Blues Run The Game
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Giulia Antelli
- 20 Ottobre 2013
Di artisti sepolti dall’inesorabile polvere del tempo è piena la Storia. La lista è lunga, ma basta poco per vedere che, a volte, il destino restituisce almeno un po’ di quello che si è preso. Altre volte, invece, succede che il mito e la leggenda si creino negli anni a venire, quando la sorte beffarda decide di consegnare direttamente ai posteri la fama e il successo mai goduti in vita. Giusto per fare un paio di esempi, potremmo citare due personaggi il cui percorso ha finito per tracciare eccezionali parabole musicali ed umane, ovvero Sixto Rodriguez e Nick Drake, entrambi simboli di quel gioco spietato che, spesso, fa in modo che la musica diventi il risultato tanto delle logiche commerciali quanto dell’amara ironia dell’esistenza. Tuttavia, ci sono altre vite, altri musicisti, altri uomini, che, semplicemente, sono stati toccati soltanto dall’oblio, e allora può volerci solo il caso – o la fortuna – per fare in modo che si possano riscoprire fantasmi perduti. Ed è qui che entra in scena il protagonista di questa storia, Jackson C. Frank, the most famous folksinger of the 1960s that no one has ever heard of.
Catch a boat to England, maybe to Spain
Jackson Corey Frank nasce il 2 marzo 1943, nella gelida cittadina di Buffalo, stato di New York. Dopo aver trascorso l’infanzia in Ohio e dopo aver mosso già da bambino i primi passi nel mondo del canto, si trasferisce assieme alla famiglia di nuovo nella periferia suburbana di New York, questa volta a Cheektowaga. È qui che, a soli undici anni, comincia la vicenda umana e musicale del cantautore, segnata tanto dalla tragedia quanto da un amore profondo e incondizionato per la musica folk. A scuola, durante una lezione di musica, avviene un’esplosione all’interno di una delle aule, che uccide gran parte dei compagni e ustiona Jackson su oltre il cinquanta per cento del corpo. Costretto a passare i mesi successivi su un letto d’ospedale, è qui che avviene il primo, salvifico, incontro con la chitarra acustica, che lo porterà ad avvicinarsi al rock and roll, in particolare ad Elvis Presley. Leggenda vuole che il Re in persona, alcuni anni dopo, abbia guidato il giovane musicista alla scoperta di Graceland, anche se è già presente in Frank una grande passione per il folk, in particolare per l’old time music e i vecchi traditional della Guerra di Secessione.
Poco tempo dopo, con il ragazzo al college e ormai deciso a lasciar perdere la carriera di musicista, accade qualcosa – un ennesimo scherzo del destino – che stravolge gli eventi. Dopo dieci anni, infatti, Frank riceve il risarcimento per l’incendio di Cheektowaga: oltre 100 mila dollari, una somma più che ingente anche per l’epoca – il 1964 – che gli permette, appena ventunenne, di saltare su una nave diretto verso l’Inghilterra. Il viaggio, per molti versi, segnerà in modo irreversibile non solo la carriera, ma anche tutta l’esistenza del cantautore: è qui che, a bordo della Queen Elizabeth, nascono la melodia e le parole di Blues Run The Game, il suo pezzo più celebre. Un brano che lui stesso descrisse come “un racconto sulla mia vita e il mio stato d’animo di quel periodo”: in altre parole, la storia di un ragazzo troppo giovane intrappolato nel suo passato e con molti soldi in tasca, ma anche uno dei capolavori più sottovalutati della tradizione folk anni ’60.
Arrivato in Inghilterra nel pieno della Swingin’ London con mezzi economici praticamente illimitati, Frank si inserisce immediatamente nella scena musicale del periodo. Dopo poche settimane, avviene l’incontro che, musicalmente parlando, gli cambia la vita. Grazie ad un’amica in comune, conosce un duo folk newyorchese di stanza a Londra, il cui album di debutto, Wednesday Morning, 3 A.M., uscito appena un anno prima, è stato essenzialmente un flop. Si tratta di Paul Simon e Art Garfunkel. Il successo planetario di Sound Of Silence sarebbe arrivato qualche mese dopo, ma a quell’altezza i due erano, allo stesso modo di Jackson, giovani musicisti che tentavano di far fortuna nella terra madre del folk. Dopo aver ascoltato una manciata di canzoni, Simon decide immediatamente di produrre l’esordio del ventiduenne di Cheektowaga. Registrato in meno di tre ore nei CBS Studios di New Bond Street, Jackson C. Frank segna il punto di partenza, ma anche di arrivo della carriera del cantautore: dieci canzoni inserite perfettamente nella tradizione del classic folk inglese, dove minimalismo acustico e crepuscolarismo blues si fondono per dare vita ad un disco che, in poco più di trenta minuti, si trasforma in una sorta di testamento non solo musicale, ma anche e soprattutto umano.
Dall’archetipo folk di Blues Run The Game, passando per i toni di protesta di Don’t Look Back – ispirata, pare, a un omicidio a sfondo razzista nell’Alabama di quegli anni – e gli echi traditional di Kimbie, Jackson C. Frank si colloca, suo malgrado, all’interno di un genere che esprimerà tutte le sue potenzialità solo negli anni a venire (pochi, per la verità). A ben guardare la situazione dell’epoca, infatti, l’Inghilterra si trova nel pieno della Beatles-mania e non stupisce che il pubblico, ancora, non sia pronto per le pacate atmosfere acustiche che caratterizzeranno il resto del decennio. Scarno, lirico ed essenziale come pochi altri lavori, il qui presente è un album diviso tra due culture, quella americana e quella inglese, debitore tanto alla lezione dei vecchi menestrelli blues ascoltati durante l’infanzia, quanto alla poetica ineluttabilità del folk britannico. La stessa che avrebbe influenzato un altro capolavoro del genere, Pink Moon. Pare che Nick Drake conoscesse molto bene il lavoro di Frank, tanto da riprenderne alcuni brani, e, a suo modo, anche lo stesso genio disperato e la stessa tragica esistenza. Un percorso che li accomunerà sotto molti punti di vista, anche se per Drake la sorte sarà un po’ più benevola, benché solo dopo la sua morte: se Pink Moon è la pietra miliare che tutti conosciamo oggi, forse è anche grazie all’esordio eponimo di Frank, grazie a quella scrittura sempre tesa nel tentativo di esorcizzare i propri fantasmi, di curare, inutilmente, le proprie cicatrici. Le stesse che, fin da bambino, Jackson cercava di cancellare dal corpo e dall’anima, con brani che riflettono sia la desolante quiete della disperazione (I Want To Be Alone), sia l’amara consapevolezza per la fine di una relazione (You Never Wanted Me). Ai tenui arpeggi della chitarra si accompagna una voce profonda, quasi baritonale, e tuttavia in grado di esprimere una disincantata innocenza, come ad esempio nel blues spettrale di My Name Is Carnival o nell’armonia non-sense di Just Like Anything. Un debutto che, inconsapevolmente, costituirà per il musicista inizio e fine di una carriera mai davvero cominciata, ma allo stesso tempo incredibile e senz’altro degna di una accurata riscoperta.
The blues are all the same
Sul cammino musicale del personaggio, si può aggiungere poco altro. Assieme a un paio di ristampe – Jackson C. Frank Again del 1978 e la raccolta Blues Run The Game del 1996 -, gli esiti commerciali della breve discografia di Frank si riducono all’apprezzamento di un pubblico fin troppo ristretto, o meglio, quasi inesistente. Tutte le uscite, debut compreso, sono accolte da una generale indifferenza, anche se, a Simon And Garfunkel, si aggiungono altri ammiratori illustri tra cui Sandy Denny, Bert Jansch, John Renbourn, Roy Harper e Al Stewart. In pochissimo tempo, inoltre, gli insuccessi professionali portano Frank al declino personale: la morte del figlio, prima e il conseguente divorzio dalla moglie Elaine Sedgwick (cugina, peraltro, della più nota Edie) poi, lo riducono nel giro di qualche anno all’ombra di se stesso, talmente disperato da decidere di tornare a New York nel vano tentativo di ritrovare Paul Simon e finendo invece a dormire sulle strade di Manhattan. Si aggrava anche la depressione che lo perseguita fin dall’incidente di Cheektowaga, al punto da essere ricoverato in un centro psichiatrico con la diagnosi di schizofrenia paranoide. In sostanza, una lunga parabola discendente, che culminerà, nel 1994, con la perdita dell’occhio sinistro, a causa di un colpo partito da una pistola ad aria compressa usata da un gruppo di ragazzini.
Legacy
A quattordici anni dalla morte, avvenuta per arresto cardiaco il giorno dopo il suo cinquantaseiesimo compleanno, Jackson C. Frank può ancora essere considerato come uno dei miglior cantautori dimenticati degli anni ’60. Se nel corso degli anni, schiere di musicisti hanno riscoperto e rivalutato la sua musica – giusto per fare qualche nome, basti pensare a Mark Lanegan, Robin Pecknold dei Fleet Foxes e Laura Marling, ma perfino a degli insospettabili Daft Punk, che hanno riutilizzato I Want To Be Alone nel film musicale del 2006 Electroma -, ad oggi l’eredità che lascia è per molti ancora nascosta, e, per certi versi, oscura. Per il 17 settembre è prevista una ristampa del vinile del primo disco, fino ad ora praticamente introvabile, tramite l’etichetta 4 Men With Beards, mentre per la primavera 2014 è atteso un box set contenente brani inediti e demo, via Ba Da Bing. Unico erede legale di tutto il materiale di Frank è Jim Abbott, un uomo residente nell’area di Woodstock che, a metà anni ’90, scoprì il nome del musicista grazie ad una dedica fattagli su un disco da Al Stewart – To Jackson, all the best, Al Stewart. Abbott ha ritrovato Frank in uno dei momenti peggiori della sua vita e ha cercato di rilanciarne la carriera facendolo emergere dalle nebbie della depressione: l’incontro tra i due è un altro esempio di come tutta la vita del musicista sia stata scandita da continui momenti di ascesa e caduta, da perenni tentativi di risalire la china dell’insuccesso. A differenza di Nick Drake, però, il Nostro non è riuscito a far sì che il mondo si accorgesse del suo immenso talento, nemmeno dopo la sua morte: vale perciò la pena raccontare la storia di un artista che, con un solo album, ha ridefinito i canoni di un genere, anticipando di diversi anni ciò che il pubblico avrebbe accolto solo in seguito. Un mito avvolto in egual misura dalla leggenda e dall’oblio, un eroe byroniano che lascia dietro di sé un capolavoro purtroppo ancora dimenticato, ma senz’altro imprescindibile.
