L’avant-rock dei Cerberus Shoal

Incontro Chriss, Caleb, Tim, Colleen e Karl (Erin è assente perché bloccato all’aereoporto di New York per non so quale problema con l’erario statunitense….) placidamente accomodati sull’improvvisato scenario dell’Elettropiù di Firenze. I cinque, riconoscendomi quasi per magia, mi chiamano per nome e si dispongono amichevolmente in una sorta di circolo umano dove, come in un ring di simpatetica dialettica, sono sottoposto ad una sequenza di carinerie, sorrisi, doni, attenzioni e subissato di domande sulla scena musicale italiana. Colpisce il casual della postura e la giovane età dei componenti, assolutamente insospettata stando alla densità e maturità della loro musica. Facendo slittare di un paio d’ore il concerto, cui assistono poche decine di spettatori, a causa della totale mancanza d’informazione cittadina intorno all’evento, scopro l’anima, dolce e caparbia assieme, dei leaders Chriss e Caleb, che monopolizzano l’intervista, sebbene l’elegante Colleen intenda spesso spezzarne il circolo vizioso….

Come vi siete conosciuti?

Al Liceo, come tutte le band che si rispettino! Eravamo assolutamente stufi di quell’inutile vita da studenti, che abbiamo sopportato solo perché gia suonavamo.

Il vostro ultimo lavoro ammicca al sound canterburiano stile Matching Mole, Caravan, Wyatt…

Sì, ma il nostro riferimento restano i Red Krayola. Non siamo nostalgici dei primi lavori e lasciamo che la coscienza e la sensibilità di ognuno dei sei musicisti contribuisca all’emergenza del prodotto finale, che non consideriamo mai definitivo o cristallizzato in una forma compiuta e matematica. Ogni performance, ogni concerto è diverso e le composizioni si adattano ed evolvono mentre le eseguiamo. Così, seguendo esse stesse, siamo noi ad imparare, ad “essere prodotti” dalle nostre musiche.

C’è un aspetto politico inedito che si avverte nelle liriche di The Land We All Believe In. Che rapporto avete con il neoimperialismo USA?

Com’è ovvio immaginare, non è Bush il nostro referente per ciò che concerne un ideale politico. Non siamo una band politicizzata ma appare chiarissimo che il ricorso ad una strumentazione internazionalistica ed il fluire libero delle idee richiama un approccio libertario che, dalla musica, alimenta ed attraversa le nostre vite. Pur non costituendo una comune in senso stretto, trascorriamo i nostri giorni sempre molti vicini, accomunati dal minimo denominatore della musica certo, ma imparando tolleranza, osmosi, dialettica.

Il dialogo con la critica, invece, appare conflittuale. E’ così?

Lo è stato abbastanza spesso. Facciamo musica, non filosofia, e tanti sproloqui non ci sembrano opportuni. Pare che i critici avvertano qualcosa di più profondo, nella nostra musica, di quanto noi stessi intendiamo perseguire. Siamo ovviamente contenti quando veniamo incensati e ci dispiace quando Scaruffi ci strapazza, ma non abbiamo un reale rapporto con la critica, nel senso che non la snobbiamo ma neppure ci curiamo di seguire mode, mercato e vendite.

La vostra musica mostra un floating mesmerico di grande suggestione. Causale od inserito consapevolmente nella partitura?

Ogni intervento strumentale è curato nei minimi dettagli, ma l’enfasi, la personalizzazione del contesto dipende dall’umore, dallo stato d’animo dell’esecutore. Scriviamo i pezzi ma lasciamo libertà coscienziale all’interpretazione. La nostra musica va somministrata più al corpo che alla testa. Se le viscere della vostra pancia entrano in vibrazione ne saremo felici, altrimenti avete sbagliato serata. Caso e caos fanno parte del nostro credo religioso pagano, ma pure causa e determinismo: non abbiamo etichette, non ci piacciono le impostazioni generali, ricorriamo all’intuito ed all’identificazione corpo/mente.

E l’improvvisazione che fine fa?

L’improvvisazione è signora e padrona della nostra tavolozza sonica. Chi non sa improvvisare non sa suonare. Pensiamo di disporre di una buona tecnica strumentale ma c’è ancora molto da fare ed improvvisare è esporsi nudi al fuoco del nemico.

La free form della vostra forma canzone mostra influenze evidenti: Red Krayola, Fred Frith, la scena art-freak berliniana del pre-muro, Frank Zappa…

AAAH! Odio Frank Zappa (Caleb s’inserisce prepotentemente…).

Conosciamo la scena Canterburyana degli anni Settanta, cui guardiamo con reverenza, ma le radici vanno piuttosto trovate nella musica mediorentale, turca, nordafricana. La musica dei popoli, in senso stretto, non ci riguarda: ci reputiamo un gruppo rock a tutto tondo, indipendente, ma rock. L’etnomusicologia è una cosa seria, noi siamo poco seri. La nostra musica può avere una valenza catartica, può anche far ballare, può liberare dai pensieri per qualche ora, e per noi sarebbe più che sufficiente.

Quali difficoltà avete incontrato nella promozione live in Italia?

Grandissime. Stasera (Firenze, Elettropiù – ndr) ci sono pochissime persone ma non so dire se dipenda dalla nostra musica o dal locale. In generale, tutta la tournèe italiana ha avuto difficoltà organizzative, di spostamento, di localizzazione degli eventi e di preparazione. Spesso non riusciamo a provare prima del check-sound, ma non possiamo trasportare i nostri strumenti dagli USA. A Ravenna suoneremo in un festival (coi Red Krayola, ndr) e speriamo che l’organizzazione sia migliore.. d’altra parte le nostre richieste sono molto limitate.

Sempre nel nostro Paese, la distribuzione dei vostri CD è assai lacunosa. Come pensate di risolvere il problema?

Altra nota dolente. Non sappiamo come risolvere il problema della distribuzione indipendente. E’ Wide che, normalmente, si prende carico dei nostri lavori in Italia. Questa distribuzione lavora molto bene ma sono i costi di spedizione che ci uccidono, specialmente quando dobbiamo valorizzare un single od uno split. Dobbiamo pensarci, anzi avresti una soluzione?

No. Sono solo un critico, ma potreste provare ad incidere direttamente in Italia..

E’ vero. Non ci avevamo pensato…

Apprezzati live, mostrate il lato più “tarantolato” e pulsante della performances. Tale stato tachicardico ed orgiastico non è così evidente su disco. Strategia evolutiva o simbiosi col pubblico?

I live non hanno misura. Niente scalette, niente direttive preliminari. Sappiamo cosa e quando accordare, basta guardarsi in faccia. Nella dimensione col pubblico l’appartenenza è totale. Se possibile, passiamo letteralmente in platea, tocchiamo, “spolveriamo” chi ci ascolta. La dimensione teatrale dei concerti non viene mai dimenticata: sarebbe un morire lentamente. Tutti i membri del gruppo assumono posture che possono sembrare, in prima istanza, degne di misura seriosa; in verità la musica, letteralmente, ci possiede, ed i nostri muscoli facciali vengono per così dire guidati dal canto della musa…

11 CD, 4 CDS, innumerevoli compilations, sono un gruzzolo forse eccessivo per 5 anni di carriera. Trovate che alcune registrazioni possano, col senno di poi, risultare ridondanti, dispensabili, poco ispirate?

NO!!! Ogni cosa ha il suo tempo. Niente avviene per caso e tutto avviene per incidente. Biografia e discografia sono la medesima scansione temporale di un’ontogenesi che, appartenendo individualmente ad ognuno di noi, nasce dal tempo comune, cui tutti siamo sottoposti.

Progetti per il futuro?

Tornare presto a suonare in Italia in condizioni ottimali, perfezionando la comunicazione, adottando un circuito indipendente ma collegato col pubblico.

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