Infinite Jest
Temporali

La verità ti renderà libero, dopo vent’anni. Celebrando “Infinite Jest”

Discussi la mia tesi su Infinite Jest di Foster Wallace (sempre pronunciato col doppio cognome, per distinguerlo da Edgar Wallace) nel luglio del 2008. Era un giorno d’estate romana. Incontrai la mia correlatrice – una professoressa di sociolinguistica – poco prima della discussione. Tutto ciò che riuscì a dirmi nella fretta del momento fu: «mi è piaciuta molto». Una frase come quella può dare un grande slancio all’ego, ed è una cosa abbastanza strana, se ci penso ora: lo scrittore e il libro che più mi armarono a combattere l’autoreferenzialità (quella regione della persona in cui l’autostima diventa un valore linguistico e una moneta di scambio nelle conversazioni) che solleticavano il me stesso di allora.

Il primo febbraio 2016 Infinite Jest ha compiuto vent’anni. Si tratta, che siate o meno fan dello scrittore statunitense, di un evento speciale: perché il libro in questione è un mattone di 1089 pagine (edizione italiana), perché al suo interno un decimo delle pagine è fatto di note, perché è scritto in mille modi differenti a seconda dei personaggi, perché rappresenta l’opera più importante, per mole e ambizioni, di uno scrittore che da allora ha conosciuto una fama enorme, anche in Italia. Qui da noi Wallace ha generato migliaia di omaggi: testi teatrali (su libri praticamente impossibili), hype indie (la citazione de I Cani), le scuole di scrittura e gli eventi in memoria di, gli editor/scrittori e gli autori di reportage segnati da quello stile che tutto fotografa, tutto ingloba, lasciando poco spazio al non visto o al – non so come altro scriverlo – non ricoperto dalla luce dignitosa dell’informazione (non intesa come news, ma come dato più o meno oggettivo). Le pubblicazioni postume, le interviste, i saggi, Il re pallido. La cosa divertente è che chi lo ha letto prima di questa fase potrebbe girare per i circoli letterari urlando «io lo conoscevo già prima che diventasse famoso». Una di quelle strane rivincite nei confronti del mondo che pare ci diano soddisfazione, quando in realtà ci isolano soltanto.

Se avete letto Infinite Jest saprete che è pieno di temi: la dipendenza, la compassione, il guardare, il piacere, la droga, il dolore e la fuga da esso, l’esistenza collettiva su cui si allunga sempre più la mano dell’advertising, le menomazioni, la grammatica, i rapporti familiari, la competizione. Ma il vero focus, quello che poi – ci permettiamo di dire – invade tutta l’opera di Wallace, è il paradosso che regola le nostre vite. Il paradosso che l’autore esprimeva nella frase televisiva «cerca di essere spontaneo» o in momenti estremi e manichei come quello che succede a Gately nel libro: ex-tossico, ferito pesantemente dopo uno scontro, non può prendere l’unica droga che potrebbe salvarlo perché era quella da cui era dipendente, il Demerol. Questa è forse la più grande lezione morale di Wallace (Wallace non aveva paura di affrontare temi morali in anni di profondo disincanto e cinismo): l’essere umano così com’è è una creatura costantemente immersa negli impulsi, tecnologici e non, della società, impulsi che lo mettono costantemente di fronte alla propria insormontabile incapacità di coerenza. Sta a voi scegliere da che parte stare in questo marasma di opzioni che è la vostra persona nel rapporto con gli altri (se i lettori di Wallace stanno pensando al discorso di Questa è l’acqua, stanno facendo bene).

20 anni dopo questo ragionamento regge ancora, almeno in parte. L’analisi del mondo com’era si è però allargata verso nuovi lidi, diversi da quelli che Wallace viveva. La tecnologia pervade le nostre vite, lo schermo della TV è diventato più piccolo e portatile, i paradossi e la complessità in cui viviamo sono talmente presenti da avere invaso – anche agli occhi più lucidi – il campo di ciò che è semplice, i contesti politici sono sempre più regolati dalla capacità di maneggiare la comunicazione (senza essere apocalittici o marxisti). Oggi non c’è più uno scrittore come Wallace per avere il polso sulla situazione (polso che lui teneva con una scrittura talmente polimorfa che potevi ritrovarti a ridere e piangere nel giro di pochissimo, come solo i grandi sanno fare – pensiamo a Fante), ma resta Infinite Jest. Un libro che riesce a farvi sentire a casa quando questa è una realtà in cui l’assurdo e l’ordinario viaggiano a braccetto, divertentissimo da leggere e anche il più doloroso tra i suoi scritti, con quel suo strano contrasto tra personaggi depressi e situazioni comiche. E che, come gran parte delle storie in esso contenute, getta una luce di profonda compassione verso gli esseri umani: noi tutti, persone, aspiranti scrittori, editor, hipster, indie, lettori, o semplicemente ragazzi laureati a luglio del 2008, due mesi prima che il loro scrittore preferito si suicidasse.

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