Bilanci e previsioni

Tre anni di silenzio inframezzati da voci, rumori e false partenze. Poi, a settembre, l’atteso ritorno con Nuovi rimedi per la miopia. Del disco e dell’universo “bughiano” vi abbiamo ampiamente parlato – con tanto di copertina del magazine – nello speciale che gli abbiamo dedicato lo scorso ottobre 2011. La data al Karemaski diventa allora un’occasione per una chiacchierata torrenziale – Bugo, per nostra fortuna, è allergico al classico botta e risposta fulmineo delle interviste – con cui fare un minimo di bilancio sul musicista, ma soprattutto sull’uomo.

Dalla crisi sei passato alla miopia, attraverso una metafora che fa pensare a qualcosa che non riguarda solo lo sguardo. Nuovi rimedi per la crisi?

Sì, assolutamente, è proprio così. Nuovi rimedi per la miopia l’ho scritto durante il tour di Contatti, e mi rendevo già conto che il brano C’è Crisi era il punto di partenza per tutto quello che sarebbe venuto dopo. Infatti, nel nuovo album ci sono brani che parlano della crisi, come per esempio La Salita, e sono i brani più duri, più severi. Sono anche quelli che hanno spaventato di più i miei vecchi fan.

Anche Contatti però era un disco abbastanza cinico e analitico…

Contatti è effettivamente così, ed è diverso da Nuovi rimedi per la miopia semplicemente perché prima avevo usato lo sguardo degli altri, che è appunto il cinismo. Io non mi ritengo una persona cinica, però in Contatti ho volutamente usato un linguaggio che non mi appartiene, esterno da me. Ecco perché sono nate canzoni come C’è Crisi o altre che si riferivano a certe dinamiche nel mondo della tv, come Nel Giro Giusto. Sono cose che ho sentito dire da altre persone, mentre ora sono io a parlare, e parto dalla miopia, dalla crisi, dal fatto che considero l’Italia come una città cadavere. Da un lato, quando ho cominciato a scrivere, ero molto preoccupato per come andavano le cose nella realtà, dall’altro invece sentivo un grande desiderio, non soltanto mio ma anche della gente, di dire basta. Quindi ho cercato tra i vari titoli che avevo buttato giù uno che esprimesse entrambe le cose, la negatività, la miopia, e allo stesso tempo un “rimedio”: questa parola l’ho scelta perché mi ricordava i rimedi della nonna, perciò una cosa genuina, casalinga, “nuovi” invece perché un disco così è davvero nuovo nel mio percorso, dato che è proiettato nel futuro. Mi sono chiesto quale impatto avrebbe avuto sui miei ascoltatori e ho immaginato fin da subito che la gente avrebbe fatto più fatica ad assorbirlo. In ogni caso, io penso che Nuovi rimedi per la miopia sia un disco lacerante, che divide, e quindi chi ascolta sente grandi potenzialità ma spesso non riesce a slegarsi dagli album precedenti. Per me sarebbe stato comodo rifare Contatti, ma non è il mio modo di essere, è più forte di me. Se avessi dato retta ai giornali avrei fatto tutti dischi uguali.

Infatti, il web e diverse riviste di settore non hanno esitato a prenderti di mira. Si legge qua e là che in Nuovi rimedi per a Miopia tu sia arrivato al capolinea, almeno per quanto riguarda le idee. Cosa rispondi?

Che ormai alle critiche ci sono abituato. Ho cominciato a farci i conti fin dall’inizio, quando ho firmato per Universal nel 2002. Ma è normale in questo mestiere, è una cosa che fa parte del voler sentirsi liberi. Però credo che un atteggiamento polemico a tutti i costi alla fine serva solo a rovinare la musica, perché ti impedisce di ascoltarla e di conseguenza di poterla giudicare davvero. Non ho mai sopportato le recensioni, nemmeno quelle buone, perché non sono mai complete. E poi una recensione negativa influisce anche sul live, perché chi viene a sentirmi si è già fatto un’idea che la maggior parte delle volte è sbagliata, dato che è basata sulla persona e non sul disco. Se leggo una recensione negativa, comunque, spero sempre che chi l’abbia scritta abbia almeno ascoltato il disco, prima (risate). E lo stesso vale per le interviste: è inutile incontrarmi se a chi ho davanti non gliene frega niente di me (altre risate).

TI piace fare interviste?

Sì, mi piace, anche se, come dicevo prima, dipende molto da chi mi trovo di fronte. L’intervista per noi è sempre un momento delicato, anche un po’ traumatico. Ovviamente poi dipende anche da com’è l’artista: ci sono quelli bravissimi, sempre con la risposta pronta, oppure quelli come me, scomposti e fuori tema, da flusso di coscienza (risate). Scherzi a parte, io credo che l’intervista serva quando c’è comprensione da entrambe le parti: ci tengo a non essere frainteso, ho un’attenzione quasi maniacale per le parole. Comunque anche io ho fatto delle interviste, ho incontrato Dente e Vasco Brondi, e pure un giornalista a cui il mio ultimo disco non è piaciuto per niente. Sono stato io a chiedere di fare questo “scambio di ruoli” ed è stato molto interessante, perché ho avuto l’occasione di approfondire il punto di vista opposto.

Quello che colpisce nel tuo percorso è che finora hai sempre seguito la via opposta all’album precedente. Hai cambiato strada ogni volta, passando dal cantautorato all’elettronica, fino ad una forma canzone più orientata al pop e al rock tradizionali: E’ una scelta consapevole o un tuo modo di essere?

Beh, con questo album volevo mostrare una parte di me che non ho mai mostrato, anche se io non ho mai lavorato di metamorfosi, almeno non consapevolmente: non mi sono mai alzato la mattina deciso a cambiare direzione a tutti i costi. Se in un album ho usato una particolare sonorità significa che in quel momento per me era importante fare quella cosa lì. Prendi C’è Crisi: era una cosa che prima o poi andava detta, allora in quel particolare momento ho deciso di mostrarmi cinico perché anch’io a volte sono cinico. Stavolta invece mi sono sentito di fare l’opposto. Io penso che l’uomo, tutti gli uomini, siano complessi. Non siamo unidimensionali, perciò voglio cercare di analizzarne tutti gli aspetti, postivi o negativi che siano. Per dire, una cosa che non ho ancora fatto è analizzare il male che c’è nelle persone, la loro parte cattiva; sicuramente un giorno avrò voglia di fare un disco che parli di questo e puoi stare certa che la critica mi ammazzerà (risate). Un altro esempio che posso farti è Che diritti ho su di te [da Golia e Melchiorre, 2004]: questo pezzo ha rappresentato una svolta nella mia carriera, viene da un disco che è talmente diverso da quello precedente [Dal lofai al cisei, 2002] che ci sono voluti tre anni prima che il pubblico la apprezzasse. Questa canzone ha segnato l’inizio di un modo di comporre diverso, e infatti avrebbe potuto stare benissimo su Nuovi rimedi per la miopia, ma è stato anche un modo per dire “ragazzi, lo so che è una roba diversa da quella a cui siete abituati, ma io sono anche questo”. Ha delle parole un po’ dure, è un brano severo, pur essendo una canzone d’amore.

A proposito di cose diverse, vorrei chiederti com’è stata l’esperienza di attore in Missione di Pace di Francesco Lagi, oltre alla tua carriera parallela di video-artista…

Intanto ci tengo a chiarire questa cosa del video artista, perché io non ho fatto mai niente di video arte: è vero che ho realizzato un paio di video, ma non li ho mai esposti alle mostre (risate). Comunque, anche nell’arte uso diverse metodologie, perché anche in questo campo voglio essere apprezzato come Cristian Bugatti, come essere umano, e quindi cerco di esprimermi il più liberamente possibile, anche se sono ancora all’inizio. E’ una cosa che ho cominciato a fare circa quattro anni fa. Per quanto riguarda il cinema, invece, si è trattato di un’esperienza fantastica: innanzitutto, lavorare con Silvio Orlando è stato bellissimo. Lui è un vero professionista, e anche se ci siamo divertiti davvero tanto, il suo modo di lavorare è serissimo e anche io sono così. Non mi piacciono i tipi seriosi che quando c’è da lavorare fanno i coglioni (altre risate). C’erano anche Filippo Timi, Alba Rohrwacher, e anche loro sono grandissimi. Sono stato molto contento anche di aver potuto lavorare con un regista giovane come Francesco e ovviamente di aver potuto curare tutte le musiche del film.

La musica influisce sull’arte, e viceversa? 

Non saprei. Nella mia testa le due cose non sono né unite né separate. Tutto comincia dalla mia condizione di essere umano sulla terra e quando creo può venir fuori una scultura o più spesso una canzone: cerco di raccontare quello che provo, oppure cerco di far vedere le cose per come sono nella realtà, da un altro punto di vista, che poi è quello che dovrebbe fare un artista. In ogni caso, provo a rappresentare delle emozioni, anche se nell’arte è un po’ più difficile, perché con le canzoni l’idea che hai in mente viene subito fuori. Anche se io non sono uno che tutti i giorni crea per forza qualcosa. Se la Universal mi dicesse che il prossimo disco posso farlo fra cinque anni, starei fermo per cinque anni (risate). Ovviamente sto scherzando, però penso che la creazione sia un mistero: le canzoni nascono in tanti modi diversi, a volte quasi per magia, però a me, in ogni caso, piace essere leggero. Se ascolti le parole di La Salita, ti accorgi che sono semplicissime. Poi tutto dipende dalla melodia, dal modo di cantare: voglio che la mia comunicazione sia il più semplice e diretta possibile. Anche banale, se vuoi, ma è il mio modo di introdurre lo sguardo dell’artista. Non mi piacciono le costruzioni mentali e le ideologie. Però non vorrei sembrare troppo serio, io sono quello che ha scritto Ggeell… (altre risate). So che sembra provocatorio, ma a me piace moltissimo la banalità: normalmente è un termine negativo, è sinonimo di mediocrità, ma la preferisco a una parola come originalità che invece spesso nasconde lo sforzo inutile del voler essere nuovi a tutti i costi. Quello che voglio fare io è guardare la realtà, che se ci pensi è fatta di cose ordinarie, di banalità, e qui cercare le emozioni.

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