Ecumenico e bizantino
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Christian Panzano
- 16 Agosto 2014
Seamus Cater è un poli-strumentista inglese che mescola contemporaneità e tradizione attingendo dalla sua terra d’origine, da musiche del mondo o da altri spazi sonori. Ha un’attitudine a sintetizzare, a rendere all’osso una melodia, un suono, una gamma di perifrasi che da altre parti troverebbero sfogo in formule più contorte. Eppure la sua telegrafica produzione quanto la sua infinita agenda lavorativa non concedono spazio a pause, risultando degne di un performer a tutto tondo. Da poco edito per la sua Anectodal records, Lunora, oltre ad attestare una peculiarità, è banco di prova per ogni suo vezzo artistico. Ne abbiamo parlato direttamente con l’autore.
I tuoi lavori sono spesso un tuffo nel passato, nella ricerca appassionata delle radici. Cosa ti spinge a guardare indietro?
Molte delle canzoni scritte in Anectodes erano ritratti di persone nate tra la fine dell’800 e i primi del ‘900; è vero che è stato un tuffo nel passato, ma erano storie stimolanti. Da poche canzoni che avevo sono diventate una serie, mi sentivo ispirato e ho cercato di esplorare aneddoti o storie delle loro vite, vestendo i loro panni e narrando le vicende come se le avessi vissute in prima persona. Come l’effetto di un’eco, questi loro aspetti risuonano effettivamente in quello che cerco di rendere vivo oggi.
Parlami del tuo amore per la concertina. Sembra riesca ad evocare una musica istintiva e personale…
Sai, molta gente aggiunge sempre più strati di orchestrazione quando compone, facendo leva su una scala di valori che tende a sommare più che a sottrarre. Io lavoro dal lato opposto della scala: prendo un elemento, delle parole, uno strumento o una tecnica, e vi aggiungo lievi strati fino a quando il pezzo non sembra funzionare. Poi mi alleno molto per trovare il giusto tipo di energia o di movimento, in modo tale da rendere tutto udibile col minor numero possibile di elementi. Mi sto impegnando molto nello studio della concertina, la presenza del suo suono è determinante e in futuro lo sarà sempre di più.
A cosa o a chi ti ispiri quando fai musica?
Se penso a quello che sto facendo adesso, è tutto ispirato da una combinazione di musica primitiva e musica sperimentale. Musica folk britannica, anche un sacco di roba etnica, africana, americana, asiatica, musica abbastanza semplice e con molta energia. Inoltre, roba sperimentale contemporanea, sia composta che improvvisata, di solito piuttosto concettuale a dire il vero. In questo momento sto ascoltando molta musica elettronica.
Lunora, il tuo ultimo lavoro, fa esplicito riferimento a J.G. Ballard, scrittore britannico morto di recente. Perché ti sei rifatto a lui?
La vita di Ballard è affascinante e credo che questa cosa abbia reso la sua scrittura incredibilmente umana ed estrema. Mi è sempre piaciuto come riesce a descrivere certi stati d’animo, che ad altri sarebbero probabilmente sfuggiti.
Come è stato lavorare con Uncle Woody Sullender e Viljam Nybacka? Come, invece, riesci a lavorare da solo?
Con Woody abbiamo usato semplicemente i nostri strumenti base, armonica e banjo, esplorando lo stesso genere di cose, io ad Amsterdam e Woody a New York. È avventuto tutto in maniera naturale, abbiamo iniziato partendo da semplici strutture per poi improvvisare. Con Viljam, invece, ho scritto le canzoni e insieme abbiamo lavorato sull’orchestrazione dei brani inseriti in Anectodes. Volevo trovare un non-batterista e Viljam era un bassista le cui abilità erano quelle che cercavo per la ritmica di batteria. Ora sto preparando una registrazione in solo: ci lavoro ogni giorno, anche se le canzoni sono sostanzialmente pronte, e credo che inizierò a registrare a breve. Ho scoperto che nel corso del tempo le canzoni cambiano. Se registro la stessa canzone ogni giorno per quattro giorni, la sensazione sarà diversa. A volte, dopo un mese, l’idea iniziale che avevo viene nettamente modificata.
Lunora è il risultato di un tour svoltosi in Italia qualche mese fa. Ti è piaciuta come esperienza?
Ho registrato Lunora al Lift Series di Attila Faravelli a Milano. Un piccolo spazio studio, il pubblico era composto da 20 persone, uno spettacolo molto intenso, soprattutto perchè era la fine di un tour lungo 5 mila chilometri. Mi è piaciuta molto l’Italia, ci tornerei, ma devo imparare meglio la vostra lingua e poi trovare un concerto base intorno a cui costruire un nuovo tour.
Hai accennato alla lavorazione di un tuo prossimo album. Altri progetti per il futuro?
Sì, sarà un LP di concertina e voce, credo uscirà alla fine di quest’anno. Inoltre, posso già anticiparti che uscirà a breve un lavoro con Kai Fagaschinski (The International Nothing, The Magic I.D.), bravissimo clarinettista che vive a Berlino con cui collaboro da un po’.
