The dream lives in me, intervista a St. Vincent
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Fernando Rennis
- 21 Maggio 2021
Partire dalla risposta e, lavorando all’inverso, bordare la domanda. Lo diceva Peter Schjeldahl in un’intervista, lo stesso critico e poeta che scriveva sul finire degli anni Settanta: «Mai porre resistenza a un’idea, mai dire no a una contraddizione». Un concetto, quest’ultimo, che attraversa gli argini del paradosso. Infatti, le parole di Schjeldahl sono contenute in I Missed Punk del 1979; quasi anacronistico allineare data e titolo. Eppure, quel fermento della Downtown di New York – meravigliosamente raccolto nel volume Up is Up, But So is Down: New York’s Downtown Literary Scene, 1974/1992 – era solito creare cortocircuiti. Con Annie Clark al telefono dall’altra parte dell’oceano finiamo a parlare anche di questo.
Spogliatasi del latex, St. Vincent riparte dal brulicare dei bassifondi newyorkesi degli anni Settanta, lì dove punk e glam si spintonavano, mentre le sperimentazioni e le provocazioni di artisti come John Cage e Joseph Beuys lanciavano sfide sfrontate a pubblico e critica. La poliedrica Clark ha scelto di ricominciare da se stessa, anzi da uno spaccato di vita molto personale. Mentre nel 2019 Masseduction portava a casa due Grammy, suo padre usciva di prigione dopo nove anni. L’imprinting freudiano e quel dubbio, che prima o poi ci sfiora tutti, sulle colpe dei padri che ricadono sui figli, sono parte delle fondamenta su cui poggia Daddy’s Home, sesto album solista dell’artista di Tulsa.

Ce la ricordiamo tutti in versione scalatrice di amplificatori sul palco o ammiccante durante la performance con Dua Lipa ai sopracitati Grammy, eppure l’intervista con Annie prende vita da un filo d’imbarazzo. Quando le dico che Milano è piena di sue foto promozionali, si lascia andare a un «Oh Jesus!», alludendo al fatto che potrebbe sembrare una versione aggiornata del Grande Fratello orwelliano. La rassicuro, niente distopia. Ma partiamo comunque dal tempo: St. Vincent è una Delorean che ci traghetta avanti e indietro, tra un’epoca e l’altra. Clark ride, ci pensa su e mastica la suggestione: «Mi piace creare mondi, vivere più vite attraverso la musica. Penso che la musica sia più intelligente di me, voglio inseguirla ovunque vada e più lo faccio, meno mi sento di poter controllare tutto questo. Suona un po’ mistico, ma voglio farlo nel miglior modo possibile».
Mettendo momentaneamente da parte la spiritualità, ma rimanendo nel campo delle connessioni, è innegabile che il feeling col produttore Jack Antonoff renda più facile l’incontro tra Annie e il suo sound. Questa volta ci si sono messi anche gli storici Electric Lady Studios, fondati da Jimi Hendrix nel – guarda un po’ – 1970. «Vibe» è la parola che Clark usa più spesso, sottolineando quanto ami il suo collaboratore e quanto le suggestioni del posto abbiano influito sul suono. Questa armonia è stata raffreddata dalla pandemia, ma non ha risentito del rallentamento. «Quando è venuta fuori …At The Holiday Party ho pensato “ecco, questo è il sound, ci siamo”. Ho capito che dovevo assecondare questa ispirazione», racconta Annie. Un approccio genuino, non costruito: l’unica premessa era di partire dalla Downtown e da Stevie Wonder, dalla sua capacità di mescolare ritmo e melodia. Una volta imbracciata la chitarra o suonicchiato il Wurlitzer, la sfilza di amici che, da Michael Leonhard a Lynne Fiddmont, hanno contribuito a tracciare la fisionomia di Daddy’s Home, ha reso lampante quale strada percorrere.
Tanta New York, quindi. Ma ascoltando Daddy’s Home c’è la netta sensazione di una psichedelia serpeggiante di matrice Pink Floyd. Clark non ha esitazioni: «Assolutamente, considero il disco per un buon 25% psichedelico. Live In the Dream è proprio un omaggio a questa incredibile band». Ed eccola perdersi nei solchi degli altri album che l’hanno guidata verso questo sound, come Pretzel Logic o The Royal Scam degli Steely Dan, Talkin Book del sopracitato Wonder. Insomma, brani di un periodo in cui il pop era «pensato in maniera sofisticata, ma suonava semplicemente da Dio, tutt’altro che sofisticato. Ci cantavi su e ci ballavi assieme». Questo rapporto genuino e immediato è uno degli aspetti più emblematici di Daddy’s Home, che nelle parole della sua autrice funziona perché è lei stessa a interpretare i vari personaggi e ad aver vissuto le storie raccontate.
Un altro punto che Annie tiene a enunciare riguarda l’aspetto postmoderno di quel pop, la sua capacità di relazionarsi con le emozioni delle persone e di farlo con la semplicità dello storytelling, lasciando all’artista la totale libertà di scegliere come farlo. Non le nascondo che all’accostamento delle parole pop e postmodernismo ho subito pensato a David Byrne, con cui la stessa St. Vincent ha pubblicato il disco Love This Giant nel 2012. Clark non si fa pregare e spiega: «Amo David, ma soprattutto il fatto che non si guarda mai indietro. Voglio dire, cosa ci vorrebbe a fare una reunion dei Talking Heads e campare di rendita? Mi ha insegnato a fare qualsiasi cosa, usando qualsiasi media. Farlo con un senso artistico e, come accennavo prima, lo adoro perché vive nel presente (anzi, più precisamente “He lives in the now”, ndSa)».

Questo vivere nel momento è facilmente sovrapponibile alla stessa Clark che, a dispetto di avanzate futuriste o retrospettive sonore, è finita col diventare imprevedibile. Questa volta, con mezzo disco scritto prima della pandemia e l’altra metà durante il lockdown, le cose non sono cambiate. «Scrivere canzoni durante le restrizioni mi ha permesso di viaggiare pur stando ferma!», e continua: «Abbiamo fatto tutti le stesse cose. Io ho guardato film, parlato con amici e parenti in videochiamata… Fare il disco mi ha permesso di capire che dobbiamo usare il tempo per fare cose belle, di qualsiasi tipo. La sensazione che provi a fine giornata ti ripaga dell’impegno che ci metti a realizzarle».
Ascoltare St. Vincent che parla del suo disco significa prendere atto di quanto ne vada orgogliosa. Lei, dal canto suo, lo ammette candidamente, aggiungendo che quando l’ha chiuso si è sentita pienamente soddisfatta. Ma Daddy’s Home ha anche un valore terapeutico perché ha aiutato Annie a risolvere parecchie cose: conflitti interiori e interpersonali, dubbi sulla sua personalità e, persino, su quella musica che ascoltava da bambina dal mangiadischi del padre e che non aveva mai capito fino in fondo prima d’ora.
Annie Clark è anche una grandissima ascoltatrice di musica nuova perciò, come si faceva coi fratelli maggiori o gli amici un po’ più grandi, le chiedo quali artisti emergenti le stanno piacendo ultimamente. Nel computo rientra Arlo Parks, per la quale si è già spesa pubblicamente in magnifiche lodi. «Durante il lockdown sono stata ossessionata dalla Russia, non chiedermi perché. Ho scoperto quest’artista che si chiama Kate Nv (parlavamo del pop non convenzionale di matrice russa e giapponese degli anni ’70/’80 di Ekaterina Shilonosova in queste pagine, ndSa), che mi piace molto e canta molte lingue, principalmente in russo. Ci siamo scambiate delle mail in cui mi ha girato un po’ di musica di ragazzi davvero interessanti e poi mi ha spiegato che a Mosca c’è un senso molto forte del peccato originale. Trovo che sia una cosa davvero interessante!».
A proposito di contatti, in questo ultimo anno anche Annie è stata cercata da qualcuno. Chi non vorrebbe essere un agente dell’Fbi in ascolto durante una telefonata tra lei e Paul McCartney? Clark ride e mi confida che, in effetti, da qualche parte dovrebbe esserci una registrazione, prima di descrivermi lo stupore che ha provato quando si è trovata a parlare col Macca. Più che il pensiero del «Paul McCartney sa chi sono!», è l’idea delle ore che tutti noi passiamo provando le emozioni più disparate grazie alla sua musica. Confessioni di una St. Vincent passata in questo momento dal palco alla transenna.

Chiacchierare con Annie Clark è pericoloso perché si rischia di perdere di vista il tempo a disposizione. Questo accade soprattutto quando si trova di fronte a considerazioni su cui ama soffermarsi, ragionando insieme all’interlocutore. Partendo da versi come «Tryin’ to seem sane makes you seem so strange» (Live in the Dream) e dai bassi di Los Ageless passiamo dal parlare del paradosso – la cui via per Oscar Wilde era quella della verità – all’aspetto “fisico” della musica di St. Vincent. Il succo del ragionamento è, nel primo caso, che «ci riveliamo attraverso le cose che cerchiamo di nascondere»; nel secondo, invece, Clark elabora una sua teoria secondo la quale la musica arriva da parti specifiche del corpo, in tal senso Daddy’s Home muove dal suo bacino e intestino.
Annie ha bisogno di una sigaretta e mi sembra il caso di smorzare dicendo che sembrano discorsi spirituali fatti da persone che non lo sono. Dopo una risata, ecco sentirla riflettere sul potere catartico della musica: «Chiamiamola semplicemente magia, anche se è molto di più. Sto pensando a una canzone, te la canticchio ma non ti dico il titolo (accenna un motivo, ndSa)… mi sono ricordata per un attimo l’ultima volta che ho visto mia madre. Non è pazzesco?». Già, ovviamente in un concerto questa dinamica raggiunge l’apice, sia per chi si esibisce che per chi assiste.
Per una che ha l’ambizione di vivere più vite non basterebbe un’intervista a contenerle tutte. Il tempo a disposizione finisce, ma St. Vincent vorrebbe parlare ancora. Non succede spesso e sarebbe stato interessante sentirla sul suo mocumentary in uscita nelle sale americane o dei Tool, ma speriamo di avere un’altra occasione. Ovviamente «next time red wine», ci tiene a precisare.
