Elisa Bee, foto di Martina Giovanna Bardot (2017)

Sorgente Radio Pulsante. Intervista a Elisa Bee

In occasione della pubblicazione del nuovo EP di Elisa Bee, Mind Game, abbiamo scambiato due chiacchiere con la producer e DJ – nonchè selezionatrice per il programma Babylon di Rai Radio 2 – per fare un punto sulla sua carriera, partendo dagli inizi fino a toccare numerosi argomenti, tra cui lo stato di forma del fenomeno radiofonico, l’importanza di Spotify, l’evoluzione del djing e non solo.

Partiamo con la più classica delle domande: chi è Elisa Bee? Raccontaci la tua storia e gli inizi di carriera fino ad oggi…

Essendo sarda, nello specifico di Alghero, la fase iniziale della mia carriera si è svolta in zona. Dopo essermi laureata in architettura – tutt’altro che entusiasta – ho deciso di dedicarmi alla mia prima passione, che sin da quando ho memoria è stata sempre la musica. Credo che sia una cosa innata, dato che nella mia famiglia non c’è nessuno che pratica o che è appassionato… (o almeno non c’era, visto che mio fratello minore fa il batterista). Ho iniziato intorno ai 22 anni, quest’anno infatti compio i miei primi dieci anni da DJ, di cui due in Sardegna e i successivi a Milano. Qui appena trasferita ho cercato un lavoretto per mantenermi ed iniziare ad ambientarmi, scegliendo di condividere online alcuni miei mixati: nel 2009, alcuni miei coetanei organizzatori di un party della zona – molto apprezzato – che si svolgeva in mezzo alla settimana, ascoltarono questi mixati e mi chiamarono a suonare. La prima serata la feci al Magnolia, quindi per me fu una bomba suonare subito lì, ero emozionatissima a dir poco. Tra l’altro il party andò alla grande, per cui venni riconfermata per tutte le altre serate. Da lì, come puoi immaginare, da cosa nasce cosa, diverse persone ascoltarono il mio materiale… Così, dopo due anni di permanenza a Milano, sono approdata a Babylon su Rai Radio 2 grazie a Carlo Pastore, speaker della trasmissione ma anche l’uomo scelto dalla Rai per tirare su il programma, che aveva sentito la mia musica scegliendo successivamente di coinvolgermi nel progetto di cui faccio parte tuttora. Per quanto riguarda le mie produzioni, ho iniziato nel 2012. Ho sempre inciso poche cose, in quanto sono una persona ipercritica, ma spesso questo è un difetto, in quanto mi faccio mille problemi su cose che magari sono fighe e che potrei tranquillamente pubblicare. Comunque, come vedi qualcosa salta fuori [ride, ndSA], vedi le Experimental Session e Part Four

A fine settembre è uscito, su Unknown To The Unknown, il tuo nuovo EP Mind Game. Parlaci della genesi del disco…

Mind Game l’ho prodotto un anno fa – verso settembre/ottobre 2016 era già pronto – ritoccandolo successivamente con poche cose, prima di mandarlo definitivamente all’etichetta. Ho dato sfogo alle mie passioni da nerd, che sono la filosofia, la fisica, i misticismi orientali: da parecchi anni leggo solo di musica o di questi argomenti. Ho studiato molto per i fatti miei, per cui è stato naturale provare ad esprimermi attraverso questi temi, dando loro una sorta di colonna sonora. Il contatto con DJ Haus l’ho avuto tramite Jimmy Edgar. Avevo inviato a quest’ultimo le mie produzioni per avere un suo feedback, e lui mi ha consigliato di girarle ad Haus in quanto credeva che la musica fosse perfetta per la sua label. Così è stato, visto che mi ha subito ricontattata prendendosi tutte le tracce che gli avevo passato… ne ho altre da parte che spero usciranno presto.

Leggiamo che il disco prende spunto da una tua attenta ricerca musicale verso i circuiti underground degli anni ’80 e ’90. Personalmente ho trovato un forte riferimento ad alcuni lavori di Plastikman (con una bella citazione di Spastik all’interno della tua Mass)…

In realtà conosco Plastikman, ma non ho ascoltato quasi nulla dei suoi lavori, quindi direi che si tratta di una citazione non voluta! [ride, ndSA] Difatti quando ho letto la tua recensione ho pensato «Cavolo, devo subito ascoltare la traccia di Hawtin», ma purtroppo tra i mille impegni mi è sfuggito. Lo farò prossimamente! In realtà c’è una super citazione nell’EP, che ha colto solo una persona, anzi due, ovvero DJ Haus e un mio amico di Parigi: ma meglio così dai [ride, ndSA], è roba per fissati di quel determinato tipo di house, quasi impossibile. Comunque mi fa piacere, perché tu hai colto un riferimento involontario, mentre il riferimento volontario non l’ha compreso nessuno [ride, ndSA].

Foto di Riccardo Fantoni

Puoi svelarci qualche dettaglio in più sulla tua ricerca musicale, come ti sei orientata?

Guarda, io sono fissata con la ricerca, perché negli anni ’90, epoca della mia infanzia, certi fenomeni non li ho vissuti, per cui mi affascina frugare su ciò che stava succedendo – nell’ambito in cui mi trovo ora – nel periodo in cui ascoltavo le Spice Girls. Navigando tra negozi di dischi ed internet puoi trovare queste etichette con roba super di nicchia che pubblicavano determinata musica, che in qualche modo oggi sta tornando alla luce. Un po’ come certi tagli degli stems, quelli su cui ho lavorato io fondamentalmente. È bello poter attingere da determinati stili tirati fuori da label sconosciute che magari hanno fatto uscire un solo disco per poi scomparire, idem alcuni artisti. Ti si apre un mondo, e questo è praticamente quello che faccio durante le mie giornate. In più sto curando un nuovo progetto in cui seleziono, di anno in anno, le cose underground che ritengo più fighe… Un po’ come Richie Hawtin, che ha dato vita a innumerevoli side project, cose pazzesche…

Personalmente ho apprezzato il disco con il passare degli ascolti. Se la prima volta avevo impressione di trovarmi di fronte al classico EP techno che guarda tanto a Berlino quanto a Detroit, con il passare degli ascolti ho notato numerose sfumature. Quella che più mi ha colpito è presente in Pulsar, dove unisci synth dilatati e atmosferici a una sorta di dancehall a grado zero (utilizzando la metafora dei Major Lazer in una probabile svolta industrial). Ti trovi d’accordo con questa visione oppure si tratta di una mia percezione errata?

[ride, ndSA] Sì, sì, ho letto, infatti mi ha lasciato un po’ “stranita”, ma mi affascina sapere quali reazioni possa provocare la mia musica nelle altre persone. Credo che sia sbagliato parlare di “percezione errata”… Tu hai provato quello, e per te è così. Per quanto mi riguarda posso dirti che certamente non è quella la mia visione… Nel caso di Pulsar, assieme a un mio amico che ho contagiato con queste fisse per la fisica, ci scambiamo numeroso materiale da nerd: una volta mi passò il video di suoni di stelle Pulsar registrati nello spazio, ed è proprio quello il suono che ho preso, dandogli il giro che più preferivo e che potesse funzionare per gli ambienti del clubbing, accostandolo ad altri campionamenti, presenti in tutti i pezzi dell’EP. Con il fatto che tu mi abbia parlato di un primo ascolto “difficile”, sono d’accordo. Ti scende dopo un po’, mettiamola così…  Non la vedo come musica da ascolto, ma energica e adatta al dancefloor. O perlomeno, musica per quello che mi piacerebbe fosse il dancefloor. Quando mando questo disco ad amici che magari sono appassionati di techno, mi dicono «Dopo me lo ascolto in ufficio», e io glielo sconsiglio vivamente [ride, ndSA]… E qui torniamo al discorso di prima, per cui parliamo di cose estremamente soggettive. Magari uno si gasa con la cuffia mentre va in bici in ufficio, io invece no…

Nella mia recensione ho parlato di Mind Game come del risultato di un’evoluzione coerente con il tuo percorso artistico, una sorta di incontro tra le Experimental Session e il Part Four EP che scavava a fondo nell’house più stradaiola. Hai le idee chiare sul tuo prossimo passo? Ho letto su Facebook che – detto immagino in tono scherzoso – un giorno produrrai un disco 2-step…

L’altro giorno, durante un lungo viaggio, mi è venuto in mente il pezzo famosissimo degli Artful Dodger con Craig David [Re-Rewind, ndSA], che io adoro. Per cui mi sono messa ad ascoltare tanta musica di quel filone e mi sono gasata nuovamente. Io poi amo la UK garage e dintorni, quindi prima o poi farò qualcosa del genere, mi piace troppo. Nel caso, si tratterà di materiale secondario rispetto al mio percorso, mettiamola così… Tuttavia, come scrivi nella recensione, anch’io credo che Mind Game sia il risultato del mio percorso artistico. Sono arrivata a un punto che mi piace molto, se in passato ero molto più istintiva, ora sono più consapevole delle mie scelte. Prima mi facevo affascinare da tante cose, ma adesso sento che questa è la linea che mi rappresenta di più, che mi piace e che mi fa divertire nel comporre.

Di Mind Game mi ha colpito molto la copertina, un po’ enigmatica. In un articolo si parla addirittura di un possibile collante tra l’immagine delle piramidi e le teorie del complotto. Puoi svelarci il significato dell’artwork?

Direi che è una gran pippa mentale, scusami per il francesismo [ride, ndSA]… In realtà io non ne so nulla della copertina. Unknown To The Unknown ha un grafico che cura tutte le copertine dell’etichetta, e non si sa per quale arcano motivo faccia quelle cose… Lui ascolta la musica, disegna l’artwork e successivamente DJ Haus le gira agli artisti. A me disse: «Elisa, se vuoi, questa è la tua copertina». Inizialmente non mi piaceva, poi dopo un paio giorni, forse abituandomi a vederla, ho dato l’ok. In ogni caso, non ho idea di cosa rappresenti, del perché quelle mani – con quattro dita – siano in quella posizione, le dune…non ne ho idea…non so proprio cosa dirti a riguardo. Quel grafico ha uno stile che rappresenta l’identità visuale della label. Nella mia copertina si è scatenato! [ride, ndSA]

Foto di Efisio Rocco Marras

Lavorando come selezionatrice per il programma di Rai Radio 2, Babylon, hai certamente una visione molto particolare e ravvicinata del fenomeno radiofonico al giorno d’oggi, avendo continuamente a che fare con promo e musica nuova d’ogni tipo. A tuo avviso, qual è lo stato di forma della radio nella fruizione di nuova musica?

Mah, guarda, in realtà io non sono una grande ascoltatrice della radio. Tuttavia, dai feedback che riceviamo grazie al nostro programma, posso dirti che, almeno in Italia, la musica che passiamo noi difficilmente la trovi sulle altre frequenze. L’FM italiano è quasi completamente omologato sulla commerciale, Katy Perry, ecc. Proprio per questo mi fa piacere lavorare a Babylon, siamo davvero unici. Dopo di noi c’è Lele Sacchi, che trasmette sempre tech-house e materiale ricercato, anche lui è una mosca bianca. Sul tardo orario, Radio 2 può offrire delle chicche difficilmente reperibili altrove. Per dirti, di recente su m2o è andato in onda un mio mixato di un’ora, ma anche quella radio è molto settoriale. Fosse per me, vista la qualità musicale proposta, Babylon lo trasmetterei in fascia giornaliera, negli orari di punta, dove la gente ascolta di più, per fargli scoprire nuove cose. Inizialmente eravamo più orientati su generi da club, ma ora ci siamo aperti a tutto ciò che riteniamo possa essere interessante, come soul, hip hop, indie rock, ecc. Tra l’altro, appena concludiamo l’intervista, devo mettermi a selezionare i promo per questa settimana… [ride, ndSA]

La radio svolge ancora una funzione centrale?

Non credo. Col fatto che tutti viviamo la nostra quotidianità con internet sempre a portata di mano, tra Spotify, ecc., è molto complicato.

Quali sono le tendenze che vanno per la maggiore nel fenomeno radiofonico generale?

La tendenza è quella di omologare, far ascoltare ciò che vogliono farti ascoltare, quindi tutto il pop dove girano i soldi. Noi al contrario siamo fuori da queste dinamiche.

Confermi il pensiero di molti secondo cui il “rock” è morto, a discapito dell’elettronica e soprattutto dell’hip hop?

È una questione molto interessante, ci pensavo proprio in questi giorni. In realtà, quando ho iniziato ad ascoltare musica più ricercata sono partita dal rock: la musica suonata senza strumenti, quando ero adolescente, per me rappresentava la morte. Grazie al cielo sono sempre stata molto aperta a tutto, senza avere schermi particolari, ma di base tutti i miei ascolti confluivano su quel genere. Possedevo dischi storici degli anni ’60 e ’70 – dai Led Zeppelin ai Doors, Frank Zappa, ecc. – e rappresentavano la maggior parte dei miei ascolti. L’altro giorno, come ti dicevo, pensavo: «Cavolo è una vita che non ascolto più quegli artisti e quel genere», ma non perché non mi piaccia, anzi, semplicemente non mi stimola più come un tempo. Tuttavia il mio fidanzato suona la batteria in un gruppo hardcore, quindi figurati, quando siamo in macchina mi mette tutte queste robe pesantissime, e questo fattore mi tiene comunque sul pezzo, anche se non apprezzo particolarmente. Invece, parlando di musica non elettronica, ascolto moltissimo jazz, quasi tutti i giorni…per cui pensavo: «solo io ho questo pensiero sulla parabola discendente del rock oppure la situazione è davvero questa?». Ti ripeto, a livello personale è assolutamente andata così, ma il fatto che tu mi abbia posto questa domanda mi fa pensare che non si tratti solo di una mia impressione.

Poco fai hai nominato Spotify: tante sono le critiche mosse a questo colosso, ma è innegabile come sia diventata una realtà con cui tutti, e a tutti i livelli, devono fare i conti. Per te si tratta di un’opportunità o di un’evoluzione che sminuisce sempre di più il valore di un prodotto artistico?

Non so se non valorizzi la musica, ma basandomi su me stessa posso dire che senza Spotify morirei. Devo sempre avere qualcosa da ascoltare, anche quando magari sono in giro, e sarebbe impossibile senza certe piattaforme di streaming. Anzi, impossibile no, quando ero piccola avevo il lettore CD, ma sicuramente è molto comodo poter usufruire di questi servizi. Certamente, posso dire che io sono una di quelle persone che se ascolta un disco su Spotify e gli piace, poi lo compra. C’è questo sottile dettaglio per cui, almeno per come lo utilizzo io, lo streaming non sminuisce, anzi mi aiuta a non buttare soldi come ho fatto miliardi di volte tanti anni fa, comprando musica a scatola chiusa che poi non ho apprezzato. Quindi lo uso per comodità. Tornando alla tua domanda, non ho mai riflettuto seriamente sulla questione. Non saprei. Come tutte le cose, anche con internet  – che ti permette di fare e avere in maniera rapida – il fatto di poter dare tutto a tutti può creare problemi che prima forse non c’erano.

Vedendo una tua videointervista di qualche tempo fa, rimasi colpito da una tua osservazione in cui esprimevi un certo rammarico nel constatare che il piacere di andare a fare serata nei club o ai concerti è andato scemando. Pensi che questo fenomeno stia peggiorando?

Credo che il fenomeno non sia in buona tendenza. Parlando di clubbing, mi sembra un po’ stantia la situazione. Una persona magari si impigrisce, e parlo anche di me, crescendo non faccio più certe cose con frequenza, ma penso che ci voglia più determinazione rispetto al passato per uscire di casa. I fattori sono molteplici: dal lato economico alla mancanza di interesse verso quel mondo. Quindi sì, per me non è cambiato molto da quando pronunciai quelle parole.

Anche la figura del DJ nel corso degli anni ha vissuto una profonda evoluzione. Se inizialmente l’arte del mettere dischi presupponeva una certa tecnica e il possesso fisico di certi formati, con i software e gli hardware moderni è molto più facile avvicinare le persone a questa pratica. Qual è la tua opinione al riguardo?

Come detto in precedenza, spesso la quantità nasconde la qualità. Per cui anche io a volte sono perplessa, ma penso che esista una sorta di selezione naturale. Sono perplessa nel momento in cui vedo che certe cose magari sono di alta qualità ma fanno fatica ad uscire perché magari a un’etichetta arrivano miliardi di promo al secondo, perché in molti scaricano Live crackato, si comprano la tastierina da 15 euro e in qualche modo intasano il flusso. A livello psicologico e sociale, un problema davvero brutto per le persone è la facilità nel confondersi tra una cosa che ti piace fare e il fatto di essere in grado di farla, quindi la mancanza di autocritica e del saper comprendere i propri limiti. Adesso, col fatto che tutti possono fare tutto, la situazione credo che sia peggiorata, quindi siamo di fronte a un sovraccarico di materiale che rende più complicato scovare musica di qualità. E riguarda anche me: quando ho a che fare con i promo, trovare roba decente è complicato, devi passarci le giornate intere. Al contrario, in passato – anche se non tutto era così figo, anzi -, forse grazie al fatto che per fare qualcosa dovevi esserne davvero appassionato – vedi le ingenti spese per comprare dischi, ad esempio – era più semplice avere uno “stop” e uno stimolo all’autocritica. Quando ho iniziato, dieci anni fa, ho dovuto fare un vero investimento, fatto di grandi e dolorosi risparmi per comprare attrezzature varie, visto che nei posti dove suonavo in Sardegna prima non avevano quasi nulla che potesse permetterti di fare musica, neanche la ciabatta per collegare le prese, per cui dovevo portarmi tutto. Mamma mia, lasciamo perdere… [ride, ndSA]. Capisco bene il discorso…

Nel 2015 il Guardian scrisse un articolo sulla fiorente scena elettronica italiana. Stando ai recenti approdi di gente come Daniele Mana, Lorenzi Senni e Clap! Clap! su etichette come Hyperdub e Warp, ma anche tu stessa con Unknown To The Unknown, credi che l’Italia stia evolvendosi con caratteristiche peculiari e uniche rispetto al panorama europeo e non?

Sì, e la cosa bella è questa. Tutti gli artisti che hai nominato mi piacciono tanto perché hanno lavorato molto e costruito il loro suono: metti Lorenzo Senni, quella musica lì la fa solo lui, anche Clap! Clap! è quasi inconfondibile, ed hanno avuto questo successo grazie alle loro caratteristiche davvero difficili da partorire. Conoscendoli entrambi, posso dire di essere molto contenta per i loro risultati: vedere come persone che stimo particolarmente riescano anche ad avere il giusto riconoscimento, è una cosa che mi rende felicissima. Questi artisti, con il loro talento, hanno dato una bella botta alla scena italiana, chiamiamola così.

Ti senti parte di questa scena?

Sinceramente no [ride, ndSA]. Mi piacerebbe molto, ma non posso essere paragonata a quei nomi…magari. Non lo so, sono timida [ride, ndSA].

Foto di Martina Giovanna Bardot

Negli ultimi anni stiamo assistendo, anche nei circuiti meno in vista, ad un avvicinamento continuo tra house e techno, molto più che in passato. Le line-up dei festival sono sempre più eterogenee, ed è facile leggere in un cartellone diversi artisti che prima si sarebbero esibiti in posti ed ambienti totalmente diversi. A cosa è dovuto questo fenomeno?

In maniera molto naturale anche io sono “vittima” di questo avvicinamento, come nel mio ultimo EP, dove trovi pezzi ispirati sia all’house che alla techno, come Mass e Awaken. Ma ripeto, il mio è un procedimento molto naturale. In realtà non ho molto da dire su questa faccenda, in quanto mi sono avvicinata relativamente tardi a questi mondi, non sono mai stata una purista. Forse sono un po’ ignorante storicamente parlando, non ho vissuto certe epoche, ma credo che ci sia un po’ più di apertura in generale nel mondo, e forse anche la musica ne ha risentito.

Ci avviciniamo alla fine dell’annata, e tanti dischi importanti sono già stati pubblicati. Tu certamente avrai avuto modo di ascoltare molta musica in questo 2017. Sapresti consigliarci qualche disco? Hai notato tendenze particolari?

A proposito di tendenze, certamente l’hip hop sta spopolando, e ne sono felice, anche se il filone italiano non lo apprezzo. Restando in tema, ti dico DAMN. di Kendrick Lamar, davvero figo – ce l’ho davanti qui in vinile, tra l’altro – o Harmony Of Difference di Kamasi Washington. Ho ascoltato il nuovo di Four Tet (New Energy) ma non mi ha colpito particolarmente. Anche Mura Masa mi è piaciuto molto, lui potrebbe rappresentare il nuovo pop. Poi c’è Vince Staples (Big Fish Theory), Journey to the Mountain of Forever di Binker & Moses, Masseduction di St. Vincent – nonostante non sia una sua grande seguace, me l’ha fatta conoscere Pastore, che è in fissa con lei -, Drunk di Thundercat, The Ooz di King Krule, lui davvero lo adoro… Ho apprezzato anche Ti Amo dei Phoenix, voglio andare a sentirli. Per quanto riguarda i concerti, non vedo l’ora di vedere Chilly Gonzales, ma soprattutto Nick Cave, il già citato Thundercat e De La Soul. Questo è anche uno dei motivi per cui sono salita a Milano, visto che in Sardegna non c’è quasi nulla da ascoltare.

Nelle ultime settimane è salito alla ribalta lo scandalo di Harvey Weinstein, accusato di aver molestato numerose donne, mentre Björk si è scagliata contro «un regista danese». Pensi che sia davvero così grande questo mondo nascosto di abusi e violenze nei contesti artistici?

Queste temo possano essere situazioni potenzialmente presenti in qualunque luogo e momento purtroppo, quindi non me la sento di dire che nei contesti artistici sia più semplice avere a che fare con episodi del genere.

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