Il cuore e la rivoluzione: intervista a Rachele Bastreghi
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Elena Raugei
- 30 Aprile 2021
I have gone out, a possessed witch,
haunting the black air, braver at night;
dreaming evil, I have done my hitch
over the plain houses, light by light:
lonely thing, twelve-fingered, out of mind.
A woman like that is not a woman, quite.
I have been her kind.
I have found the warm caves in the wood,
Filled them with skillets, carvings, shelves […]
Queste sono le parole con cui si apre l’ultima traccia in scaletta, Resistenze, del primo album da solista di Rachele Bastreghi, Psychodonna (recensione). Sono le parole di Anne Sexton, celebre poetessa antiborghese, penna della rivoluzione sessuale e del movimento femminista, “casalinga pazza” nel quadro normalizzante dell’American Dream, “strega contemporanea” messa al rogo dai fraintendimenti dei benpensanti, suicidatasi nel 1974 dopo essere stata anche internata per le sue turbolenze mentali. I versi in questione sono tratti dalla poesia-autoritratto Her Kind, che si collega per l’appunto al gruppo rock di successo formato dalla Sexton con alcuni dei suoi studenti, Anne Sexton and Her Kind, influenzato tra gli altri da Jim Morrison. Se siete curiosi di visualizzare il suo volto, cercate l’effigie dipinta da Joanna Rusinek e scoprirete un’impressionante somiglianza proprio con la musicista di Montepulciano attiva da tempo a Milano, co-autrice, voce e multistrumentista dei Baustelle dal 1996 della loro fondazione. È lei, in questo caso, la «strega posseduta» dalla musica. È lei che si muove con coraggio nella notte, sognando le sue canzoni e trasformandole in realtà. Psychodonna, un disco necessario per l’attuale panorama italiano per la forza dei suoi contenuti sonori e testuali, è stato infatti elaborato durante lunghe serate di visionaria insonnia nel proprio studio casalingo.
«Ho cercato la poesia perché mi ha trasmesso la bellezza delle immagini. Leggere queste parole mi ha fornito l’ispirazione per esprimere dei sentimenti. Durante le mie nottate dedicate al songwriting, mi sono imbattuta in un vecchio video di Sexton recitante questi versi estremamente musicali. Sexton, a suo modo un’autentica rockstar maledetta, aveva formato davvero un gruppo con cui musicava le sue poesie: tutto torna. Her Kind parla delle figure, entrambe anomale, della strega e della casalinga fuori dalle righe. Sexton appartiene a quel tipo di icone che hanno fatto una brutta fine, in quanto legate a un malessere anche clinico, ma che durante la loro vita hanno condotto la poesia da un’altra parte, hanno contribuito all’emancipazione, hanno parlato di argomenti scomodi che un tempo non si potevano affrontare, come l’aborto, la depressione o la sofferenza. In pratica, Sexton appartiene a quel tipo di donne che si sono messe a nudo e sono state male perché non comprese. Adesso siamo nel 2021, teoricamente in una nuova epoca, ma noi donne facciamo ancora fatica a essere ascoltate e a essere ritenute credibili. A causa di retaggi culturali arcaici. Le donna come musicista, per esempio, rappresenta tuttora una sorta di eccezione».
Un’eccezione, comunque, Bastreghi lo è sempre stata, intenta nel corso degli anni a cantare, suonare pianoforte, tastiere, percussioni e quant’altro oppure arrangiare archi assieme alla band con la quale ha pubblicato capolavori come Sussidiario illustrato della giovinezza, Amen o Fantasma. Da sola, si era già mossa sia nel solco di prestigiose collaborazioni, dagli Afterhours a Mauro Ermanno Giovanardi, sino alla scrittura per Patty Pravo, sia con il suo esordio in proprio, l’EP Seventies Marie uscito nel 2015, sempre per Warner Music Italia. In Psychodonna, però, Bastreghi supera definitivamente ogni ritrosia costruendosi uno spazio personale che esalta un background eclettico e uno stratificato universo interiore, in pratica tutto ciò che le ribolle dentro da sempre. Psychodonna è un lavoro di grande inventiva, un tributo al caos, alla confusione da interpretarsi come fucina creativa per antonomasia, laddove spontaneità e perfezionismo possono coesistere. In Not For Me canta non a caso orgogliosamente: «l’ordine non fa per me».
«Ho dato tanto alla musica, sempre, e ho dato anche alle parole, ma stavolta avevo una visione. Le mie influenze sono tante e volevo lasciarle completamente andare, senza il timore di unire elementi essenziali e altri più barocchi. Nel mio immaginario Bach fa lo sgambetto a Michael Jackson, che a sua volta bacia Morricone. Quando ascolto Psychodonna, mi riconosco. Ho capito che ci ho messo così tanto tempo per fare il mio album perché ho aspettato il momento giusto, l’incastro giusto, gli strumenti giusti. Ho scoperto di essere pignola. Dovevo compiere tutto il percorso che ho fatto per arrivare, senza paletti né protezioni, all’album che volevo effettivamente realizzare. Nel disco ci sono passaggi molto sperimentali per me, usciti fuori per caso dalla mia camera, mentre di notte provavo a basso volume per non disturbare i vicini, come quando uno starnuto che mi è scappato dentro alla chitarra, riascoltato in cuffia, mi ha spinto a provare degli azzardi vocali altrimenti impensabili. Ho messo a fuoco il desiderio di una maggior sperimentazione, anche per preservare l’energia. La mia implosione diventa un’esplosione».

La quadratura del sound, in propulsivo disequilibrio tra riferimenti più classici e la spinta moderna del synthpop e dell’electroclash, è stata successivamente trovata in fase di produzione assieme a Mario Conte, ben noto in campo elettronico e già al fianco, oltre che di Colapesce e Meg, della medesima Rachele per una memorabile reinterpretazione dark di Le cose che pensano, dal tributo La bellezza riunita dedicato a Lucio Battisti e risalente al 2018.
«Quando ti rinchiudi per due anni, in isolamento su un lavoro articolato come Psychodonna, rischi veramente di impazzire. Ho avuto subito l’idea di intraprendere una direzione elettronica. Facevo i provini per conto mio con la tastiera MIDI e perdevo la testa perché suonavo di tutto: archi, drum machine… Nelle mie composizioni, del resto, ho sempre miscelato tanti ingredienti. All’inizio volevo fare tutto da sola, ma in seguito mi sono resa conto che poter contare su un primo riscontro altrui è importante. Apprezzo Mario Conte come artista e come persona. Siamo andati avanti tra stimoli ed eventuali dubbi. I demo che avevo portato in studio erano molto complessi e avevo bisogno di qualcuno che, oltre a curare il suono, mi desse una mano per snellire il materiale, perché volevo essere fruibile. Voglio fare le cose alla mia maniera, non voglio piacere per forza agli altri, ma al contempo mi piace comunicare. Volevo superare la timidezza e volevo che venisse colta anche la mia semplicità. Il mio strumento è la musica e volevo quindi che, ascoltando l’album, si percepisse chi sono, al di là dei Baustelle».
Chi è, Rachele Bastreghi, lo si capisce anche ascoltando i testi di Psychodonna, che si soffermano con approccio comunque sia universale sulle innumerevoli sfaccettature dell’essere umano donna, calato in un ambiente, come dicevamo prima, spesso orientato al regresso anziché al progresso. Se manca lo spazio, è necessario (ri)prenderselo. Le parole limate da Bastreghi sono auto-riflessive, lungo un viaggio interiore che tocca temi come l’amore e la famiglia, ma rivelano in parallelo una forte insofferenza nei confronti della società, per meglio dire dei suoi limiti, pregiudizi, intolleranze. È come se, su queste frequenze sonore, andasse in onda una guerra con se stessi e di pari passo con l’esterno. Oltre il genere. Tra il buio e la luce che, complementari, ricorrono in alternanza.
«Credo di essermi capita. Quello che affermo in Psychodonna, anche dando adito a una parte maschile, è non avere paura del fatto che siamo fatti di tante cose. Siamo fatti così, di opposti che convivono. Quindi tiro fuori la mia fragilità, ma anche il mio essere combattiva. Così come l’uomo dovrebbe accettare la sua parte femminile. Questo vuol dire essere liberi. Psychodonna per me è una donna libera, che non ha mezze misure ma che, nonostante possa essere faticoso, si guarda e si vede per quello che è sul serio. Nella società, invece, capita di trovarsi in trappola. Io ho fatto un disco pensando a me, nel mio piccolo, ma ciascuno di noi reagisce a ciò che vive. Tutto finisce per esercitare un’influenza, anche se ti rifugi nel tuo guscio. L’occhio è sempre aperto, magari decidi di chiuderlo ma quel che avviene in tempo reale lo vedi, le notizie le ricevi. A volte ti senti talmente impotente che non resta che rinchiudersi e provare a trovare la propria voce, che inevitabilmente stride con una base di sottofondo incomprensibile. Se si parla, si parla per dire qualcosa. Quando metti questo qualcosa in una canzone puoi condividerlo con gli altri, in quella che è senz’altro un’apertura che può alleggerirti e donarti speranza. Io mi sono liberata perché condividere è la cosa più bella del mondo. Significa anche accettarsi, andare avanti, darsi pace. Bisogna fare i conti con noi stessi, cessare di essere qualcun altro e di mettersi sempre in discussione. La canzone d’apertura, Poi mi tiro su, fornisce una serie di immagini da up and down, tra divani e posaceneri di marmo, ma tra alti e bassi prima o “poi” si decide di cercare la luce e non abbandonarsi al buio, che in ogni caso è altrettanto fondamentale. È il motore della vita».
L’obiettivo sul femminile si trasla sulle ospiti che contribuiscono ai microfoni. Partendo dall’attrice e perfomer Silvia Calderoni – musa tanto della compagnia teatrale Motus quanto di Gucci – nel singolo Penelope, supportato da un videoclip che si pone tra i giardini di Sofia Coppola e il colore bianco contrapposto all’esoterismo della natura di un Picnic ad Hanging Rock. Per proseguire con Meg e la duttile figlia d’arte Chiara Mastroianni in Due ragazze a Roma. Come se non bastasse, l’unica cover in programma è quella di Fatelo con me di Anna Oxa, contenuta nel suo primo album Oxanna, firmata da Ivano Fossati e intramontabile nella sua carica sovversiva.
«Il fatto che queste persone siano state felici di partecipare ha impresso ancora più forza al mio progetto. Ci sono anche delle presenze maschili, visto che ho chiamato Colapesce, Dellera, Marco Carusino e Fabio Rondanini a suonare, ma ho deciso che avrei affidato gli altri cantati a delle donne. Per Due ragazze a Roma ho preso ispirazione per le note di basso e synth da This Is America di Childish Gambino. Ho poi coinvolto Meg, che ha contribuito anche con un frammento di testo, e Chiara Mastroianni, che interviene nella coda finale del brano, dal sapore cinematografico. Due ragazze a Roma è la colonna sonora di una storia d’amore tra due donne, la dimensione che conosco meglio, ma può riguardare qualsiasi scoperta amorosa alla quale abbandonarsi senza sapere cosa riserverà il futuro. In Fatelo con me, invece, ho ravvisato una sfrontatezza che ben mi accompagna. Nel 1978, quando uscì, Anna Oxa vestiva da uomo e cantava con un piglio spudorato che oggi ritrovo in un’artista come Madame. Il messaggio di libertà sessuale e di emancipazione di Fatelo con me, che parte dall’intimità, è punk. Ecco perché volevo farne una versione alla Suicide. È una sollecitazione a svegliarsi, equivalente ai mezzi di riflessione e alle pillole di coraggio dispensate nelle opere di Sexton o Virginia Woolf».
Rachele, nel meta-testo di Come Harry Stanton parli direttamente di te stessa. «E scrivo la mia canzone / Come Harry Stanton / cappello e vento». Perché hai omaggiato proprio l’attore-feticcio di David Lynch, ammirato per l’ultima volta su schermo nel film Lucky?
Conoscevo ovviamente Harry Dean Stanton anche per Paris, Texas di Wim Wenders. Mi rispecchio in lui perché è un caratterista che diventa protagonista. Lo associo inoltre al viaggio spirituale, alle interminabili camminate riflessive, desertiche. Cappello, sigaretta, piante esotiche tutto intorno. Il nulla, guardare l’orizzonte. Mi sono ritrovata nel suo senso dell’isolamento. Anche io ho fatto un viaggio, tanti viaggi immaginari bellissimi. Amo il silenzio tanto quanto la musica. Mi piacciono i contrasti perché ti mettono in movimento, non permettono di farti sedere e cedere alla monotonia. Il contrasto suscita delle reazioni.
Come mai sulla copertina di Psychodonna il tuo volto appare sfocato?
La copertina è sfocata perché è un invito ad avvicinarsi. Attualmente una canzone per funzionare deve arrivare subito a destinazione, ma i dischi che piacciono a me si arricchiscono ascolto dopo ascolto. Nei brani di Psychodonna ci sono parecchi strumenti e devi entrarci dentro per assaporarli tutti. Questo è il tipo di lavoro che faccio da sempre, anche con i Baustelle. In Psychodonna c’è tanta musica, ed è un album che dice tanto. È un ampio viaggio, da intraprendere però in un unico respiro, perché c’è una coerenza complessiva, c’è un discorso con un inizio e una fine.
In Not For Me intoni questa frase, in inglese: «The ordinary is not for me / but I never want to hide my crazy head again». Non nasconderai più la testa, quindi possiamo aspettarci altri dischi meravigliosamente eccentrici come Psychodonna?
Si tratta di un difficile processo di crescita, anche di terapia, per superare trappole come insicurezze o paure in cui in passato sono caduta io stessa. È inutile dare la colpa agli altri, quando a volte siamo i nostri peggiori nemici. C’era qualcosa che dovevo tirare fuori, non più trattenere dentro. E sono contenta di quello che è uscito, cioè del disco, perché mi rappresenta. Con l’esperienza, la consapevolezza, la maturità di oggi. Con tutta la sincerità che ho tentato di metterci. Psychodonna, per me, è in continuo divenire. Per scherzo ho sempre detto che io sono Psychodonna e posso dunque fare quello che mi pare. Oggi bianco, stasera nero. Posso darmi la possibilità di incoerenza. Mi sono aperta una porta alla quale posso ricorrere tutte le volte che avvertirò l’urgenza di esprimermi. Farò un altro disco, altri due, altri tre… chissà.
