Riportando tutto a casa. Intervista ai Lamb
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gianlucalambiase
- 22 Novembre 2014
Certi posti sono così belli che vale la pena di tornarci, di riscoprirli. Andy Barlow e Lou Rhodes, attivi dal 1994 sotto il nome Lamb, avranno pensato anche a questo quando tre anni fa hanno deciso di ricominciare a fare musica insieme. Il duo elettro-folk, che nell’ultimo album Backspace Unwind parla anche di amore tra sintesi elettroniche condite da auree orchestrali, ci spiega What Makes Us Human, senza scadere nella retorica o di chi suona fuori tempo. “Perché non so fino a che punto la nostra musica possa ritenersi contemporanea, riuscita o perfetta – ci spiega Lou – ma certo è quanto di più sincero e vero siamo ancora in grado di fare”.
Partiamo da Backspace Unwind, secondo album post-reunion dopo 5. Come è nato questo disco?
Quando abbiamo iniziato a scrivere 5 avevamo idee che poi sono rimaste fuori da quel disco, e siamo ripartiti da lì. In un modo molto diverso dal disco precedente abbiamo provato ad elaborare azzerando tutto, cercando di ripartire da capo, discutendo su quello che la nostra musica dovesse essere e cosa no. Per certi versi il processo creativo che ha accompagnato questo disco è molto simile a quello dietro al nostro primo album. Abbiamo cercato di spogliare i suoni provando a ricavare uno spazio differente, una via nuova.
L’impressione maggiore che si ha ascoltandolo, è che vogliate ignorare i trend di sperimentazione elettronica, preferendo continuare a ricercare ancora una volta quell’equilibrio che è da sempre la ricetta della vostra musica…
Non saprei dirti quanto in definitiva possiamo reputarci realmente distanti dalle mode che si muovono nella musica elettronica. Di certo siamo molto attenti a quello che reputiamo interessante e che in qualche modo finisce per prendere una propria fisionomia anche nella musica dei Lamb.
Backspace Unwind ha il sapore di un lungo percorso che conosce momenti più complessi ed episodi più semplici, accessibili. Come una riconoscenza. Come un Ulisse alla fine del viaggio…
Il riferimento al viaggio è sicuramente centrale in questo disco. Volevamo che l’esperienza di ascolto fosse un viaggio, ma di quelli fatti senza un itinerario preciso: non sappiamo dove stiamo andando ma sappiamo che questa strada ci sta portando da qualche parte. E’ stato divertente perché anche nel decidere l’ordine delle canzoni abbiamo seguito un po’ questa logica, portando l’ascoltatore da una partenza più complessa a una fine pacifica, ricca di amore.
We Fall in Love potrebbe rappresentare un po’ il manifesto di tutto questo?
Assolutamente sì! We Fall In Love è stata l’ultima canzone che abbiamo scritto per questo disco ed ha interpretato perfettamente il significato di esso. Quando abbiamo iniziato a scriverla ci siamo resi conto che avevamo bisogno di qualcosa che aggiungesse a questo lavoro un tocco magico, di amorevole bellezza. Siamo riusciti a trovarlo in questo pezzo che abbiamo aggiunto all’ultimo minuto e che per forza di cose è diventato il primo singolo.
Come nascono i vostri brani e come riuscite a trovare quell’equilibrio perfetto tra l’elettronica di Andy e il tuo cantato?
Non saprei dirti se si tratta di un equilibrio perfetto. E’ un processo lungo che ci porta a confrontarci di continuo. Siamo sempre molto attenti a quello che ci circonda, alle piccole idee, e spesso partiamo da lì. Spesso una semplice linea di basso o poche parole ci suggeriscono qualcosa. Iniziamo così a lavorare insieme su quell’idea cercando l’alchimia giusta che la farà evolvere in modo organico per donarle una via propria.
Quant’è cambiato in questi anni il mondo musicale che vi circonda?
E’ cambiato tantissimo. Per quanto ci riguarda, quando abbiamo iniziato a fare musica pubblicavamo per una piccola etichetta e il solo stare in studio ci sembrava un miracolo. Oggi abbiamo uno staff che ci segue e la possibilità di arrivare a persone che non ci conoscono. Quando abbiamo iniziato non c’era internet, i social network o Bandcamp e tutto era molto più complesso e legato spesso ai piccoli negozi di dischi. Oggi le opportunità per venir fuori sono sicuramente maggiori.
Le vostre singole esperienze quanto stanno influenzando questo nuovo corso dei Lamb?
Tantissimo. Quando decidemmo di fermarci nel 2004 avevamo bisogno di raccogliere le idee, di prenderci il nostro tempo per capire costa stessimo facendo. Avevamo bisogno di ritrovare spazi per provare esperienze musicali differenti e poi ritornare a godere insieme della musica che stavamo facendo. Tutto questo ritorna prepotentemente in 5 e in Backspace Unwind, e quelle piccole idee o intuizioni di cui ti parlavo prima spesso vengono proprio da lì.
Il 28 ottobre, da Bristol, è iniziato il vostro tour, che toccherà anche l’Italia dal 17 al 19 novembre. Come vivete l’esperienza dal vivo?
Con grande emozione, perché vedere tante persone che si muovono per ascoltare la nostra musica è sempre qualcosa di pazzesco, che mi sorprende ogni volta.
Ripartire da Bristol ha un significato particolare?
In realtà no, ma capisco la tua domanda. Credo che si tratti di un errore storico che ci portiamo dietro da anni: pur essendo originari di Manchester, siamo sempre stati associati a Bristol. Credo dipenda dal fatto che spesso il nome dei Lamb viene legato alla scena trip hop di questa città, ma in realtà l’abbiamo sempre vissuta molto poco, quella scena, e in questo senso credo che con 5 abbiamo preso ancor di più le distanze anche da quel genere.
Che ricordo hai dei concerti in Italia?
Sono sempre stati particolarmente intensi. Ricordo una data a Roncade e una ai Magazzini Generali, locali dove di solito si suona un certo tipo di rock abbastanza lontano dalla nostra musica. Con grande sorpresa invece trovammo tantissima gente che ci ascoltava, venuta lì appositamente per noi.
Venti anni di attività, sei dischi e un peso specifico unanimemente riconosciuto. Vi state avvicinando allo status di “classico”. Lo avvertite? Vi fa piacere o paura?
Forse nessuna delle due. Non so dirti se stiamo diventando un classico, da un punto di vista musicale, forse saranno gli anni di attività. In realtà viviamo sempre con molta sincerità la nostra musica, continuando a cercare quello che ci piace, che ci fa sognare, e sperando che anche le persone che ci ascoltano possano godere della stessa gioia che viviamo noi nel realizzare la nostra musica.
