Gabriele Poso

La meraviglia del ritmo: intervista a Gabriele Poso

L’area del Mar Mediterraneo è da sempre un punto d’incontro tra le culture dell’Europa, del Nord Africa e del Medio Oriente. Attraverso porti, rotte commerciali e scambi di merci e idee, le influenze musicali più disparate si sono diffuse e fuse con le tradizioni popolari e religiose, dando vita a quei ritmi che oggi riconosciamo come parte integrante del linguaggio musicale italiano. È in questa fertilissima area geografica e simbolica che Gabriele Poso ha costruito da sempre il proprio percorso.

Nato in Sardegna e cresciuto a Lecce, nel cuore culturale del Salento, il suo itinerario musicale comincia con un’immersione nel jazz, nel soul e nei suoni afro-latini. Dopo aver iniziato con altri strumenti, trova nelle percussioni la propria vocazione, avviando un’esplorazione profonda dei linguaggi ritmici afro-cubani. Gli studi lo portano dalla Timba School of Music di Roma fino a Porto Rico e Cuba: esperienze decisive, che contribuiscono a definire il suo suono, oggi riconoscibile per la sua natura ibrida e transnazionale.

Dal debutto From The Genuine World (2008) si apre una discografia che lo vede collaborare con label come BBE, Soundway, Wonderwheel Recordings, Agogo e Yoruba. Accanto agli album, anche due compilation curate dallo stesso Poso, Ritmo Italiano – Unspoken Sounds of Italian Tamburo e The Languages Of Tambores (A Spiritual Journey Through The Cultural Heritage Of Drums), entrambe dedicate alla dimensione culturale e rituale della percussione.

L’uscita di Maraviglia, il suo settimo album, ci ha dato l’occasione di parlare con lui e di scoprire qualcosa del suo background artistico, oggi legato alla label AG Records, da lui stesso fondata e gestita.

Per iniziare vorrei farti una domanda forse un po’ banale. Nel corso degli anni ho intervistato decine di strumentisti, ma mai un percussionista. Come si diventa virtuosi delle percussioni?

È stata una casualità. In casa c’erano degli strumenti che mi aveva portato mio fratello. Io studiavo tromba, ero in quarta superiore, e ho conosciuto le percussioni per caso. Da allora è stato un amore a prima vista e non le ho più lasciate.

Essendo tu anche polistrumentista, produttore e compositore, hai un background molto più ampio di quanto si potrebbe immaginare

In realtà, studiare le percussioni, soprattutto in percorsi più classici, non presenta tante differenze rispetto allo studio di altri strumenti. Avendo studiato all’Università Interamericana di Porto Rico, lì il percorso comprende pianoforte complementare, arrangiamento e altre discipline. Per cui si riceve una preparazione completa. E sì, io la musica la vivo a 360 gradi. Sono sempre stato innamorato anche della scena che ruota attorno al clubbing, e questo riecheggia un po’ nella musica che compongo.

Parlando dei tuoi studi di musica latinoamericana, dal punto di vista del tuo stile percussionistico e, più in generale, delle tue produzioni, si avverte chiaramente come tu sia andato alle origini, alle radici del ritmo

Sono stato per un lungo periodo nei Caraibi, tra Cuba e Porto Rico, per studiare e approfondire le percussioni. Nella patria delle congas e delle percussioni afro-latine. È lì che le ritmiche dell’Africa, dell’America Latina e dei Caraibi si mescolano, si incrociano e diventano un ibrido unico. La madre è sempre l’Africa. Col tempo si sono aggiunte differenti varianti, a seconda della localizzazione. Perché, come ci insegna la storia, sia a Porto Rico sia a Cuba, nei Caraibi o in Brasile, certa musica è stata portata attraverso la schiavitù e la colonizzazione. Quello che si è venuto a creare è stato un po’ l’incontro tra la musica spagnola o portoghese, di estrazione più classica, e la musica ancestrale e rituale dell’Africa. Anche se le coloriture sono diverse, la radice è quella africana. Quelle cellule ritmiche si ritrovano un po’ in qualsiasi cultura.

Mi vorresti raccontare qualcosa del tuo esordio discografico, uscito su Yoruba, l’etichetta del produttore e DJ Osunlade?

Sì, quello è il mio primo album. In quel periodo vivevo a Porto Rico. Anche il produttore viveva lì. Ci siamo incontrati per caso e abbiamo cominciato una relazione musicale che mi ha portato poi a realizzare l’album per l’etichetta. Adesso Osunlade è diventato una leggenda. È più leggenda che umano.

Da qui le tue produzioni si sono alternate tra diverse label. Ho avuto l’impressione che con ogni uscita tu abbia proposto una sorta di concetto diverso rispetto a quello precedente. Quando inizi a lavorare a un progetto parti da un’idea di base o adotti un altro tipo di metodo?

Io credo che la musica debba sempre esprimere o rappresentare una parte personale di chi la crea. Noi diventiamo persone diverse ogni giorno che passa. Inoltre, ognuno di noi cerca di evolversi costantemente. Quindi è un po’ impensabile che la mia musica rimanga sempre la stessa. Essa accompagna la mia evoluzione su questo pianeta e diventa specchio dei momenti più personali della mia vita. In fase di composizione non c’è mai una via prestabilita, ma esistono varie modalità, ogni volta diverse.

A proposito di questo, uno degli album della tua discografia che più mi hanno colpito, proprio per il suo carattere personale, è stato Invocation, uscito nel 2014.

Quello è il più intimo in assoluto tra quelli che ho realizzato. Arrivava proprio come un urlo. Il mercato discografico è una macchina basata sui numeri. Non ci si può fare nulla. L’aspetto creativo deve far parte di questi meccanismi. Se questo è il tuo lavoro, alla fine devi un po’ confrontarti anche con questo. Invocation, invece, è nato proprio come una liberazione da tutti questi vincoli. L’ho registrato da solo, con una produzione minima, per essere quanto più nudo possibile nell’aspetto creativo. È stato una valanga di creatività pura e semplice. A questo è seguita un’interessante raccolta di remix dei brani contenuti in quel disco, che ha riportato il tutto in un ambito più adatto ai club, quello che ti è più congeniale.

Nella mia musica questo aspetto è sempre presente. Mi piace il clubbing intelligente. Anche perché arrivo da una prospettiva che, alla base, è quella di uno strumento legato alla cerimonia e al ballo, e quindi portarlo nella contemporaneità è interessante. Partendo dalla composizione non c’è mai una strategia produttiva predefinita. Magari si parte da un’idea ritmica e questa poi si evolve in tutt’altra maniera oppure, più semplicemente, come nell’ultimo album, si segue il flow della musica, dell’energia, delle anime e delle persone coinvolte.

E questo ci porta appunto a parlare di Maraviglia. Volevo chiederti qualcosa a proposito della sua realizzazione e dei musicisti che vi hanno suonato. È interessante notare come ci siano alcuni brani in cui sembri essere il protagonista principale, mentre in altri le tue percussioni sono parte di una struttura molto più composita.

L’album è un progetto durato due anni, un lungo processo, più lucido di Invocation, anche sotto l’aspetto degli arrangiamenti. In realtà l’idea iniziale era differente, ma quando ci siamo trovati in studio e abbiamo deciso di seguire il flow della musica ne è venuto fuori qualcosa di diverso rispetto a ciò che avevo immaginato. È stato registrato insieme alla band. C’è la nostra energia dal vivo, la forza che il gruppo ha acquisito dopo tanti anni di palchi condivisi, sia sul piano artistico sia su quello umano. Abbiamo deciso di far emergere quell’energia. La senti nell’ultimo brano, Therapy, per esempio. Quello è proprio un flusso ancestrale di anime che si incontrano. Poi abbiamo avuto la possibilità di lavorare in uno studio stupendo, qui nel Sud Italia. Tutti i passaggi sono stati effettuati su nastro, con strumenti veri.

Infatti volevo chiederti di parlarci anche di Therapy. In generale si percepisce molta emozione nell’album. Si sente che c’è molto cuore dentro. E sicuramente quello è un brano che colpisce: si ha l’impressione di ascoltare una conversazione tra anime, come tu notavi.

Se chiudi gli occhi e l’ascolti, ti sembra di essere dentro quella session, che è stata registrata di notte, con la luna piena. È nata da determinati stati emotivi e questo lo avverti come un’energia. È quasi straziante, se vogliamo, pur non comprendendone perfettamente il significato. Con un’etichetta, per esempio, quella traccia non sarebbe mai uscita. Questo è uno dei motivi per cui ho deciso di pubblicare con AG Records. Altrimenti nessuno avrebbe avuto la possibilità di ascoltarla.

Si tratta sempre di copie e streaming. Anche le etichette indipendenti, più o meno grandi che siano, devono rientrare nei budget. Ma la musica non è sempre una questione di numeri, non è sempre una questione di budget: è qualcosa di più. Qualcosa che ci lega. Essendo oggi artista e fondatore di una label indipendente, posso concedermi delle libertà, almeno artistiche, che magari altri non avrebbero potuto offrirmi.

Parlaci un po’ dell’etichetta che hai fondato

Io e mia moglie abbiamo fondato AG Records quest’anno e la gestiamo insieme. Io mi occupo maggiormente dell’aspetto artistico e lei, naturalmente, di quello più tecnico. Questo perché, dopo quasi vent’anni di pubblicazioni con diverse label, sentivo l’esigenza di essere indipendente al cento per cento, sia sotto il profilo artistico, quindi della proposta, sia sotto quello dei tempi. E così abbiamo deciso di iniziare questo nuovo viaggio.

Hai parlato di una band che ti segue da anni. Vorresti raccontarci qualcosa di loro per concludere?

Abbiamo Andrea Rossetti al pianoforte, Antonio De Donno alla batteria e Davide Mongelo al basso. Lavoriamo insieme da tantissimo tempo, in studio e sul palco. Così si crea un legame che riguarda sia l’aspetto personale sia quello artistico. E questo si sente. È bello viverlo.

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