporre il loro primo Ep…
Quest’anno abbiamo celebrato il centenario della nascita di John Cage. Un tuo ricordo particolare del maestro?
Di Cage ricorderò sempre l’approccio peculiare alla performance, mai eguagliato dai suoi epigoni. Va fatta attenzione ai suoi Pieces, al modo in cui sono organizzati. John, inoltre, non era proprio il tipo di persona cui si poteva dare ordini.
Ti vedremo dal vivo in Italia?
È ancora tutto da definire. Penso che ci vedremo nel 2013.
