Senza colpo, ferire. Intervista a Giorgia Del Mese
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Carmine Vitale
- 10 Aprile 2016
Nel panorama talvolta fin troppo ordinario che sta segnando la canzone italiana dell’ultimo decennio, a far da contrappeso ci sono artisti che hanno ancora voglia di mettersi in gioco, pur rischiando di non essere immediati o facilmente decifrabili. In quest’ottica, Giorgia Del Mese – cantautrice formatasi sull’asse Salerno/Firenze – rappresenta, con il suo ultimo disco Nuove emozioni post-ideologiche, un piccolo esperimento di cui lei stessa è cavia: reinventarsi musicalmente. Accantonare gli stilemi classici della canzone d’autore per respirare a pieni polmoni la fresca brezza dell’elettro-pop misto al post-rock non è da tutti, ancor meno se vivi in un Paese dove le cantautrici di successo si contano sulle dita di una mano. E poi, ancora, la Del Mese tiene alta la guardia rispetto ad un presente opprimente e da contrastare con indole «schierata e partigiana», proprio come il suo piccolo percorso artistico, o come i brani di Nuove emozioni post-ideologiche. Ne abbiamo parlato con la diretta interessata.
Iniziamo volgendo lo sguardo al passato più recente: dalla magmatica prova rappresentata dall’album Di cosa parliamo, sei passata a un Nuove emozioni post-ideologiche che è una versione ancora più complessa del tuo ruolo di cantautrice. Si tratta di un disco molto cerebrale, con spunti di riflessione che potrebbero riguardare la nostra contemporaneità così come raccontare di un momento estemporaneo. Mi piacerebbe capire se ti ritrovi in questa visione e come sei giunta a questa sintesi…
In Nuove emozioni post-ideologiche si afferma notevolmente una complessità in linea con il tempo storico che attraversiamo e che ho cercato di raccontare in modo assolutamente non neutrale e neanche diplomatico, ma schierato e partigiano, in un’ epoca in cui credo che sia necessario sempre di più che anche l’arte diventi militante. Credo che “personale” e “politico” siano indissolubilmente intrecciati nelle nostre vite, e anche il modo in cui viviamo le nostre relazioni, le nostre amicizie, dipende dalla nostra visione politica e ideologica. Quindi è stato consequenziale arrivare ad una sintesi in cui le riflessioni collettive si uniscano al racconto di una gioia o di una malinconia personale.
Torna nuovamente Andrea Franchi alla produzione, la cui mano sembra sempre più incisiva. Dal punto di vista strettamente musicale mi pare che ci siano molti rimandi all’ultimo disco di Franchi, Tanz!. Ti sei sentita a tuo agio in questa veste più votata all’elettronica e con una buona apertura verso una componente pop?
Andrea Franchi ha messo, come anche nel disco precedente, una firma stilistica molto forte. È un artista e un producer di grande talento e sensibilità, capace di tradurre – ottimizzando senza stravolgere – le intuizioni e la scrittura di un autore. Insieme abbiamo concordato di sperimentare una produzione elettro-pop e ai limiti del post-rock per questo disco, che avevo scritto pensando già a questo tipo di sonorità.
Soffermandoci ancora sulla componente musicale, Nuove emozioni post-ideologiche sembra godere di una duplice anima: elettro-pop nello spirito e un’indole tendenzialmente punk nella resa. Ti ritrovi in questa osservazione? E verso quale delle due sponde ritieni maggiormente orientato l’album?
Diciamo che sono partita da una scrittura più apertamente neo-folk e post-punk, generi che mi appartengono molto e che ho cercato di coniugare con quel che resta e che rivendico in un approccio strettamente cantautorale. È venuto fuori un disco impetuoso e impietoso, di cui siamo molto felici.
Nuova Visione è la prima traccia del nuovo disco. Un testo ricco d’interrogativi, ma che pone l’uomo al centro di questa tua ricerca. Quali sono le emozioni post-ideologiche che citi e come sono legate a questa nuova visione?
Nuova Visione è la sintesi letteraria e musicale di questo disco, il suo manifesto, una provocazione più che una constatazione, laddove la post-ideologia fa riferimento ad una ideologia dominante in occidente che ha fatto vincere l’antipolitica reazionaria e il riformismo progressista borghese, spacciando la destra e la sinistra come tendenzialmente simili, annacquando una coscienza di classe che non persegue più le grandi conquiste, ma solo “il meno peggio”.
Hai sempre affermato di esserti avvicinata al cantautorato attraverso la lezione di maestri quali De Gregori e Bennato, puntando ad una forma canzone che fosse riflessiva nelle tematiche e godibile nei suoni. Con questo nuovo disco credi di aver fatto un passo avanti in questa sintesi, rispetto ai precedenti?
I miei riferimenti artistici sono stati sicuramente De Gregori e Bennato, così come ho amato moltissimo Daniele Silvestri e Luca Carboni, e poi tutta la scena indipendente degli anni Novanta. Credo comunque – dopo ispirazioni, ammirazione ed emulazioni – di essere giunta ad una mia forma personalissima e inconfondibile, nel bene e nel male.
Nell’ultimo decennio il cantautorato italiano è stato testimone di interessanti esperimenti e altrettanti disastrosi fallimenti. Quali ti sembrano i limiti più significativi legati alla musica d’autore italiana?
Negli ultimi anni sono emersi numerosi autori, alcuni di grande interesse per me come ascoltatore, ma quelli a cui mi riferisco io non sono i nomi che riempiono i grandi club dove si esibisce l’indie-rock in voga. I limiti più grandi sono evidenti in un qualunquismo genericamente di sinistra nei testi che sfocia nella mediocrità e nel minimalismo delle produzioni musicali, spacciato da sound confidenziale.
Anche le collaborazioni inserite nei tuoi dischi testimoniano la tua vicinanza al cantautorato italiano più puro. Da Paolo Benvegnù, passando per Peppe Voltarelli, fino al musicista campano Francesco di Bella, presente in questo album nella cover di Lacreme. Oltre alle origini mediterranee, a legarvi è anche un link fatto di suoni?
Gli ospiti di questo disco li ho voluti fortemente perché con ognuno di loro, ma in misura diversa, ho condiviso qualcosa di serio, e sono tra gli artisti più generosi, gentili e curiosi che io abbia mai conosciuto. Mi hanno regalato contributi senza i quali il mio disco non sarebbe stato lo stesso. Per quanto riguarda Francesco Di Bella, con lui c’è una comunione di intenti umani e musicali, e poi mi ha regalato una delle canzoni più belle scritte in lingua napoletana (Lacreme) e che avrei voluto scrivere io.
Come sarà caratterizzato il tuo live set, anche in virtù di un’elettronica onnipresente nel disco?
Il tour sarà una bella novità, forse sconvolgente per chi ha seguito i miei live precedenti: saremo in duo con Andrea Franchi, ma sembrerà d’essere molti di più sul palco, in un set elettro-acustico convulso e febbrile. Non vediamo l’ora!
Abbiamo già parlato di una tua sensibile evoluzione artistica, ma credi che ci sia ancora spazio per un’ulteriore sferzata o questa è la versione definitiva di Giorgia Del Mese?
Sinceramente credo che ritenere di essere arrivati ad una versione definitiva di sé stessi sia una bestemmia e non un augurio. Abbiamo appena iniziato a sperimentare con umiltà, ma con grande convinzione. Vedremo.
