Amyl And The Sniffers
Amyl And The Sniffers, foto per la stampa di Jamie Wdziekonski (2021)

L’amore e la violenza. Intervista agli Amyl And The Sniffers

«Devo dire che suonare dal vivo mi stava iniziando a mancare, soprattutto quando l’album è uscito. Vogliamo vedere in faccia la gente quando suoniamo le nostre canzoni, specie quelle nuove. Vogliamo cantare in coro insieme al nostro pubblico».

Abbiamo raggiunto Amy Taylor e i suoi compagni di band poco prima del concerto che si terrà giovedì 16 giugno alla Rocca Malatestiana di Cesena, all’interno della rassegna Acieloaperto. Uno show che si preannuncia incandescente, anche in virtù di quello che gli Australiani hanno lasciato intravvedere lo scorso aprile, quando hanno preso parte al festival di Coachella.

Si è trattato di un traguardo interessante per una band che pare diretta espressione delle periferie più malandate di Melbourne e ne riflette la loro natura delinquenziale. Dal 2016, Amy Taylor, Bryce Wilson, Dec Mehrtens e Gus Romer costituiscono un collettivo affiatato sul palco e nella vita. Se il primo EP del 2016 (Giddy Up) lo avevano registrato in appena dodici ore e con il primo omonimo album si erano fatti conoscere anche al di fuori del giro punk, grazie ad una formula abrasiva di rock’n’roll australiano (courtesy of AC/DC e Saints) e ad una cantante che pareva un incrocio fra Poly Styrene e Wendy O. Williams, è proprio dal vivo che la band guadagna credenziali punk. Sul palco la Taylor domina la scena come una fiera appena fuggita dalla gabbia: non una posa studiata, non atteggiamento che non trasudi autenticità. Manesca, ipercinetica, casinista e attaccabrighe. Eppure, sempre contagiosamente divertente.

Il secondo album, registrato durante la pandemia, vede il gruppo serrare le fila per un sound ancora più compatto ed oscuro. Nel frattempo, la Taylor ha maturato ulteriormente le proprie doti di performer grazie collaborazioni di prestigio con Sleaford Mods e Viagra Boys. Anche per questo con Comfort To Me i Nostri mettono a segno il loro album più personale, esplorando questioni di sessismo e autorità con una retorica da strada mai banale e alcuni dei riff più taglienti e affilati fra quelli ascoltati negli ultimi tempi. Laddove il loro debutto omonimo era carico di una rabbia istintiva, Comfort to Me scava più a fondo negli antagonismi quotidiani della vita con una precisione chirurgica.

Amyl
Amyl And The Sniffers, foto per la stampa di Jamie Wdziekonski (2021)

Si sente che a questo disco avete dedicato molto tempo rispetto al passato. C’è un approccio più lento e studiato: è stata una decisione consapevole?

Eravamo tornati dal tour precedente a settembre del 2019 ed eravamo andati a vivere tutti insieme. Tutto questo era prima del COVID. Metà dell’album è stato scritto prima della pandemia. Ma sono successe altre cose: c’è sono stati grandi incendi in Australia e questo ci ha spezzato il cuore. Quindi, vivevamo insieme e registravamo in questo posto chiamato National Storage, che stava proprio in fondo alla strada. Andavamo lì tra un lockdown e l’altro. Provavamo a scrivere qualcosa, ma ci siamo impegnati soprattutto a divertirci e a registrare quello che per noi suonava meglio. Dopo il tour precedente siamo tutti migliorati tecnicamente. Inoltre, io ho dedicato più tempo ai testi, ne sono entusiasta e orgogliosa. Nei dischi precedenti, scrivevamo le canzoni e la suonavamo dal vivo prima che fossero pronte. Poi le registravamo. Abbiamo registrato Amyl And The Sniffers dopo quattro mesi di tour nel Regno Unito. Ma questa volta è andata diversamente. Nessuna di queste canzoni era stata testata dal vivo. Abbiamo anche fatto delle demo per la prima volta! Ora capisco perché le persone lo fanno.

Come ha influito il lockdown su di te, sul tuo modo di scrivere ed esibirti?

Gli ultimi due anni mi hanno cambiato molto. Prima di allora venivo da quattro anni intensi. Sono stata costretta a riflettere su cose della mia vita che erano piuttosto incasinate. Ha cambiato il mio modo di pensare, ma non l’intensità. Anche il mio modo di scrivere le canzoni è cambiato. Ora sono molto più interessata alle questioni femminili.

Mi parli delle dinamiche all’interno della band?

Siamo una specie di famiglia. Loro sono i miei fratelli e io sono la loro sorella. Non sono mai stata in nessun’altra band, quindi non ho nulla con cui confrontare la nostra situazione. Ma per quanto mi riguarda mi sento di essere tanto la sorella fastidiosa quanto la zia ubriaca e la mamma prepotente. La canzone Knifey ha emozionato i ragazzi. Stiamo ancora imparando molto insieme, ma loro mi ascoltano e basta.

Mi pare che Knifey rappresenti bene questo corso più oscuro e consapevole…

Sì, sono diventata molto cinica nel corso dell’ultimo anno. È stato un periodo di depressione. Oggi mi sento molto meglio, ma ho dovuto affrontare pensieri molto oscuri. Anche per questo l’album è molto importante per me. Per quanto riguarda la canzone, non so come sia dove abiti tu, ma qui in Australia non è sempre sicuro andare in giro di notte, specie se sei una donna. Questo ha fatto in modo che mi portassi questo senso di insicurezza ovunque andassi. Non importa quanto ti senta tosta, c’è sempre questa sensazione che ti porti dietro ad andare in giro da sola quando fa buio. Come se avere con sé un coltello fosse l’unico modo di bilanciare la situazione.

Questo stato d’animo si riflette anche nei video dei singoli, in cui appari in preda alla rabbia e distaccata dal resto della band. C’è un concept dietro a tutto questo?

John Angus Stewart, che ha diretto il video, è colui che ha avuto l’idea. Guided By Angels è una specie di riflessione su quanto duramente ho dovuto lavorare e quanta intensità metto in quello che faccio. Per Security il discorso è leggermente diverso. Quello definitivo è in realtà il secondo video che abbiamo girato. Il primo era più violento, c’erano anche delle pistole, alla fine abbiamo preferito non pubblicarlo. Il video rispecchia esattamente come ci sentivamo durante il lockdown, con tutta quell’energia repressa, la frustrazione e la voglia di distruggere tutto e di ritornare alla natura. Dall’altra parte c’è una natura finta rappresentata dalla pioggia simulata. Perché siamo intrappolati in una specie di mondo fasullo.

Choices è un altro pezzo basato su esperienze personali?

Non volevo intenzionalmente far riferimento a nessun genere quando l’ho scritta. Ma ricevo in continuazione consigli non richiesti e ci sono persone che mi dicono cosa dovrei o non dovrei fare. Mettono in dubbio la mia intelligenza, il che potrebbe anche essere giusto, ma personalmente preferisco imparare da sola. Posso migliorarmi se commetto errori, ma se qualcuno mi dice sempre come vivere e cosa fare, per me sarà dannoso e mi rallenterà. Non imparerò nulla. Voglio solo rovinare tutto, commettere errori e imparare il più possibile da essi.

Amyl
Still dal video “Hertz” degli Amyl and The Sniffers (2021)

Com’è nata la collaborazione con Sleaford Mods e Viagra Boys?

È stato molto semplice, mi hanno contattato su Instagram e mi hanno chiesto se mi andava di suonare il pezzo con loro. Sono due delle mie band preferite, abbiamo suonato insieme in alcuni festival e abbiamo assistito alle rispettive esibizioni. Penso che ci sia una specie di attitudine che ci unisce. Soprattutto con gli Sleaford Mods. Jason piò sembrare uno molto critico su tutto, ma in realtà è una persona sempre molto positiva. Inoltre, adoro la loro musica così elettronica e minimale. Sono davvero grandi.

Possiamo dire che tutti e tre i vostri gruppi danno un’interpretazione differente al concetto di “punk”?

Direi che fra i tre noi siamo quelli che hanno radici punk più evidenti. Certamente nei Viagra Boys quell’attitudine c’è, ma c’è anche molto post-punk. La cosa diventa più interessante con gli Sleaford Mods, perché viene sempre da chiedersi che cazzo combinano questi ragazzi: fanno punk o fanno rap? Ma ci sono molti modi di approcciare questa roba. Ma penso che nello spirito sì, siamo tutti punk.

È una definizione che vi soddisfa? Oppure la sentite un po’ asfissiante? A giudicare da pezzi come Hertz il vostro stile si sta evolvendo in altre direzioni…

Vedi, quando abbiamo iniziato ci vedevamo come una garage band…garage rock o pub rock…non ci siamo mai definiti come punk, anche se tutti noi ne siamo stati influenzati. Almeno fino a quando non abbiamo iniziato a viaggiare e la gente ci definiva “punk”. Penso che sia vero: siamo una punk band, ma allo stesso tempo nel nostro sound ci sono elementi hardcore, rock’n’roll. Inoltre, non vogliamo restringere troppo i nostri orizzonti. Penso che “punk” voglia dire tante cose, per me riguarda anche l’attivismo politico. Penso che sia uno spirito che possa essere trovato anche nel rap.

Siete stati paragonati agli Stooges e ai Plasmatics. Tu cosa ne pensi, ti senti a tuo agio con queste analogie?

Ne abbiamo sentite tante e di certo questi paragoni ci rendono orgogliosi, ma noi siamo nati in Australia, siamo molto legati al nostro background. Sono molto fiera quando mi paragonano a Wendy Williams e quando ci paragonano a band inglesi o americane. Ma sono cresciuta ascoltando un sacco di gruppi australiani come AC/DC, Radiators, Angels e un sacco di compilation in CD. Roba che di solito definiamo “musica da barbecue”.

A proposito di questo. Prima di salutarti volevo chiederti se ci sono nuove band australiane che ci consiglieresti…

È uscito da poco il nuovo album dei Low Life, una post punk band di Sydney che adoro. Anche gli Exek di Melboune, sono cari amici e hanno fatto uscire due album molto interessante. Poi ci sono i Coffin da Sydney, ma anche i Miniskirt e Piss Idiots e dell’ottimo rap che arriva dall’Australia.

SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare