Intervista. I flussi di coscienza di Black Snake Moan

Un viaggio esotico, psichedelico e quasi sacrale. Black Snake Moan, progetto del musicista Marco Contestabile, sembra muoversi dalle sponde del Mississippi ai vicoli dell’India più remota nel nuovo album Phantasmagoria, in uscita il 25 ottobre via Teen Sounds/La Tempesta Records, con un concentrato di blues ipnotico e stoner passionale, contaminati da sitar, tampura e chitarre a dodici corde. Un album di grande intensità da ascoltare lasciandosi travolgere dalle potenzialità del vecchio rock. Abbiamo intervistato l’autore, in collaborazione con AstarteAgency.

Da cosa arriva la scelta del titolo e cosa ci porta questo tuo nuovo lavoro?

La scelta del titolo proviene dalla percezione del mistero, oscurità che si fonde alla luce, proiettandoci in vari contesti ed immaginari complementari, un tema onirico molto intenso e profondo; mi piace l’idea di creare una narrativa psichedelica ma non riconducibile ad una tematica ben precisa, la proiezione di sensazioni e visioni. Questo album è ricco di nuovi elementi e strumenti, un modo di scrittura che conferma un linguaggio sviluppato nel corso di questo anno ricco di live e di esperienze che hanno contribuito alla realizzazione di questo ultimo lavoro. Il significato di Phantasmagoria, storicamente, è una delle prime rappresentazioni filmografiche, nata in Francia nel tardo XVIII secolo; consiste nella proiezione tramite una lanterna magica di immagini di varia natura, dipinti, cose ordinarie, ma verso la metà del Settecento divenne di moda proiettare fantasmi e spettri aumentando il fascino della visione e inventando così il genere fantasmagorico. Black Snake Moan in Phantasmagoria racconta la sua visione personale, il desiderio, la proiezione passata, presente e futura del proprio immaginario onirico ed etereo. Black Snake Moan sappiamo che non è un nome mutuato dall’omonimo film, ma trova il suo significato altrove.

Essere una one man band oggi. Com’è organizzato il tuo spettacolo, che abbiamo visto toccherà l’Italia ma anche alcuni stati esteri come Francia e Spagna, e che ti ha portato allo Sziget, all’Eurosonic e a numerosi eventi di livello internazionale? Cosa regali durante lo show, e come lo regali al pubblico?

Black Snake Moan è il titolo di una canzone di Blind Lemon Jefferson, uno dei primi bluesmen degli anni 20, fonte di ispirazione per moltissimi artisti blues non solo della prima metà del Novecento. Oltre a piacermi il nome (Il Lamento del Serpente Nero), mi ha particolarmente affascinato il mondo del blues, si fonde poi con la psichedelia, il suo mistero, il linguaggio mantrico e l’immaginario profondo che racchiude. L’esperienza del tour è sempre emozionante e stimolante, vivere il palco da soli aiuta molto e fortifica tantissimo. Mi sta insegnando molte cose, questo progetto, e il nuovo live sarà molto più intenso, sonico e potente, vorrei regalare al pubblico il mio sentimento, avvolgere ed ipnotizzare l’ascoltatore. Lo spettacolo di Black Snake Moan è un flusso di coscienza, mi piace descriverlo così, è un viaggio, un percorso da seguire in cui immergersi, una narrazione.

Su disco sitar, tampura, chitarre a dodici corde, tastiere. Dal vivo come gestisci tutto questo?

Il live di Phantasmagoria è ricco di strumenti: le chitarre dodici corde sono protagoniste assolute, alternate da intro di chitarra Coral Sitar e droni ipnotici di tampura come loop; le percussioni martellanti di cassa della batteria e hi-hat che suono contemporaneamente con i piedi, valorizzano la dinamica e la cavalcata dei brani, tutto questo avvolto dal suono di organo della tastiera, usato come tappeto sonoro, tasti “fissati con delle mollette” giocando con determinati effetti per la dinamica. Mi piace molto il nuovo set, è ricco di suono, armonici ed effetti che rendono il tutto ipnotico.

Ricordi un po’ il nipote del generale Custer, ma la tua musica è psichedelica, indiana, affonda le radici nel blues e lì si perde. Da cosa arriva questa scelta?

Capita molto spesso, o quasi sempre, di essere scambiato per americano, o comunque lo “straniero in vacanza in Italia”; non mi dispiacerebbe affatto essere il nipote del generale Custer, magari un giorno suonerò in Ohio. Mi piace suonare ciò che mi rappresenta, e sono felice di esprimere tutti questi stili che mi descrivono. La scelta stilistica è un auto-ascolto, suono quello che sono e quello che mi piace, senza filtri o determinati compromessi, non ho pensato molto a cosa scegliere, ho iniziato a suonare ed è venuto fuori tutto questo. Ho ascoltato rock fin da piccolo, sono fortemente contaminato dalla musica anni Sessanta-Settanta, psichedelia, blues folk e garage rock, e mi piace proporla con il mio linguaggio, con la mia dimensione. Questi ultimi anni, determinati ascolti, stati d’animo, mi hanno veramente cambiato la vita, sono entrato in una nuova dimensione e sono felice di aver dato una nuova luce alla mia musica.

Quanto serve appoggiarsi a una label straniera oggi, nella creazione e nello sviluppo di un progetto che vuole raccontarsi oltralpe? Quanto, invece, a una italiana? Com’è nata la tua collaborazione con La Tempesta e Teen Sound Records?

La creazione e lo sviluppo di un progetto, se appoggiato da una label, sicuramente ha una forza in più ed una ottima occasione per promuovere maggiormente il proprio prodotto. Oggi più che mai è importante valorizzare la propria arte e avere la giusta squadra con la quale collaborare. Tour su tour e la promozione del primo album autoprodotto, mi hanno fatto capire che è molto importante avere una etichetta che supporta il progetto, e sono felice oggi di avere una squadra con la quale lavorare. Alcune persone le ho conosciute proprio in tour, in festival e live club. La ricerca di una etichetta è nata dalla voglia non solo di avere un appoggio promozionale e stilistico, ma anche di essere canalizzato senza filtri, in un contesto che rappresenti sinceramente la mia musica. Oggi lavoro con due etichette che, oltre a piacermi molto, reputo veramente valide e complementari, visto che valorizzano sia in Italia che oltralpe il mio prodotto. Il nuovo album in uscita il 25 ottobre è prodotto da Teen Sound, attiva dal 1997, costola di Misty Lane, label e fanzine – con oltre 70 produzioni all’attivo in ambito Neo Sixties, Garage, Mod, Beat, Indie, Surf, R’n’R – di Alessandra Monoriti e Massimo Del Pozzo, che distribuirà l’album in Europa, Gran Bretagna e USA; per la distribuzione Italiana c’è La Tempesta International, etichetta discografica indipendente di Pordenone de I Tre Allegri Ragazzi Morti, che ha all’attivo più di 60 produzioni diverse delle quali alcune premiate dalla critica italiana. Sono veramente felice di far parte di questa famiglia.

Parli di ricerca sonora. Quanto conta ancora oggi la sperimentazione sonora in campo più rock e meno elettronico?

Credo che sia essenziale per un artista avere fame di novità, strettamente connessa alla propria ricerca spirituale; essere costantemente curioso, non solo dell’esterno ma anche della propria interiorità, in una ricerca personale. La sperimentazione sonora è un percorso creativo che si fonde con l’attitudine all’arte e a ciò che ci rappresenta; per me è molto importante seguire un flusso, un sentiero di ispirazione, una luce. Fondamentale avere un proprio linguaggio, è già una ricerca, è la verità che ci contraddistingue, in qualsiasi stile musicale ed artistico.

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