L’atto del percuotere. Intervista a Enrico Malatesta
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Edoardo Bridda
- 20 Novembre 2017
Mercoledì 22 novembre, per la serie TRK. SOUND CLUB di Tempo Reale, il percussionista Enrico Malatesta presenterà alla Galleria Frittelli di Firenze Belabor, un progetto risultato della residenza negli spazi di Tempo Reale stesso fra giugno e luglio 2017. Malatesta è musicista, ricercatore indipendente e curatore attivo in ambiti sperimentali posti tra musica, performance e intervento site-specific. Abbiamo approfondito con lui alcune ricerche intorno ai tamburi e alla morfologia delle superfici, al rapporto materiale-prensilità-spazio e al ritmo inteso come configurazione di eventi multipli in un contesto specifico.
La tua pratica disciplinare si muove da anni a cavallo tra la performance musicale tout court e la promozione di workshop che pongono l’accento su quella che potremmo definire la tua concezione di “deep listening”. Ci parli dell’importanza e della correlazione fra questi due approcci?
Non c’è una separazione tra i due approcci; non mi interessa in modo specifico la musica né la didattica come zone separate, quanto il fatto che partendo dal suono e dalla mia evoluzione nella capacità di percepirne il potenziale trovo nutriente aprire il più possibile le modalità di comunicazione dello stato attuale della mia ricerca. Rimango profondamente legato alle percussioni e all’atto di percuotere; lo spazio (lo spazio del tamburo) e l’azione in questione mi offrono tutte le possibilità per evolvere la mia consapevolezza sui rudimenti aurali e tattili del mio lavoro: relazione tra suono, spazio e corpo, vitalità dei materiali, tensione delle superfici e movimento (sia del corpo umano che delle cose poste al di fuori di esso e percepibili dall’essere umano), teatralizzazione del suono, prensilità…
Tali rudimenti sono spazi estremamente vasti i cui limiti non sono delimitati rigidamente e in cui tantissime nuove informazioni che mi procuro attraverso lo studio vengono accolte; ad esempio, la prensilità riguarda sicuramente la mia pratica musicale sviluppata attraverso i battenti, ma riguarda anche lo studio delle affordances che utensili di uso comune portano in sé ed informano la struttura di relazione e di attenzione che si pone alle cose che ci circondano e attraverso cui e con cui, ci muoviamo…Non mi interessa imporre la mia pratica in un contesto specifico, sono più a mio agio nel seguire intuitivamente le mie tendenze interiori (in accordo anche con le problematiche della professione) cercando di allargare il più possibile l’orizzonte in cui mi colloco e avendo la possibilità di “ascoltare” come la mia ricerca possa riflettersi sugli altri e per gli altri essere utile; continuo quindi a lavorare nell’ambito della musica per percussioni ed elettroacustica, nelle arti performative, in ambiti pedagogici indipendenti e didattici istituzionali e come organizzatore.

Sei attivo in una molteplicità di progetti, musicali, didattici e curatoriali. Ci illustri brevemente i più recenti?
Tra i vari progetti a cui lavoro, quello a cui tengo di più è sicuramente la scrittura di una raccolta di testi che sviluppano tutto ciò che ho accumulato attraverso i progetti didattici dedicati al suono e alle intuizioni avute negli ultimi anni e che ritengo utile documentare attraverso il testo, distaccando il potenziale dei contenuti dalla mia presenza fisica.
Con Giovanni Lami e Glauco Salvo curi dal 2016 MU, associazione attiva sul territorio romagnolo che si occupa della circuitazione della musica contemporanea sperimentale. Dopo più di un anno di attività qual è il bilancio di questa esperienza?
MU è un altro progetto di cui io, Giovanni e Glauco siamo orgogliosi; è un dispositivo che abbiamo realizzato assieme e rivolto a favorire la circuitazione di ciò che amiamo in Romagna, lavorando in modalità semplici, senza troppe sovrastrutture o manifesti estetici simpatizzanti le tendenze del momento. In poco più di un anno abbiamo accolto una quarantina di artisti attraverso concerti, workshop e ascolti guidati, e collaborando con enti istituzionali e altri gruppi organizzativi, tra cui Frequente a Milano (associazione di cui faccio parte), Magma, Gaspare Caliri a Bologna. Chiudiamo il 2017 con performance di Tomoko Sauvage e Seijiro Murayama e un incontro a Bologna a cura di Gaspare Caliri dedicato al suo progetto di Nuova Critica Ambientale; tanti i progetti per il 2018, il primo dei quali in gennaio a Cesena, dedicato agli automata musicali e alle implicazioni culturali della riproduzione sonora, a cura di Attila Faravelli, e un super progetto per Ravenna del quale seguiranno notizie…
Il progetto che presenterai alla galleria Frittelli è frutto della tua residenza a Tempo Reale, centro di ricerca, produzione e didattica musicale di Firenze. Potresti illustrarci qual è stato il focus della tua ricerca e i risultati che hai ottenuto durante questa esperienza?
Presso Galleria Frittelli presenterò un set dal vivo scarnificato, austero e essenzialmente basato sul potenziale sonoro delle superfici di alcuni strumenti a pelle (3), attivati attraverso vari movimenti (il mio e quello degli oggetti che utilizzo su tali superfici) e da suoni fissati, ovvero diffusi attraverso dispositivi di riproduzione audio. Durante la residenza la base di studio è stata la ricerca di suoni poco risonanti, essenzialmente generati dalla relazione tra superfici e resi lievemente più aperti dalla risposta dello spazio con l’intento di presentare il tamburo per ciò che è sopra, nella membrana, dove si deposita la polvere se lo abbandoni nella stessa posizione per lungo tempo.
