La sofferenza come mezzo catartico. Intervista a Christaux
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Luca Roncoroni
- 26 Giugno 2017
Sembrava essere letteralmente scomparso da tanti (troppi) anni Clod, una volta chiusa (temporaneamente?) l’esperienza Iori’s Eyes. Ora lo ritroviamo con un nuovo progetto chiamato Christaux, in cui è libero di essere totalmente sé stesso e declinare tutto quello per cui prima non sembrava esserci spazio. Dopo la pubblicazione del suo esordio Ecstasy (che trovate qui recensito da chi scrive) lo abbiamo raggiunto a Milano dove, davanti a un caffè, abbiamo chiacchierato della sua nuova strada, del disco e della sua vita.
Partiamo dall’inizio: questo progetto nasce subito dopo Double Soul, quindi post-2012, una volta sospesa l’esperienza Iori’s Eyes?
Ho aspettato circa un anno prima di iniziare a scrivere qualsiasi cosa; ho avuto bisogno di tempo per trovare la mia strada da solo e capire che ci stavamo separando. Dopo 10 anni insieme, non è stato facilissimo. Nei mesi successivi la nostra “separazione” non ho scritto niente, ero bloccato, ero pieno di pensieri e non riuscivo a fare ordine nella mia testa. Una volta elaborato realmente come stavano andando le cose con Iori’s Eyes sono iniziati ad uscire i primi pezzi, sempre scritti in veste piano-voce o chitarra-voce: non avevo ancora idea di che tipo di sound avrei voluto esplorare, pur avendo già ben chiaro in mente che avrei voluto fare qualcosa di nuovo per me. Se devo darti delle tempistiche più precise, diciamo che il tutto ha cominciato a prendere una forma, seppur embrionale, all’inizio del 2014.
Stilisticamente vai in una direzione un po’ opposta a quella degli Iori’s Eyes. Ho letto in altre tue interviste che il vostro minimalismo iniziava a starti “stretto”, nonostante anche questi nuovi pezzi da solo ti siano arrivati come melodia arrangiata in una veste ridotta all’osso. Tutto l’arricchimento successivo da dove arriva?
Era un’esigenza che avevo, perché di mio sono di gusto “barocco”. Un primo tentativo “sacrale” avevo provato a portarlo dentro Iori’s Eyes quando remixammo Il Confine tra Me e Te di Meg. Nella nostra versione c’erano dei campioni di cori di Tallis, che rendevano il tutto piuttosto struggente e magniloquente. Quella è rimasta l’ultima cosa che abbiamo fatto insieme io e Sofia, e da lì ho voluto proseguire il discorso. Tutto quello che è musica sacra, stratificazione orchestrale e quant’altro mi ha sempre affascinato; è una cosa che ho sempre sentito molto “mia”. Musica classica a parte, ho comunque ascolti non propriamente minimal: ad esempio vado matto per Kate Bush a Prince.
So che ami anche Arvo Pärt…
Assolutamente, è fondamentale. Lui è uno degli esponenti del “minimalismo sacro” del ‘900, se non addirittura il fondatore. Anche se quando si parla di lui si parla per l’appunto di minimalismo, io trovo che sia di un’imponenza sbalorditiva: riesce a riempire lo spazio con il suono in maniera incredibilmente corposa. Ecco, la corposità è un elemento che ho sempre voluto portare fuori in quello che faccio. Con Iori’s, dal mio punto di vista, non ci sono mai riuscito davvero, perché il nostro era un minimalismo che mirava ad altre dimensioni, non certo “epiche”. Quando abbiamo deciso di prendere strade diverse, sono esploso. Non ce la facevo più a pensare ad equilibri sottili, avevo bisogno di uno spazio molto più ampio per tirare fuori quello che volevo dire davvero.
Hai parlato tanto di musica sacra, e vedo che anche tutto l’insieme visivo e concettuale del disco ha qualcosa a che fare con la religione, a partire proprio dall’estasi intesa in senso mistico, e dalla cover, dove l’immagine è quasi cristologica. Come si inserisce questa dimensione sacrale in quello che fai musicalmente? Cultura pop ed estasi mistica: il ponte non è troppo immediato…
Il ponte non è immediato ma si è creato da sé. La mia scrittura è molto essenziale, molto melodica, molto incisiva. Sto molto attento a curare la melodia, l’ho sempre fatto ed è una cosa mia innata, non potrei mai staccarmene. Il fatto di avvalermi di un immaginario mistico, invece, viene dalla mia curiosità verso molti temi religiosi. Non sono credente in senso canonico, ma mi piace informarmi su tutto ciò che è etichettabile come “mistico” ed “ultraterreno”: ho fatto anche studi sulla Kabbalah nei primi mesi di stesura del disco. Pur essendo molto curioso nei confronti delle religioni, sono affascinato soprattutto dall’iconografia cattolica, vuoi anche per background familiare. Vengo da una famiglia cattolica siciliana, per cui il Cristo a casa non è mai mancato, soprattutto a casa di mia nonna. Aveva un Cristo in croce o una madonnina in ogni stanza della casa, ed è qualcosa che mi sono sempre portato dietro; non ne ho mai parlato e mai ne parlo, ma questa cosa mi ha influenzato parecchio. Ho sempre visto questa dedizione come un’espressione di sofferenza. La vera crocifissione per me è stata la vita di privazioni che ha vissuto mia nonna, perché mio nonno era una persona molto severa e dura, soprattutto con lei. Però in una cosa lei ha sempre creduto: la preghiera. Era una cosa che la faceva stare bene ma la affrontava sempre con una carica emotiva piuttosto pesante: sembrava quasi stesse male e bene allo stesso tempo . Ecco, la preghiera l’ho sempre associata allo stare male, anche se non ho mai capito bene il perché.
L’estasi mistica entra in questo discorso perché il disco è nato proprio attorno a questo concetto: l’estasi parte da una condizione di auto-isolamento e completa estraniazione dalla realtà circostante, dove la sofferenza è interiorizzata e rielaborata a tal punto da trarre piacere nel provarla. È una cosa piuttosto masochistica e l’ho provata sulla mia pelle. Negli ultimi 3 anni sono stato completamente recluso in casa, a pensare alle mie cose e a farmi un sacco di domande estraniandomi da tutto. Ho cercato di liberarmi da quello che mi faceva male facendomi ancora più male, usando la sofferenza come un mezzo catartico. È poi anche un miscuglio di suggestioni artistiche: in questi anni ho spesso avuto sotto gli occhi molte immagini di dipinti del Caravaggio (il mio artista figurativo preferito), che mi hanno molto influenzato; la luce e il buio, questo convivere di forze completamente opposte. Tutto questo mi ha travolto. Quindi sì, c’è stato un pensiero dietro, ma poi ho cercato di stringare il tutto il più possibile, provando a fare, più che a pensare.

L’apparato grafico iniziale del disco mi piaceva molto, era a sua volta un mix di cose abbastanza contrastanti: le grafiche 3D e la statua classica, il logo con il font black metal. Quando però l’album è uscito hai cambiato di nuovo le carte in tavola. Ho scritto nella mia recensione che la cover mi ricordava ANOHNI, con questa figura tra l’androgino e il messianico. Come mai questo twist?
Quando io e Mario Conte abbiamo prodotto A Minute to Now, il primo pezzo che è uscito, ero talmente esaltato dal risultato che ho voluto pubblicarlo subito. Inizialmente, ragionando sul concetto di icona sacra, pensavo di voler celare la mia immagine, ma man mano che il disco prendeva forma, ho capito sempre più che stava nascendo un lavoro che aveva bisogno di una faccia che lo rappresentasse.
Appunto, mi è sembrato che prima ti nascondessi dietro a questo simulacro rappresentato dalla statua, mentre poi sei stato “sbattuto” in copertina. Anche nel video di Light Year appari e sei centrale. Il passaggio dal celarsi allo svelarsi e sovraesporsi è stato quasi violento…
È stato un cambiamento naturale, che ha seguito l’evoluzione dei pezzi. Come dicevo, solo con il tempo mi sono reso conto di quanto l’album avesse bisogno di una faccia in copertina, e non di un’entità alla quale dare un’identità. Il disco è cresciuto in maniera così chiara che ho capito di avere quasi l’obbligo di essere chiaro a mia volta nel messaggio. Anche la foto quindi è imperfetta, con il viso deformato, ma dinamica. Così dall’idea super precisa, super disegnata e super sagomata che voleva essere all’inizio, anche l’album si è sempre più sporcato, diventando sempre più umano e meno delegabile ad un’entità terza. In fin dei conti è un disco pop, quindi è giusto metterci la faccia. Questo però l’ho capito in divenire, perché inizialmente sembrava che dovesse venir fuori un album più “difficile” rispetto a quello che è uscito. Poi però sono subentrati pezzi come Light Year, o il pezzo in italiano, che anche per il pubblico nostrano può essere un’occasione per leggermi in un’altra maniera.
Concettualmente mi sembra chiaro il significato dietro alla voluta androginia del volto del disco. Penso sempre ad ANOHNI, ma anche a Perfume Genius, che è appena uscito, dischi che in ambito pop – seppur più ricercato – vogliono dialogare con temi come l’identità di genere…
Esatto. Trovo che i discorsi che stanno portando avanti ANOHNI e Perfume Genius siano molto vicini al mio, pur essendo musicalmente diversi. La questione queer è qualcosa che avevamo già iniziato con Iori’s Eyes con lo scambio di identità, di generi, la fusione, la Double Soul. Ora sto cercando di proseguire da solo; è un discorso del quale la massa sa ancora poco e sul quale c’è ancora tanta ignoranza.
Tornando sui testi dell’album e sul loro valore catartico, sembra davvero che in vari passi tu cerchi di far uscire qualcosa che hai dentro. Mi viene in mente il verso di apertura di A Minute to Now, dove parli come se fossi posseduto da un’entità…
Quello che hai citato è sicuramente uno dei testi più rappresentativi dell’aspetto catartico dell’album. Negli ultimi anni sono successe un sacco di cose, ho ricevuto qualche batosta, ho fatto incontri piacevoli ma allo stesso tempo spiacevoli che mi hanno influenzato nel modo di vedere i rapporti e di vivere il tempo che passo con gli altri. Con il senno di poi però non volevo dare una regola universale che mi limitasse: mi piace pensare che tutte le cose che mi sono successe e che hanno portato a questo disco siano episodi che non si ripeteranno più. Mi piace essere ottimista in un certo senso, anche se magari a volte questo non traspare da quello che scrivo [ride, ndSA]. Sono uno che guarda molto avanti. Scrivere questo disco è stata una completa liberazione da tutto quello che mi ha ferito in questi anni. Ora penso solamente a chi ho davanti e a chi mi sta vicino in maniera completamente diversa rispetto a due o tre anni fa, quasi come se in realtà nella mia mente ne fossero passati dieci. È stato quasi come un passaggio dall’adolescenza alla maturità. I testi sono urla liberatorie, che vanno a toccare tantissime tematiche: il rapporto con gli altri e il mondo, con me stesso, con il posto in cui vivo, e così via.
So che hai vissuto per un po’ di tempo a Manchester, anni fa. Pensi mai di andartene di nuovo?
Partire per me non è mai stato scappare, ma andare via per ricostruirmi e ritornare. Il ricostruirmi però andava necessariamente inquadrato dentro a schemi nuovi. Milano l’ho vissuta, la vivo tutt’ora, ci sono nato e cresciuto. Questa città è un po’ diventata la mia gabbia, ma spesso penso che se non vivessi questo senso di costrizione probabilmente non scriverei quello che scrivo. Quindi la scelta di rimanere è diventata un gioco a tratti perverso. L’idea di andarmene mi fa sempre gola, e come si dice: mai dire mai. Ho deciso di rimanere per affrontare tutto, compresa la mia repulsione verso questo posto. E – tornando al discorso di prima – posso dire di essermi liberato anche di questo. Vivo Milano in maniera leggermente diversa, come se avessi in parte resettato. L’esigenza di andarmene non c’è più, ma ripeto, magari un giorno avrò bisogno di cambiare. Ora quello che mi interessa è tirare fuori il coraggio per fare le cose che faccio nel posto in cui sono, senza aggirare il problema.
So che ora lavori anche nel campo del sound design, e che hai scritto due pezzi per Joan Thiele…
Sì, sto cominciando a portare avanti il discorso del suono anche in campi diversi da quello discografico. Con Joan invece è stata una parentesi che non considero lavoro: è stata una cosa che ho voluto fare e basta, uno scambio con una mia grande amica. Poi, insomma, sono un songwriter, quindi sono pronto a scrivere per e con chiunque abbia voglia di lavorare. Non importa che sia mondo indie o mainstream, a me stimola la gente che ha voglia di fare.
Scrivere pezzi per altri e non più solo per te stesso cosa ti dà di diverso?
Ultimamente mi sono arrivate proposte da personaggi della scena indipendente italiana e sto un attimo “opzionando”. Mi piace scrivere per altri nel momento in cui vedo che c’è una spinta vitale nella persona che mi trovo davanti. Nei confronti di Joan c’è anche una stima artistica notevole, quindi con lei è stato tutto molto facile. Farlo per progetti che mi piacciono un po’ meno è una cosa che non ho ancora sperimentato ma che credo farò tra non molto. Ripeto: l’importante è che ci sia una spinta, una scintilla, e poi tutto il resto viene da sé. Io quando scrivo vado molto “di pancia”, non sono per niente cerebrale. Potrei anche esserlo a comando, però, se si può, preferisco sempre lasciarmi andare all’istinto, perché per me la cosa interessante della scrittura è la possibilità di far parlare il proprio inconscio.
Tu hai una preparazione “accademica”?
Ho cominciato da autodidatta a 12 anni suonando il basso, poi sono passato alla chitarra e poi al piano [ride, ndSA]. Fai conto che fino a Double Soul ho fatto tutto da solo (prima avevo preso solo qualche lezione di chitarra per qualche mese), poi ho iniziato a prendere lezioni di piano e di canto, infatti mi è proprio cambiata la voce grazie al lavoro fatto con la mia insegnante. Poi mi sto anche aggiornando su tutta la questione di audio engineering, di produzione, sui nuovi software e metodi di produzione, ma ho ancora molto da imparare.
L’elettronica invece è un mondo a cui dici di non appartenere…
Come produttore, no. Almeno per ora. Ma la musica elettronica mi piace molto, ho le mie fisse anche il quel mondo. Mi piace contaminare quello che faccio con l’elettronica, ma l’approccio di creare giorno per giorno qualcosa con la mentalità da producer mi manca. Non la sento una cosa mia. Personalmente, per creare, ho bisogno della fisicità dello strumento acustico, dell’imperfezione, altrimenti mi manca quella vibrazione che mi stimola.
Parlavi prima di scena indie italiana. Il tuo è un disco che ha poco o nulla a che vedere con il pop italiano come lo intendiamo canonizzato da queste parti, ma anche con l’indie. Sembra proprio pensato senza avere in mente un target specifico di pubblico a cui rivolgersi. Ti dico che però alcuni suoni che ci ho sentito, tipo certe tastiere molto 80’s, mi hanno ricordato l’ultimo disco dei Thegiornalisti. [risate generali, ndSA]. Cantautorato, retromania, cosa ne pensi?
Tommy [Paradiso, ndSA] è un amico e prima ancora che uscisse Fuoricampo dissi a lui e agli altri ragazzi della band: «ragazzi, con questo disco spaccherete tutto». Era palese che quei pezzi avessero qualcosa che avrebbe fatto presa su un pubblico ampio, proprio per la tipologia di scrittura e di attitudine. Sono pezzi che canti dal primo all’ultimo, ed è una cosa bellissima. Fuoricampo mi piaceva sicuramente di più rispetto all’ultimo album (che trovo avere dei buchi qua e là), pur avendo capito l’operazione che hanno voluto fare, che trovo legittima in fin dei conti. Per quanto riguarda i suoni 80’s, non sono molto d’accordo. Io e i Thegiornalisti abbiamo approcci e gusti diversi, e poi stiamo parlando solo di un pezzo, Light Year. Con altri cantautori italiani faccio un po’ fatica, perché buona parte del cantautorato che gira da qualche anno a questa parte è molto distante dai miei gusti.
So che invece apprezzi molto Colapesce…
Sì! Ha anche inciso delle chitarre su The Fire e scritto un paio di versi per Spazio HD. Ha dimostrato molto entusiasmo per il mio lavoro, voleva metterci le mani, ed io sono stato solo felice di averlo, in qualche maniera, nel disco. In Italia, tra quelli che stimo particolarmente, ci sono lui, Iosonouncane e Sylvia.
Per quanto riguarda il live, pensavi ad una cosa tipo Incani parte 2, con la big band e tutto il resto, oppure resterai solo sul palco?
No, in verità saremo un trio: io, Mario Conte e Riccardo Salvini dei Foxhound ed Indianizer. Io sarò al piano/chitarra, Riccardo alla chitarra/basso e Mario ai sintetizzatori, programming, drum machines, pad e quant’altro. Avremo anche un “live B” più light, più intimo.
Le batterie in studio invece sono state suonate da Gianfu dei Sakee Sed…
Io e lui siamo amici da mezza vita, suonavamo insieme da piccoli nel suo garage a Zanica [Bergamo, ndSA], dove abitava prima. Facevamo jam con amici. Lui, insieme a Luca dei Verdena e Franz de Il Teatro degli Orrori, è il personaggio che in Italia ha la visione batteristica che più piace a me: energica, primitiva, super d’impatto, di cuore, dritta nei punti giusti…Avevo proprio bisogno di quel tipo di energia per i due pezzi sui quali ha suonato, ovvero An Ode To The Beast e A Minute To Now.
Spazio HD è il primo brano in cui canti in italiano. Da dove arriva quel testo così ermetico?
È stato un lavoro a tre: io, Mario e Colapesce. Inizialmente volevo farlo scrivere completamente a Colapesce, perchè volevo averlo nel disco anche in quel modo. Poi in realtà ci siamo ritrovati a mandarci delle frasi, a vedere come suonavano, ed è diventato un pezzo che si evolve su voli pindarici. È un po’ alla Battisti quando scriveva con Panella, e c’è anche un po’ di Battiato qua e là a mio parere. Insomma, flusso di coscienza totale. C’è un significato, che non sto a dire perché mi piace che resti uno di quei testi aperti ad ogni possibile interpretazione.
Come sono i rapporti con Sofia? Mi sembra che in ogni vostra intervista ci sia un po’ di “freddezza”. Chiaro che tu ora sia concentrato sul tuo progetto e lei sul suo, ma credo emerga proprio uno scansare il discorso Iori’s Eyes ed ogni riferimento al vostro passato insieme…
È tutto strano. Abbiamo suonato insieme per 10 anni, e proprio nel momento in cui abbiamo trovato un nostro modo di fare le cose ci siamo ritrovati a non riuscire più a far incastrare le nostre idee. È proprio strano, perché è come se fossimo in una pausa di riflessione ma non si capisce da cosa. Avevamo e abbiamo tutt’ora bisogno di stare un po’ per i fatti nostri per capire che cosa sia successo realmente, ma purtroppo non lo abbiamo ancora capito. I rapporti sono tranquilli, ci vediamo poco, ma quando ci vediamo io sono contento. Rimane però qualcosa da sistemare. Non siamo più tornati sul discorso Iori’s Eyes perché ciascuno è partito con le proprie cose, e avere un progetto ti leva il 90% delle energie e del tempo che hai a disposizione. Ragionare a due è impensabile per noi in questo momento.
