La percezione dell’inafferrabilità. Intervista a Flavio Giurato
-
Carmine Vitale
- 31 Marzo 2016
Esistono ancora artisti inafferrabili, come quei personaggi folli descritti da Jack Kerouac nei suoi romanzi. Uno dei piccoli miracoli che tuttora custodisce la penisola italiana è l’eclettico cantautore romano Flavio Giurato, laborioso artigiano della canzone italiana così come incosciente ed abile alchimista. Classe 1949, Giurato ha colmato la propria assenza con un patrimonio fatto di suoni e parole spalmato su più di 35 anni di altalenante attività, in cui la musica è diventata sempre più una sorta di questione privata e in controtendenza con l’attualità, non per moda ma per necessità. Tuffatori più fuori che dentro l’industria musicale, i suoi dischi hanno assunto una forma sempre più indefinita (inafferrabile, per l’appunto), relegandolo a una nicchia minuta ma dall’immenso potenziale immaginifico. «Giurato ci insegna che, se ha ancora senso scrivere musica, l’unico modo per farlo è azzerare l’attualità, tagliare con i compromessi e ascoltarsi. Più che un disco, una lezione di vita»: così ha scritto Fabrizio Zampighi nella recensione del suo ultimo disco, La scomparsa di Majorana. Piccole suggestioni – quasi degli indizi – che cercano di tracciare un sentiero dove poter incanalare Flavio Giurato, abituato a scomparire per anni e poi a tornare con nuove parole, nuove armonie, come un prestigiatore deciso a non svelare mai il suo segreto. L’assenza, per l’appunto, è anche il tema fondante del suo ultimo disco, liberamente ispirato alla storia del fisico italiano Ettore Majorana, scomparso in circostanze tuttora ignote e la cui volontà di tirarsi fuori da un uso scellerato del proprio intelletto è divenuta emblematica per il cantautore romano: «chi – come Majorana – non ha coltivato almeno una volta l’idea di poter sparire senza lasciare alcuna traccia?» È solo l’incipit di un’intensa ed informale chiacchierata con il diretto interessato, al termine di un concerto denso ed altrettanto etereo.
Flavio, ad un anno dall’uscita del tuo ultimo disco mi piacerebbe che facessi un bilancio sommario, tenendo conto di un trend che ti ha visto protagonista per la stampa di settore mentre sempre più “artista di culto” per il mercato musicale. Come te lo spieghi?
Sai, quando realizzi un disco senza alcun tipo di pressione, il bilancio è sempre più che positivo. Ho scelto la strada dell’artigianato – in senso figurato – e credo che con La scomparsa di Majorana questa condizione si sia addirittura acuita. Inoltre, sono fuori dal giro delle major già da un po’ di tempo, infatti l’ultimo disco è figlio di una piccola edizione musicale tutta mia. Non abbiamo voluto fare intenzionalmente una distribuzione nei negozi poiché lo riteniamo un prodotto artigianale e mettere degli intermediari tra il disco e gli ascoltatori avrebbe rappresentato un po’ uno svilimento del nostro lavoro. A questo proposito, posso dirti che se oggi una major bussasse alla mia porta non accetterei mai un contratto discografico, e non per mero snobismo, ma perché le grosse etichette lasciano ai musicisti solo le briciole delle eventuali vendite. In questo modo, hai almeno la soddisfazione d’aver lavorato come in una piccola bottega artigiana dove il frutto del lavoro è interamente percepito dall’artigiano che, a sua volta, può così reinvestire i profitti in nuovi progetti.
L’estremizzazione della componente testuale è sempre stata una tua imprescindibile prerogativa. Nell’ultimo disco, però, hai lavorato in modo quasi maniacale anche sul suono della parola, ricercando assonanze, suggestioni, piccole utopie. Da dove nasce questa esigenza?
Sinceramente non sono abituato a lavorare per “esigenze”: lavoro e basta. Non c’è pensiero prestabilito in quello che faccio, non pianifico né mi focalizzo su come dovrebbe venir fuori il suono dell’album: tiro su la saracinesca, mi metto lì e faccio. Il lavoro sul suono di cui parli, però, è reale, ma comunque non programmato. Credo provenga da esperienze più recenti e da tutto ciò che riesco a “captare” in giro.
Sempre a proposito dei testi, c’è una costante tensione volta alla narrazione – penso a Tres Nuraghes ad esempio – dove pare di assistere ad una piccola opera letteraria musicata. La scomparsa di Majorana, inoltre, è ispirato all’omonimo libello di Sciascia. Quanto ha influito realmente la letteratura in tutta la produzione di Flavio Giurato?
Sicuramente c’è l’influenza della letteratura, ma ancor più forte è l’influenza del cinema. Ricollegandoci a quanto detto poco fa, la maggior parte di quello che scrivo e produco deriva da quello che ne La grande distribuzione identifico con il “captare, captare”. Interiorizzo molto di quello che ascolto e vedo in giro, o che magari scopro grazie ai racconti di qualcuno che mi restano particolarmente impressi.
Un lavoro certosino ha riguardato anche i tuoi studi sugli armonici. Nel tuo ultimo disco è una componente onnipresente e che deriva anche da una tua recente attività a stretto contatto con la musicoterapia. La musica può davvero salvarti la vita?
Posso dirti che è successo, succede e succederà. Per quanto riguarda invece la mia attività di un anno presso una casa di cura psichiatrica, ho toccato sul campo che gli armonici hanno sicuramente un effetto terapeutico: è stata un’esperienza toccante, che ti resta addosso per sempre e che spero di poter intraprendere nuovamente subito dopo aver realizzato il disco che da qui a breve ho intenzione di produrre. Ho già in mente il titolo – Le promesse del mondo – e vorrei spararmelo davvero subito.
L’impressione è che per te la musica abbia rappresentato sempre qualcosa di molto personale, quasi privato. Anche questo è in controtendenza con i ritmi frenetici in cui sono invischiati i musicisti contemporanei…
Per fortuna sono riuscito a tirarmi fuori da quel mondo, e ne sono contento. Si perde tempo che potrebbe essere utilizzato per suonare e farsi i calli che vedi. Lì è tutto un mondo che ruota intorno alle fatture dei ristoranti, più che agli spartiti musicali. Un mondo che crea dei polli da batteria che diventano cani da riporto dei soldi, e questo poteva andare bene per me quando ero più ragazzo, adesso non avrebbe alcun senso.
Tu che hai avuto modo di sondare dentro e fuori la canzone d’autore italiana, sei riuscito a capire come funzioni la musica? Cos’è a renderla così imprescindibile?
Senza dubbio gli “armonici”, perché non si sa nulla di quest’ultimi. Continuano ad essere un grande mistero: nessuno li crea, si creano da soli. Sono note spontanee che nessuno sa come nascono e nessuno sa dove vanno a finire. Ci sono dei rapporti anche matematici a legare queste note tra loro ma – come per la scomparsa del fisico Ettore Majorana – questi continuano tuttora ad essere avvolti da un alone di mistero
