Inafferrabili obliquità
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Giulia Antelli
- 2 Maggio 2012
A pochi giorni dall’uscita del debut omonimo, abbiamo incontrato nella natia Arezzo i Sycamore Age, progetto nato dall’incontro tra Stefano Santoni (già produttore e membro dei Kiddycar) e il cantante e musicista Francesco Chimenti (figlio di Andrea). Obliqua e inafferrabile, la personalità musicale di questi sette ragazzi – tutti quanti polistrumentisti, alcuni di formazione classica, altri di derivazione garage -, si muove di volta in volta tra le raffinate ricercatezze del progressive e le distorsioni della polifonia folk più aggraziata. Ecco il resoconto della lunga chiacchierata fatta con la band rivelazione aretina.
Siete un gruppo composto da sette elementi, tutti quanti polistrumentisti. Perciò la prima domanda che vi pongo è abbastanza ovvia, ma indispensabile per capire la natura della vostra formazione: com’è nato il progetto Sycamore Age?
Stefano: Io ho lavorato con il padre di Francesco, Andrea Chimenti, e dato che frequentavo spesso casa sua ho conosciuto anche lui. Francesco mi ha fatto ascoltare delle demo del suo vecchio gruppo, gli A Beggar’s Mood, e la mia intenzione, all’inizio, era sostanzialmente di aiutare la sua band. Successivamente sono rimasto davvero colpito dalla loro natura musicale, dalla loro capacità di creare armonie e dalla voce di Francesco, nonostante all’inizio il suo stile nel cantare mi sembrasse lontano dal mio mondo musicale. Ci siamo visti un pomeriggio, per gioco, eravamo curiosi di sapere quello che sarebbe venuto fuori e da quel pomeriggio è nata la struttura di Binding Moon, la prima canzone dell’album. Subito dopo si è aggiunto Davide [Andreoni]: l’album è stato chiuso dai noi tre insieme a Franco [Pratesi], che ha dato un contributo molto importante durante la fase di scrittura dei brani, sia per le parti di violino che per l’apporto dei synths. Per quanto riguarda il live invece c’è stata fin da subito la necessità di allargare ulteriormente l’organico, ed è così che in ultimo sono arrivati Giovanni [Ferretti], Nicola [Mondani] e Sam [Mc Gehee].
Sycamore Age, “l’era del sicomoro”, è un nome che suggerisce paesaggi sonori molto distanti da quelli attuali: è qualcosa di onirico, di mistico, anche di etereo, un po’ come la miriade di farfalle rappresentata sulla copertina del disco. Come siete arrivati a questa scelta?
Stefano: Il nome del gruppo è stato una diretta conseguenza del titolo dell’album, anche se in realtà non ce siamo mai preoccupati fino a che non l’abbiamo finito. È stato proprio l’album a suggerirci le idee – soprattutto i testi – che ci hanno regalato quello che potremmo definire il nostro immaginario. Quando penso al gruppo, spesso mi viene in mente una palla di vetro con la neve dentro, cioè un mondo a sé stante. Quindi l’era del sicomoro potrebbe essere qualcosa di lontanissimo nel tempo e nello spazio, qualcosa di preistorico o addirittura preumano, oppure collocabile in un punto indefinito del futuro. Anche la natura che rappresentiamo è remota e aliena, mitologica e futuribile al tempo stesso. Questo è ciò che vediamo noi, ma vorremmo che il nostro lavoro fosse aperto a ogni tipo di interpretazione. Non ci interessa sapere cosa siamo, l’importante è che il nostro sia un microcosmo distinto dagli altri, in cui tutto funziona similmente all’umano senza essere necessariamente umano.
Davide: è come se avessimo avuto l’opportunità di dare un’occhiata a quello che c’è fuori dalla normalità di tutti i giorni: abbiamo cercato di portare questa sorta di mistero dentro il nostro universo, e ovviamente l’abbiamo fatto attraverso il linguaggio che conosciamo meglio, che è quello della musica.
Ecco, a proposito di immaginario… I vostri testi contengono suggestioni molto forti che, come avete sottolineato voi stessi, sono difficili da inserire in un’unica interpretazione. Come nascono?
Francesco: Tutti i testi sono assolutamente ambigui e possono avere varie letture. My Bifid Siren, per esempio, racconta il passaggio dallo stato aereo allo stato liquido di una figura non meglio identificata, dato che non sappiamo se sia un essere umano o qualcos’altro… Questo personaggio si fa battezzare dalle sirene in una palude ma è spaventato dall’acqua, perché quest’ultima è un elemento che non conosce e che non gli appartiene. In seguito, prende coraggio e vorrebbe diventare dio di quell’elemento, dichiarandosi pronto per il battesimo. È un simbolo e rappresenta anche la nostra condizione di umani: spesso ci ritroviamo costretti ad adattarci a luoghi e dimensioni sconosciute e ostili o altre volte siamo noi stessi volerci inserire in realtà troppo distanti dalla nostra. Però, come accade sempre nei nostri testi, c’è anche un’altra lettura, più cruda e realistica, dove tutto si può interpretare semplicemente come la descrizione di un suicidio, certo un po’ visionario. In realtà neanche noi ci poniamo il problema di capire se il significato del testo sia il primo o il secondo che abbiamo proposto. È bello che sia l’ascoltatore a immaginarsi i colori e l’esito della canzone, a dargli una sua interpretazione in base alla musica e al testo.
Cambiando discorso, una cosa che ho notato ascoltandovi dal vivo e che ho trovato molto interessante è che per tutta la durata del concerto nessuno di voi è stato fermo a suonare sempre il solito strumento. C’è una grande intercambiabilità dei rispettivi ruoli all’interno del live ma anche della band stessa. Sbaglio?
Stefano: Sì, è così, e si tratta di una dinamica che è nata principalmente dal vivo, quando le cose si fanno molto diverse rispetto al disco. In generale tuttavia, dipende dal fatto che siamo sette musicisti che sul palco non suonano il loro strumento (risate). Per farti un esempio, Francesco canta e suona il piano, ma in realtà è un violoncellista. Lui però è l’unico a fare il suo lavoro, visto che essendo un cantante, effettivamente canta (altre risate). Io invece che nasco come chitarrista, suono per lo più basso e percussioni. Comunque, è molto importante lasciare spazio alla libertà mentale di tutti i componenti del gruppo, perché è questo che arricchisce la musica: quando Franco è venuto a suonare il violino su At The Biggest Tree, ho voluto che suonasse quello che aveva in testa, quello che lui sentiva rispetto alla canzone. Lo stesso meccanismo puoi ritrovarlo nel live.
Quindi avete anche una certa attitudine punk?
Stefano: Sì, anche se io farei un passo indietro per quanto riguarda l’estremismo del punk. Di fondo, però, la direzione è quella perché ripudiamo ogni orpello tecnico derivante dal saper suonare uno strumento specifico: vogliamo evitare ogni accademismo.
Però la vostra preparazione tecnica è innegabile, inoltre molti di voi vengono dal conservatorio…
Stefano: La preparazione c’è, ma deve essere soprattutto mentale: quando padroneggi uno strumento c’è il rischio che le tue mani diventino così abituate a suonarlo che poi finisci per essere solo un strumentista. Noi al contrario tendiamo ad avere un approccio il più possibile incolto. È per questo motivo che sul palco ci ritroviamo ognuno fuori dal suo contesto naturale, perché non vogliamo che la tecnica si impadronisca della musica.
Le influenze dentro e fuori dall’album quali sono state?
Stefano: Le influenze ci sono inevitabilmente, perché tutto quello che viene rappresentato dall’arte tu finisci per respirarlo. Ma non si tratta per forza di musica, possono essere libri, film, o altro ancora. Di musica ne ascoltiamo tanta, sia per passione che per curiosità, e questo ci serve anche per capire quando quello che stiamo facendo somiglia troppo a qualcos’altro. A quel punto cerchiamo di cambiare direzione. In questo momento storico mancano strumenti nuovi, elementi musicali fisicamente diversi rispetto a quelli del passato: oggi i concerti si suonano con l’iPad o con gli smartphone, ma sono le stesse cose che era in grado di fare un computer già quasi vent’anni prima, cambia solo il mezzo con cui riprodurre la solita sintesi virtuale o il solito glitch, quindi non c’è vera innovazione. L’unica soluzione che abbiamo trovato noi è stata di creare una babele di suoni già esistenti, al quale abbiamo poi aggiunto degli strumenti che in realtà non sono strumenti: taglieri, bidoni, pentole, coperchi… tutto ciò che è in grado di generare rumore, o suono. Ci sono anche gli strumenti tradizionali, ovviamente, ma abbiamo cercato di miscelarli in un modo nuovo.
In effetti è difficile dare una sola definizione alla vostra musica. L’album cambia la prospettiva dell’ascoltatore ad ogni paggaggio e la scelta sembra più inconsapevole che studiata a tavolino. Insomma, la vostra natura è metamorfica tanto quanto gli elementi che cercate di rappresentare nelle canzoni…
Francesco: Io credo che l’arte sia una continua rielaborazione ed evoluzione di ciò che qualcuno ha già detto in precedenza, perciò anche il nostro gusto si affina o cambia in base a quello che ci gravita intorno. Per noi è molto importante sapere quello succede fuori, e come ha detto Stefano, non ci interessa solo il mondo della musica, ma tutto ciò che l’arte e la contemporaneità possono offrire. Nel disco abbiamo cercato di accostare mondi all’apparenza inconciliabili attraverso una linea che li unisse: abbiamo preso delle ballate alla maniera di Antony And The Johnsons, Sufjan Stevens e Tim Buckley, e le abbiamo stravolte con elettronica, elementi etnici o suoni di derivazione industrial o di musica classica contemporanea. Sono elementi spesso ritenuti troppo distanti per poter coesistere o avere qualcosa in comune e questo è un problema che riguarda l’essere troppo legati ai vecchi stilemi, purtroppo molto frequente nella musica italiana attuale.
Ecco, a proposito di questo: siete nati in una piccola provincia come Arezzo, una città che rispetto ad altre ha poco da offrire ai giovani musicisti. In poco tempo tuttavia, siete sbarcati al Popkomm in Germania e avete pubblicato un album. Pensate che sia diverso essere una band fuori dall’Italia?
Francesco: Per quanto mi riguarda, ammetto che se potessi scegliere preferirei che il nostro gruppo fosse nato in un luogo più abituato alla musica, o quantomeno più adatto alla ricezione dell’arte. Tuttavia, anche all’estero abbiamo trovato molti pregiudizi nei nostri confronti, perché un gruppo che viene dall’Italia – e nel nostro caso, un gruppo indie rock -, raramente viene preso sul serio. Alcuni del settore ci hanno detto senza mezzi termini che incontreremo moltissime difficoltà, perché fuori la musica italiana, soprattutto quella indipendente, viene considerata al massimo una parodia di quella internazionale. La cosa spiacevole è che spesso è davvero così: da un lato lo snobismo da parte di discografici e pubblico è tanto, ma dall’altro basta guardare i prodotti musicali che esportiamo per capire che non hanno tutti i torti.
Francesco, la tua voce è sicuramente uno dei punti di forza dell’album, non solo per la sua estensione ma anche per la versatilità mostrata nei diversi registri delle canzoni, quasi come se venisse usata come uno strumento. Come ti sei accorto di questo potenziale?
Francesco: Beh, ho cominciato presto a cantare, avevo un gruppo alle superiori ma a dire la verità cantavo abbastanza male (risate). Poi però c’è stata un’evoluzione spontanea della mia voce, anche se non ho mai associato il mio modo di cantare a quello di qualcun altro, almeno non consapevolmente. Naturalmente, ho ascoltato e continuo ad ascoltare voci importanti, come Tim Buckley. È buffo, perché molti invece ritengono che la mia voce assomigli a quella di Jeff, anche se io non sono pienamente d’accordo. È stato mio padre a passarmi Grace, però già molto tempo dopo che avevo cominciato a cantare: anche secondo lui la mia voce ha delle affinità con la sua, io però non l’avevo mai ascoltato prima (altre risate). Lo stesso discorso vale anche per Tim Buckley, ho iniziato ad ascoltarlo soltanto in seguito. Quindi io non parlerei di vere e proprie influenze, perché credo che la mia vocalità sia basata soprattutto sull’istinto.
