Spazi vuoti per scolpire suoni
-
Fabrizio Zampighi
- 18 Aprile 2013
Una curiosità musicale con pochi pari, quella della canadese Julia Kent. A scorrere la sua biografia c’è quasi da perdersi, tanto è diversificata e schizoide: gli anni Novanta trascorsi nei Rasputina di Melora Creager (per gli over trenta: ricordate la violoncellista che suonò Dumb con i Nirvana nel 1994 a Tunnel, la trasmissione con Serena Dandini e Corrado Guzzanti? Era la Creager) a sperimentare tra archi e rock alternativo; featuring e collaborazioni che vanno da Angels Of Light a Sheryl Crow, da Martha Wainwright a Devendra Banhart, da James Iha al nostro Paolo Spaccamonti; un passato prossimo nei Johnsons di Antony Hegarty che forse rappresenta la parentesi più nota della storia della Kent. Il tutto per assorbire visioni musicali e approcci diversi, da centrifugare in una carriera solista indirizzata verso la contemporanea (su tutti, Arthur Russel) come pure in bilico tra avant e musica da camera.
Il fulcro di tutto è una dinamicità di fondo figlia del contesto biografico almeno quanto di una tensione compositiva che ogni volta cerca di nuovi stimoli, come testimonia anche la discografia dell’artista. Un humus creativo innaffiato dall’approccio solitario al violoncello e da campionamenti, multilayer, field recording, sempre ricondotti a un concept diverso: un Delay del 2007 dedicato alla transitorietà fisica, ma anche emozionale degli aeroporti (luoghi di passaggio senza inizio e senza fine in parte descritti, tra intrattenimento e surrealismo, anche dal film The Terminal del 2004 con Tom Hanks); l’Ep Last Day In July (2010) con i suoi quattro brani piovosi e malinconici ispirati alla natia Vancouver e alla fine dell’estate; un Green & Grey del 2011 che indaga il rapporto tra mondo naturale e mondo creato dall’uomo.
L’ultimo in ordine di tempo è il Character uscito nel 2013. L’etichetta responsabile della pubblicazione è la Leaf, per un disco che rappresenta un deciso passo in avanti rispetto al passato. Questa volta il violoncello della canadese sposta l’attenzione sull’introspezione, ma non è tanto questo a differenziare il lavoro, quanto una concezione della musica che cambia nella sostanza: meno arrangiamenti accademici, più spazi vuoti e più attenzione per le architetture dei brani, su una musica che si fa immaginifica come non è mai stata prima. Di questo ed altro abbiamo parlato con la diretta interessata, in un’intervista che si è rivelata anche una buona occasione per qualche consiglio discografico.
Character esce per Leaf, la stessa etichetta che ha pubblicato Cosmos di Murcof. Credi che il tuo nuovo disco abbia qualcosa in comune con l’idea di musica che Murcof ha teorizzato in quel classico?
Non conosco bene quel disco, mi spiace. Di certo, però, sono molto contenta di lavorare con Leaf. Ammiro la loro estetica.
Ti consideri una musicista contemporanea? Cosa significa “contemporaneo” per Julia Kent?
In un senso generico, naturalmente mi ritengo una musicista contemporanea, nel senso che faccio musica nel presente. Credo che per me “musica contemporanea” significhi musica che è influenzata dai tempi in cui viviamo. In realtà non sono mai abbastanza sicura sul come definire me stessa o la musica che faccio.
Character rappresenta una buona sintesi tra avanguardia e approccio classico al suono del violoncello. Canzoni più oscure come Kingdom o Tourbillon coesistono con brani malinconici come Flicker. La musica è inoltre piena di livelli “nervosi” e profondi, pur trasmettendo una forte idea di organicità. Credi che il tuo ultimo lavoro sia in assoluto il più rappresentativo per te? Che tipo di “concept” volevi veicolare con il disco?
Sebbene tutti i miei dischi siano in qualche modo rappresentativi, nel senso che esprimono il mio mondo musicale ed emozionale, credo che Character sia forse quello più personale, influenzato com’è più da uno stato emotivo interiore che da atmosfere e concept esterni. L’ispirazione per il disco arriva dall’idea che noi siamo tutti personaggi (“characters”, ndr) nella narrazione della nostra vita, ma non necessariamente abbiamo il controllo sulla narrazione che potrebbe avere uno scrittore. Così, da un certo punto di vista, il disco parla del sentiero della vita e delle svolte inaspettate che può prendere.
La musica che suoni non ha confini definiti. E’ qualcosa che si sviluppa tra gli spazi vuoti e il looping. Quali elementi consideri importanti nel momento in cui scrivi un brano?
E’ verissimo che non ci sono confini ben definiti nella mia musica. I brani vengono sviluppati più attraverso un procedimento tecnico vero e proprio che grazie alla classica composizione (sebbene vi siano comunque, all’interno dei brani, elementi legati alla scrittura). Il procedimento coinvolge il looping e quindi va più per addizione che per sottrazione. Cerco sempre di trovare spazi all’interno della musica per scolpire nuovi elementi.
In che modo l’elettronica o i field recording completano il tuo suono?
I field recording che ho utilizzato nei dischi precedenti sono stati un tentativo di portare atmosfere esterne all’interno della mia musica: gli aeroporti nel caso di Delay, il mondo naturale in Green And Grey e i suoni della città in cui sono nata in Last Day In July. In Character credo che questo tipo di suoni sia meno riconoscibile. Ho usato suoni che ho trovato, per poi processarli e trasformarli in qualcosa d’altro. Per quanto riguarda l’elettronica, cerco sempre di creare suoni che siano complementari o in contrasto con le qualità timbriche del violoncello. Così facendo, tendo a gravitare tra suoni dai toni alti o percussivi e beat che rimangono sulla superficie, invece di stare sotto.
Come ha modificato il tuo approccio alla musica o la tua personalità l’aver suonato con Antony Hegarty e nei Johnsons?
Suonare con Antony e con i meravigliosi musicisti che gli stanno attorno è stata una grande gioia e un privilegio della mia vita. Ho imparato molto da lui, sulla musica ma anche sulla vita. Lui è davvero speciale, sia come persona che come artista.
Sei spesso in Italia: cosa pensi della scena musicale del nostro Paese?
Mi sento molto fortunata per il fatto di poter suonare così spesso in Italia e di poter collaborare con musicisti italiani meravigliosi. Ho appena concluso un interessante collaborazione, a Torino, con Paolo Dellapiana, Paolo Spaccamonti e Ivan Bert, promossa dall’associazione Musica 90. La stessa Musica 90 farà uscire un disco live con quel concerto. Credo che la scena italiana contenga un’enorme varietà di talenti: al suo interno, molti musicisti fanno una musica davvero personale e unica.
Cosa stai ascoltando al momento?
La prima cosa che ascolterò – ricollegandomi alla tua prima domanda – sarà sicuramente Cosmos di Murcof! Ultimamente sto ascoltando molta musica per film, inclusa quella di Mihaly Vig’s per le pellicole di Bela Tarr, quella di Ernst Reijseger’s per il cinema di Werner Herzog e quella di Johnny Greenwood per The Master. Per quanto riguarda i dischi più recenti, ho ascoltato il nuovo di Grouper, Novaya Zemlaya di Thomas Köner e Music For The Quiet Hour di Shackleton (musica fredda per la stagione fredda!). Ascolto anche molta musica classica e classica-contemporanea: torno spesso su su Little March Girl Passion di David Lang, che è davvero un disco fondamentale per me. In occasione della veglia funebre per la morte di Jonathan Harvey ho riscoperto la sua musica, specialmente Tombeau De Messaien.
Dischi o musicisti fondamentali per Julia Kent?
Le persone che mi hanno influenzato di più e sulla cui musica ritorno costantemente sono persone come Arthur Russel, Ernst Reijseger e Tom Cora. Artisti che hanno creato musica personalissima usando il violoncello. World Of Echo di Arthut Russel è davvero una pietra miliare per me: è un lavoro così intimo, fragile e bello che riesce ad essere anche immensamente potente. La musica di Ernst Reijseger per Hearsay of the Soul di Werner Herzog continua ad attrarmi. Anche Robert Ashley è uno dei miei eroi personali: l’anno scorso, a New York, siamo stati fortunati testimoni di molti concerti legati alla sua musica ed è stato bello poter avere una visione così ampia della sua produzione artistica.
