Musica politica oggi
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Massimo Rancati
- 15 Aprile 2013
Se persino Wikipedia sfoggia un paragrafo interamente dedicato ai rapporti – non propriamente idilliaci – con i media, è facile comprendere quanto ci abbia sorpreso ricevere proposta di intervista dai The Knife e, a maggior ragione, ritrovarci sommersi da un’eterogeneissima mole di materiale. Non soltanto l’usuale cartella stampa, ma anche il contorto, intrigante manifesto scritto da Jess Arndt, le strisce a fumetti realizzate dalla collaboratrice Liv Strömquist ed il criptico testo del short film The Interview (creato in combutta con Marit Östberg e recentemente diffuso sul web). Tutto ciò è stato messo, con largo anticipo, a nostra disposizione per prepararci alla discussione con Karin e Olof nel miglior modo possibile.
Poi l’intervista, originariamente fissata per la metà di febbraio e saltata per problemi di salute di Olof, è stata rimandata al mese seguente con allegato altro materiale e la richiesta di fornire il testo integrale a mo’ di proofreading prima della pubblicazione, visto che un quotidiano inglese aveva giusto mal interpretato alcune dichiarazioni rilasciate dal duo.
Come sarà chiaro dai toni e dagli argomenti dell’intervista, i gemelli Dreijer non hanno irrigidito i rapporti con la stampa, ma preferiscono controllarne maggiormente l’output. Shaking The Habitual rappresenta l’opera più libera, autorevole e significativa, uno statement assieme artistico e politico, un doppio album diviso tra canzone e sperimentazione. Non sono accettati fraintendimenti.
A parte i vostri side-project e l’electro-opera Tomorrow In A Year, cosa avete fatto in questi sette anni da Silent Shout? Quale è stata la miccia che ha generato il nuovo album?
Karin: Abbiamo iniziato a lavorare a Shaking The Habitual tre anni fa. Credo che ciò che ha fatto partire il progetto sia stato il fatto che abbiamo molto discusso riguardo a molteplici modi di combinare i nostri interessi politici. Abbiamo pensato che sarebbe stato fantastico riuscire a studiare più a fondo socialismo, ideali femministi ed i loro problemi correlati, e per farlo ci siamo procurati e abbiamo letto svariate teorie a riguardo. Ci siamo quindi chiesti se sarebbe stato possibile combinare queste letture col fare musica. Dalle basi e dai punti comuni che ne sono risultati è partito il tutto.
Shaking The Habitual è enorme ma, musicalmente parlando, credo possa essere anche visto come una sintesi della vostra discografia, dato che contiene sia gli electro-banger di Deep Cuts e Silent Shout , sia gli episodi operistici di Tomorrow In A Year. E’ anche chiaro come vi siate d’altro canto superati: ad esempio, le vocals di Karin non sono mai state in tale, continua, mutazione come in questo lavoro. Come descrivereste il nuovo disco nella sua apparenza sonica? Quali sono gli aspetti sui quali vi siete concentrati di più e avete sperimentato questa volta?
Karin: È una bella domanda… [ride]
Olof: A te come suona?
Come ho detto, credo che ci sia tutto ciò che abbiamo mai sentito dai The Knife, ma portato all’eccesso, sospinto oltre i propri limiti. Per esempio, i due singoli Full Of Fire e A Tooth For An Eye mi suonano non lontani dall’estetica di Silent Shout. Sono diretti come lo erano alcune canzoni di quel disco, ma con estensione di entrambi in termini di minutaggio e spettro sonoro coinvolto. Vi sono, allo stesso modo, episodi operistici quale A Cherry On Top, così come il vostro “trademark tribale” in Without You My Life Would Be Boring. Credo inoltre che il “lato atmosferico” della vostra musica sia quello su cui avete sperimentato di più – vedi i diciannove minuti di Old Dreams Waiting To Be Realized dove vi muovete praticamente full-on drones – oltre che – e questo è ciò che più mi ha impressionato – sulle vocals di Karin lungo tutto il disco. C’è persino una traccia, Wrap Your Arms Around Me, in cui le stesse risultano vicine come non mai a quanto fatto in passato coi Röyksopp (What Else Is There, ndr).
Karin: Ci hai preso! [ride] Per quanto riguarda le vocals ho voluto provare cose che non avevo mai fatto prima, oppure combinare differenti modi di processarle in maniere che non avevo ancora provato. Tentare molteplici combinazioni e stare a vedere che vien fuori è, in generale, una strategia che abbiamo adottato parecchio [questa volta].
Per quanto riguarda i testi, avete dichiarato di aver tratto ispirazione anche da inni politici dei 70s. Quali in particolare?
Karin: Abbiamo guardato a certa musica svedese, come quella del collettivo teatrale The National Theatre (che ha fatto un teatro estremamente politico nei 70s). E abbiamo anche ascoltato parecchio materiale di un altro progetto chiamato The 10th Project. È stato utile all’idea [che sta dietro al disco] di cui abbiamo discusso in precedenza: come si può fare musica politica oggi? Cosa è musica politica oggi? Credo vi siano diverse risposte a questi interrogativi: una cosa che può essere smaccatamente politica sono, ovviamente, i testi; ma all’interno dei testi le canzoni si muovono anche attorno a diversi argomenti, tutti – anche se non direttamente – in qualche modo politici.
Credo che siate riusciti a rendere inno politico lo stesso Shaking The Habitual. E con questo voglio anche dire che Full Of Fire mi sembra particolarmente adatta a prendere il posto di Heartbeats – che è stata usata come tema delle manifestazioni violente di fine anni 2000 – come canzone di protesta. Chi sono questi uomini bianchi che controllano le nostre storie, oltre ai pruriginosi liberali di cui cantate nel brano?
Karin: C’è parecchia rabbia in quella canzone, perchè il diritto di scrivere la storia è stato tolto a moltissime persone. Alle donne, per esempio, ma anche al sottoproletariato e alla classe operaia. Ed, altrettanto, è diventato privilegio di uomini ricchi e bianchi quello di scrivere la storia, compresa, ad esempio, la storia della musica. Insomma Full Of Fire scalcia in svariate direzioni.
Vado per un secondo off topic – ma forse non così off topic – e mi muovo sulle notizie di cronaca: quale è la vostra opinione riguardo al Papa dimissionario, al nuovo Papa e alla chiesa in generale?
Olof: È fantastico, no? [ride] È stato molto interessante seguire la vicenda del Papa dimissionario. Voglio dire, persino in Svezia, e quindi persino in una terra del Protestantesimo, nei servizi dei telegiornali hanno intervistato molte persone, hanno cercato di farle apparire tutte, indistintamente, incredibilmente tristi per l’accaduto e quindi trascurato volentieri ciò che il Papa rappresenta politicamente. È davvero notevole quanto lui sia popolare nonostante il suo essere incredibilmente sessista, omofobico, razzista e tutto il resto. Ma quali sono le ultime news? C’è già un seguito?
Hanno appena eletto un nuovo Papa, argentino e che si ritiene dalla parte dei poveri. Per esempio, viaggia in metropolitana e porta un anello papale in argento invece che in oro. Ma la sua “vera natura” pare essere già controversa, dato che sono spuntati alcuni articoli che affermano che, in passato, si schierò dalla parte della dittatura argentina e autorizzò l’arresto di un paio di sacerdoti alle sue dipendenze che lavoravano attivamente nelle baraccopoli…
Olof: Devo leggere qualcosa a riguardo.
Potreste andare più a fondo ed essere ancora più diretti riguardo al “taglio al benessere estremo” che sostenete?
Olof: Per molti aspetti del progetto Shaking The Habitual abbiamo voluto coinvolgere amici e molte altre persone fantastiche che fanno cose fantastiche e, dunque, creare la sensazione di lavorare come collettivo creativo, femminista e socialista. Quando è stato il momento di discutere dell’artwork di copertina, abbiamo pensato a come renderlo politicamente al meglio ed abbiamo invitato la fumettista Liv Strömquist, che sta lavorando da tempo su fumetti femministi e socialisti qui in Svezia. Ci siamo quindi incontrati ed abbiamo discusso riguardo a differenti maniere di lavorare su finanza e analisi femminista applicata all’economia. Alla fine lei ha scelto questo particolare soggetto e credo che quello che ha voluto rappresentare e mettere sotto focus sia il fatto che il benessere, piuttosto che la povertà, è il vero problema per la società. E questo perchè la povertà può esistere soltanto se esiste il benessere. Inoltre, sempre nella cover art, Liv si prende anche gioco dei progetti post-coloniali avviati dall’Europa in Africa, del loro aspettarsi che tutto finisca per sistemarsi se semplicemente si continua a piantare qualche albero (si riferisce all’attuale aumento delle piantagioni monocoltura su larga scala, per molti semplice continuazione del modello affermatosi nel corso del dominio coloniale, ndr) e di altre cose del genere. Spero [l’artwork] che funzioni su vari livelli.
Avete anche parlato di lasciare cadere le vostre vecchie maschere…
Karin: non credo che esista un modo di esibirsi in maniera naturale e non esiste un modo di esibirsi senza maschera. Per cui continueremo assolutamente a lavorare con l’idea di costruire ciò che è naturale e costruire i ruoli di genere.
Sarò deliberatamente provocatorio nella prossima domanda, dato che credo troverete comunque qualcuno che, prima o poi, ve lo farà notare. Per Shaking The Habitual avete parlato anche di agire senza autorità, ma, realisticamente, non sareste stati in grado di permettervi un disco come questo senza il vostro status privilegiato di innovatori e di act tra i più influenti degli ultimi tempi. Sono piuttosto sicuro che ci saranno persone che vi chiederanno se questo sia o meno contradditorio. Cosa rispondereste a costoro?
Karin: Credo che sia molto importante comprendere i propri privilegi. Siamo consapevoli di essere privilegiati nell’avere la possibilità di lavorare su un disco, per esempio, per un lungo periodo. Credo però anche che sia necessario agire fuori da questo status privilegiato. Voglio dire, se hai la possibilità di poter fare un album riguardo a ciò che vuoi, ciò che ne consegue è la responsabilità di usare quel privilegio per realizzare qualcosa che sia significativo. E certamente ciò che è significativo varia da persona a persona ma credo, per quanto ci riguarda, che si sia provato ad utilizzare i nostri privilegi nel miglior modo possibile.
La scena musicale svedese – così come attualmente la conosciamo – è in genere particolarmente garbata. Al contrario, il linguaggio che usate nei vostri testi è realmente forte. E con questo voglio dire, per renderla chiara e tonda, che fate risultare, per esempio, quel “I’m your prostitute, you gon’ get some” di Lykke Li come fosse la dichiarazione di una tenera bambina. Che rapporto avete con la scena locale? Cosa rappresenta per voi Stoccolma?
Karin: Dal punto di vista musicale, non ho molti colleghi a Stoccolma con cui lavoro a stretto contatto. Ecco, potrei dire che considero Jenny Wilson una collega [svedese], dato che ci siamo più volte aiutate a vicenda all’interno della music industry. Mi sento legata a Planningtorock ma lei risiede a Berlino. Non penso molto alla scena svedese, non ne sono particolarmente presa. Per me non è importante che i colleghi in musica siano locati in Svezia, provo davvero soltanto a connettermi con quelli con cui mi sento imparentata.
Spostandoci per l’ultima volta sui fatti di cronaca: in che modo il massacro di Oslo perpetrato da Anders Breivic nell’estate del 2011 ha inciso sulla vostra percezione della realtà scandinava?
Karin: Ci sarebbero parecchie cose da dire, ma cerco di rendertela in breve. In Svezia abbiamo un problema con una forma particolarmente nascosta di razzismo. Magari non è nemmeno così nascosta, ma, in ogni caso, il popolo svedese si considera – o comunque ha una storia nel considerarsi – non razzista. Credo e spero che i fatti del 2011 abbiano quantomeno dato il via a un dibattito sull’argomento.
Avete anche coinvolto nel progetto Shaking The Habitual un’altra artista outsider che non ha mancato di impressionarci: la regista e visual artist Marit Östberg. Come siete finiti a lavorare con lei? Ci direste qualcosa di più riguardo alla sua, apparentemente molto forte, personalità?
Karin: Olof aveva già lavorato molto con lei per il suo progetto Oni Ayhuh. Marit aveva, tra le altre cose, realizzato le visuals per gli show di Olof sotto quel moniker. Da tempo, inoltre, è al lavoro su porno attivista e porno femminista, e quindi abbiamo pensato sarebbe stato interessante chiederle di tirare fuori un film da Full Of Fire. Abbiamo discusso parecchio delle nostre idee comuni e riguardo a quali scene sarebbe stato importante avere in un film come questo… ma davvero, dovresti parlare con lei! [ride] Fa davvero cose fantastiche.
La fotografia del clip di Full Of Fire mi ricorda quella di The Girl With The Dragon Tattoo, in termini di realismo…
Karin: Forse è così. Non ho visto il film, però ho letto i libri.
I vostri live shows sono sempre stati particolarmente teatrali. Cosa ci dobbiamo aspettare dal vostro imminente tour?
Olof: Il nuovo show sarà il risultato di un processo collettivo e femminista. Non posso dirti molto di più per ora. Stiamo lavorandoci su assieme ad un grosso collettivo e non è ancora tutto pronto, ma non appena avremo finito vi faremo vedere qualcosa.
