Lorenzo Senni 2, foto di Rolf Delley
Lorenzo Senni 2, foto di Rolf Delley

Il tramonto visto da una finestra (digitale). Intervista a Lorenzo Senni

In occasione del suo live al Teatro Petrella di Longiano sabato 23 marzo, all’interno della rassegna Musica e Meteore, abbiamo fatto due chiacchiere con Lorenzo Senni. Tra arti visive, tramonti, jeans skinny, abbiamo cercato di andare un po’ a fondo nel discorso portato avanti dall’artista, muovendoci fra i due poli della disciplina e dell’emotività.

L’evento, a cura del collettivo di danza contemporanea Parini Secondo, è in collaborazione con BIGLIA il circuito di ATER Fondazione dedicato alla musica dal vivo nato dopo la pandemia e che riunisce in un nuovo modello di cooperazione live club e teatri dell’Emilia Romagna. Preparati al decollo con Spribe Aviator Casino Game https://aviatorcrash.guru/it_it/, l’emozionante gioco da casinò online che sta conquistando il mondo. Spribe Aviator è un gioco unico e accattivante che combina l’emozione di un gioco accelerato con gli elementi sociali di un casinò dal vivo. All’inizio del gioco, un aereo decolla dalla pista e un moltiplicatore inizia a salire. Il tuo obiettivo è incassare prima che l’aereo voli via, massimizzando le tue vincite.

Ti ho ascoltato a Capodistria un paio di estati fa, che rispetto a Lubiana è un po’ la riviera romagnola

La Romagna è sempre stata la California d’Italia, Il deserto rosso di Antonioni, Fellini, quell’immaginario lì. Tutta un’estetica portuale, chimica, abbandonata. Poi la nebbia: io sono uscito di casa relativamente tardi, a 25 anni, e non c’era una sera in autunno-inverno senza nebbia. Quando studiavo al DAMS e facevo il pendolare, questi treni delle sette e mezza, otto di sera, regionali, bellissimi. È anche da lì che sono diventato un “fotografo che sopravvive facendo musica”, perché il mio maestro è un fotografo, Guido Guidi.

Un allievo di Ghirri

Sì certo, poi lui ha studiato con Carlo Scarpa, fa parte dei new topographer italiani. Quando studiavo DAMS Musica ho scoperto che Guido Guidi era il mio vicino di casa nel mio paesino fuori Cesena; da lì ho passato quasi tutti i giorni per anni a casa sua: passavano tanti fotografi italiani, americani, tanti studenti. Io ero sempre lì e ho imparato da lui come parlare del proprio lavoro e che domande farsi su cosa si sta facendo. Nella musica questo approccio esiste ma più forse in ambito accademico, che ho sì toccato, ma io venendo dal punk hardcore ho sempre avuto uno spirito più “ribelle”.

Di lui ho notato le domande che si faceva sulla sua arte, e paradossalmente, pur fotografando da vent’anni, da quando l’ho conosciuto, non ho mai fatto niente con la fotografia, perché per assurdo sono molto più conservativo. Cioè io credo di saperne di più di fotografia che di musica, proprio a livello tecnico, di strumenti, attrezzature. Sono venuto su con un maestro abbastanza rigido nelle sue idee, quindi ho più paura di mettermi in discussione con la fotografia che con la musica. Forse per questo sono riuscito a inventarmi qualcosa di eventualmente significativo con la musica, che forse rispetto meno della fotografia.

Come la musica trance, di cui non ti dichiari fan

Lo ripeto spesso, perché tanti pensano che io sia un esperto ma non lo sono: sono un archivista. Venivo da un paio di dischi [Early Works e Dunno, NdR] di elettronica molto astratta, legati alla scena di Editions Mego ma anche Warp, tutta gente che spippolava con i software che scrivevano da soli; a un certo punto poi ho reincontrato queste sonorità che non avevo mai considerato ai tempi, quando andavo in Riviera al Geodrome, all’Echoes, al Cocoricò. Di base ero stato sottoposto a questo mondo in modo inconsapevole, poi però mi sono andato a ripescare quelle robe anche grazie ai miei amici, e ho scoperto un mondo al quale mi sono poi riferito sia in termini poetici che tecnici, a livello sonico.

Lorenzo Senni, foto di Rolf Delley
Lorenzo Senni, foto di Rolf Delley

Forse nel recupero della trance c’è una componente di recupero nostalgico dell’adolescenza? Mi viene in mente Endless Summer di Fennesz, un pezzo struggente con questi tre accordi di chitarra

Uno dei miei dischi preferiti, ed è uno dei vari motivi per cui Scacco Matto, il mio ultimo disco, ha una finestra sul tramonto in copertina. Anche Endless Summer ha un tramonto inscritto in una finestra o uno schermo, quello che vuoi, però Christian Fennesz aveva tutti i suoi riferimenti adolescenziali, i Beach Boys, i Rolling Stones, di cui ha fatto anche delle cover [Plays, NdR]. Le chitarre processate su Endless Summer vengono da quella roba lì.

Adolescenza, il periodo in cui uno si forma le prime memorie

Questa cosa legata alla trance e al clubbing in generale l’ho vissuta tanto. Il bello della Riviera: io andavo a vedere i Sick of it All al Velvet a Rimini poi finito il concerto andavamo al Cococricò. Questa cosa non esiste. La cosa divertente è che il bomber, che indosso tuttora, era il mio lasciapassare dal mondo dell’hardcore a quello del clubbing, degli hardcore warriors e dei gabber. Bastava che lo indossassi ed ero in mezzo. Gravitavo intorno alla scena straight edge, che era una roba di moda all’epoca, e tuttora non ho mai bevuto né usato droghe. Mi vivevo tutto questo in modo particolare, essendo sobrio.

Da lì tutta l’idea di rave voyeurism: non mi interessava neanche sapere i nomi dei dj o altro, però era normale passare di qua e di là in continuazione. Poi da lì tutto un gioco per darsi dei punti di riferimento, per capire cosa si sta facendo. Per me questo è fondamentale, e viene da Guido Guidi e dagli studi di Musicologia. Quando fotografi qualcosa non puoi dirti che lo fai perché ti piace: bisogna trovare delle strategie per andare avanti, per dirti “ha senso quello che faccio”, perché altrimenti sei in mare aperto e ogni giorno ti svegli e potresti fare una cosa diversa.

Un discorso critico su sé stessi. Alcune definizioni, come pointillistic trance o advanced abtract trance sembrano da catalogo d’arte, indicano una riflessione anche metalinguistica sul tuo lavoro. Poi il discorso di sezionare e catalogare i pezzi trance, un’operazione da entomologo

Credo che aver studiato Musicologia mi abbia portato a quell’approccio lì. Al tempo scrivevo ai miei amici “mandatemi un po’ di robe trance”, che poi all’epoca, passato il periodo d’oro degli anni ’90 non si poteva nemmeno nominare perché era diventata super mainstream, men che meno negli ambienti accademici. Ritagliavo i build up di questi pezzi trance perché le canzoni erano tutte uguali con la cassa e il beat, ma in quella parte, all’interno di quella struttura musicale, c’era molta libertà, si riconosce il virtuoso, il minimale etc.

Da lì sono andato attraverso migliaia di pezzi, li ho tagliati, ho iniziato a looparli e mi son detto: ‘cazzo questi sembrano pezzi di William Basinski‘. Non ho inventato niente, ho solo ricontestualizzato la cosa attraverso la mia esperienza. Poi mi sono riferito a quei mix di build up presi da pezzi preesistenti e ho pensato “da qui dove posso andare?”, senza rifare i build up pari pari, ma facendo venire fuori l’idea del build up. Quantum Jelly non è un disco generoso: i build up in genere sono molto zuccherosi, ma quell’aspetto non mi interessava, era più un’operazione concettuale

Una dialettica fra l’approccio accademico/archivistico e la trance che comunque è un genere molto emotivo, nostalgico

La cover di Scacco matto è una foto di John Divola che avevo visto a casa di Guido vent’anni fa. Cioè lui ha fotografato un tramonto, che è la cosa più becera, ma anche una di quelle cose forti: ci fermeremo sempre a guardare un tramonto. Però lui l’ha fatta da una casa in demolizione, che sprayava e vandalizzava, una casa mezza bruciata, poi usava il flash quindi il tramonto in una cornice molto documentativa, si vede la presa della corrente etc.

Lui ti sta facendo innamorare di una foto di un tramonto che dici “come cazzo è possibile che mi piace?”, che è anche la bellezza di Endless Summer, che se fosse solo chitarrine senza glitch non avrebbe senso. È come fai ri-guardare le tue cose ad altra gente, è tutto lì. Tanta gente del mondo accademico si è avvicinata al mio disco tramite il concept: accettato quello accettano anche la musica trance, che non avrebbero mai considerato interessante. D’altra parte ci sono quelli attratti dalla melodia che quando scoprono il concept hanno un layer in più di lettura. Di musica si può parlare in più modi. Prendi Kode9, da una parte la Hyperdub, Burial, dall’altra fa uscire libri per MIT Press

Lorenzo Senni, foto di Mayumi Hosokura 4
Lorenzo Senni, foto di Mayumi Hosokura

Discipline of Enthusiasm, il titolo di un tuo pezzo, lo ricollego un po’ al discorso del build up, del creare tensione, un po’ anche al tuo essere straight edge, quindi al fatto di controllare gli stati d’animo senza alterarli

Noi ci approcciamo a un momento di tensione come il build up sapendo che prima o poi si risolve: abbiamo delle aspettative che poi sappiamo verranno appagate. Il problema è che quando poi ricevi la cassa e salti per 16 battute alla fine ti annoi, la musica poi deve riandare giù e ricreare tensione. Questa è una cosa un po’ zen, mi viene da John Cage: se tu sei capace di trovare la pace in un build up che non risolve mai, tu sei sempre al massimo dell’euforia, in uno stato di tensione positiva. L’importante è essere in grado di cogliere in modo positivo questo, non essere frustrati dal fatto che non arriva il drop. Certa gente si è incazzata alle mie installazioni perché la cassa non arrivava mai. L’idea è quella di trovare quell’euforia controllata, consapevole. Se tu riesci a stare lì e godertela sei nel posto perfetto.

Su Dance Tonight Revolution Tomorrow c’è questo elemento di tensione continua, però allo stesso tempo la progressione di accordi è classica, risolta. Comunque c’è un elemento di appagamento, una componente melodica che, secondo me, andando avanti nella tua discografia è sempre più evidente.

Quantum Jelly e Superimpositions sono i lavori più concettuali, radicali. Ne potevo fare 15 così, però poi c’era il rischio di annoiarsi. Io cerco sempre un feedback positivo da quello che faccio, un ritorno in termini di entusiasmo. Allora ho pensato, all’interno del mio discorso, a come fare robe più strofa-ritornello. Scacco matto l’ho chiamato così perché mi sono accorto che all’interno di un pezzo, proprio tecnicamente, facevo una cosa più concettuale legata alle prime robe, un’altra più in una dimensione meno rigida, quindi il senso era tutto in quello struggle fra le idee di 6-7 anni fa e la voglia di non rispettarle in maniera così rigida. Una volta trovato il titolo è stato tutto più semplice, a volte è anche necessario fare dei trick al proprio cervello. Quantum Jelly ha una rigidità che era necessaria per iniziare un discorso, poi lo stesso anno ho fatto uscire una cosa a nome Stargate che era il mio alter ego, ed era molto simile alle cose che faccio ora.

Io mi sono fatto l’idea che la fase trance sia finita

Il gap fra Scacco matto e il prossimo disco è più grande di quello con i precedenti, perlomeno questa è la mia percezione, poi io sto 18 ore al giorno con me stesso e la mia musica, magari percepisco queste variazioni proprio per questo. Poi magari se faccio sentire qualcosa ai miei amici è diverso. Una volta nel backstage del Berghain ho discusso con Ron Morelli di L.I.E.S, c’era anche Daniel Lopatin. Ron diceva che si era divertito a fare l’ultimo disco, per me non è divertente stare in studio, è più una ricerca costante in sé stessi, divertimento è quando vai a suonare, dire cazzate nei backstage. Senza andare troppo nello spirituale, poi io cerco sempre un riscontro pratico nelle cose che faccio, mi aiuta nelle scelte quotidiane: non è che guardo le stelle e penso “ora faccio un pezzo sulle stelle”.

L’idea di darsi delle regole, come la metrica nella poesia. Magari uno scrive in versi liberi, però per tanti è necessaria

Questa cosa relativa ai limiti è molto importante per me: è fondamentale per spingerli un po’, per fare in modo che in quel recipiente ci sia un po’ di sostanza, succedano delle cose. Guido mi ha sempre detto “i miei fotografi preferiti si vestono sempre allo stesso modo”, perché è un peccato alzarsi la mattina e spendere energia anche per pensare a come vestirsi, no? Per me è un po’ lo stesso, cioè se apro il computer tutti i giorni non posso sempre chiedermi che synth uso, in che modo faccio questo, a cosa mi riferisco. Diventa difficile.

Lorenzo Senni
Lorenzo Senni, foto di Yu Yu

Che poi anche tu ti vesti in un modo molto preciso, che forse richiama le sottoculture con cui sei cresciuto. Tra l’altro sei uno dei pochi che veste ancora i jeans skinny

…Non dirlo alla mia morosa. Io è da quando ho 15 anni che mi vesto così, non l’ho fatto neanche apposta però mi sono ritrovato così a 40 anni a ripescare quello che diceva Guido. Boh, non è neanche consapevole, è solo bello constatarlo. Poi oh anche i Ramones non è che da un certo punto si sono messi con i pantaloni larghi.

Sempre sul discorso estetico, i tuoi live sono peculiari anche nella parte visiva: tu che disegni sui banner con la bomboletta, i pannelli con i graffiti…

Io ho questo background per cui il 99% della musica elettronica aveva dei visual dietro e facevano cagare quasi tutti; poi quando ero giovane avevo il gruppetto hardcore e ci portavamo in giro questo backdrop: quando suoni in uno squat davanti a 15 persone e hai il backdrop, magari ci sono 15 gruppi e sono tutti riconoscibili da quello.

Seconda cosa, il backdrop ti dice il genere, perché c’è quello più crust punk, quello più anarco punk, quello metal, quindi un sacco di informazioni. Poi c’è sempre, luci accese, spente, sempre. Quindi faccio una roba simile, statica, che se suono alle 2 di pomeriggio o alle 3 di notte è uguale: se avessi tutto un visual show con luci e proiettore non sarebbe mai uguale e coerente. Quindi un po’ il contesto challenging, adattarsi alle venues, un po’ il rimando a quell’estetica punk lì. Poi ci siamo inventati che il banner è diverso per ogni concerto, quindi anche l’idea di scoprire ogni volta che grafica ci sarebbe stata.

Una roba quasi da collezionismo

Di tutti i banner che ho fatto ne avrò lasciati indietro 10 su 150, ce li ho tutti archiviati qua in studio. Poi io colleziono gli adesivi hardcore e il ragazzo che fa le grafiche anche ci sta sotto. Pensa che abbiamo fatto una mostra di adesivi a Parigi con questo collezionista tedesco che ha solo adesivi hardcore, una roba incredibile [HC Sticker Treat al The Community Center nel 2022, NdR].

Le patch sulle copertine dei tuoi dischi ricordano molto l’estetica hardcore. Le X su Scacco matto sono un riferimento al movimento straight edge?

Si esatto, poi a me piace mettere suggestioni da cose che mi piacciono. Su Persona c’è One Life One Chance: lì gli stab, gli accordi, il ritmo, è un pezzo degli Earth Crisis, un gruppo vegan straight edge, ha la stessa ritmica. Quando sono andato a trovare John Divola a Los Angeles sono stato da Revelation Records [la cui grafica è citata nella copertina di Persona, NdR], mi hanno fatto vedere tutte le grafiche di gruppi tipo Bold, Chain of String, gente che a 12, 13 anni crea loghi iconici poi il collezionista ci spende 7 mila dollari.

Poi io e Daniel [il grafico, NdR] ci divertiamo: ho suonato in questo festival, Stone Island Sound, quest’estate, e c’era un palco larghissimo. Allora ho fatto una roba che volevo fare da tanto. Hai presente i Godspeed You! Black Emperor? Dentro Lift Your Skinny Fists Like Antennas to Heaven c’è tutta la timeline del disco disegnata a mano da Efrim [Menuck, NdR], con i pezzi, l’interludio. Allora ho detto voglio fare la timeline del mio live in quello stile e abbiamo fatto questo banner di 11 metri con quello stile lì, a mano, e ci sono quei 5 stronzi che se ne sono accorti. Per me questo è come parlare di musica con la gente che si gasa con le mie stesse cose. Insomma, mi piace comunicare su più livelli: il titolo, la copertina, io che suono.

Un tuo pezzo su Early Works si chiama Wave Wowe Wow, sembra quasi un paradigma dei verbi irregolari in inglese

Si è una riflessione sull’onda, anche lì il discorso è farsi domande su quello che si sta facendo. Anche i titoli servono per arricchire il discorso: io non so come chiamare un pezzo se non faccio partire un processo mentale sul mio background, sul mio lavoro.

Però nell’elettronica che ascolti è rara questa riflessione metalinguistica sui titoli. Mi viene in mente Basinski, che hai citato prima, e i Disintegration Loops, dove le tracce si chiamano tutte allo stesso modo

Il bello è anche non chiudersi con la musica degli altri, non dire “se non c’è questo elemento allora non ascolto”. È un po’ come la gente che si sente giudicata dal mio essere straight edge. Le mie scelte non devono fare sentire qualcun altro giudicato, riguardano me in un modo molto personale di confronto con me stesso. Cioè io sono un batterista cazzo e mi confronto tutti i giorni con l’idea di non usare i beat, le drum, però se mi ascolto un disco dei Deftones o degli Snapcase ho voglia di andare subito in sala prove.

Anche Guido Guidi, che è molto radicale nelle sue idee, adora William Eggleston, che è un fotografo molto pop, con questi coloroni, mentre Guido ha questi colori freddi, per niente saturati. È anche quello il bello. Io non saprei neanche di cosa parlare a livello emotivo se non potessi godermi un disco di Basinski senza sapere le informazioni sui titoli etc. Anche la mia musica, dico sempre che non ha bisogno di un manuale di istruzioni.

Lorenzo Senni
Lorenzo Senni, foto di Yu Yu

Sempre il contrasto fra un’emotività pazzesca e un’idea di rigidità e struttura

Si per me è necessario, ed è una cosa che va aggiustata tutti i giorni, una volta si fallisce, un’altra volta funziona. Molti che non mi conoscono pensano che io sia quasi una testa di cazzo da come mi pongo, ma tutti questi ragionamenti servono a me, poi mi piace renderli espliciti perché godo quando li incontro in altri artisti, ma di base serve a me per sapere dove sto andando.

Ci sono artisti in cui hai ritrovato una dinamica simile?

In ambito di arti visive sicuramente, per esempio Rothko, che ha una bella profondità anche se a primo impatto sembra monodimensionale e rigido. Poi torno a John Divola, che ha un impianto concettuale bello solido, ed è da lì che riesce a sprigionare certe botte. Se appoggi i piedi su un terreno solido e riesci a giustificare a te stesso in maniera valida poi parti, non hai paura di niente. In musica è più raro perché l’approccio in generale è molto più naif.

Certi artisti magari arrivano a un certo punto poi incontrano un critico che si appassiona al loro lavoro ed entra in dialogo con loro: io questa cosa penso di averla un po’ fatta da solo. Negli artisti che ammiro di più c’è sempre questa serietà, questo essere concentrati che poi fa sì che riescano a non prendersi sul serio, che ci sia sempre una playfulness: penso agli avanguardisti, ad esempio. Prendi John Cage, che era un burlone, infilava molti joke nella sua musica e nei suoi ragionamenti. A me interessa questo approccio quasi fanciullesco.

Anche la trance è molto fanciullesca

È molto emotiva. È un tramonto. Tu hai questo materiale rovente, che in potenza è molto emotivo, però poi ci si gioca sopra. È un po’ il discorso di campionarsi da soli, cosa che sto facendo in questo periodo per il prossimo lavoro. Sono quasi dei segnalibri, per ritrovarsi il giorno dopo con un’idea chiara.

Canone infinito, a cosa fai riferimento quando parli di canone? Strutture armoniche, o forse i modi canonici di soddisfare il cervello?

No, in realtà è il titolo di un libro di un mio professore all’Università. Un titolo che mi è sempre piaciuto perché esprime molta emotività, però piantato su un libro di armonia funzionale, uno dei libri più difficili, per l’esame di Armonia 2, troppo complicato per il mio background da chitarrista e batterista punk. Ancora, torna questo dualismo: io sono una persona molto emotiva, però questa cosa deve essere circoscritta. Quindi mi è sempre piaciuta l’idea di questo titolo così evocativo, il mito di riuscire a comporre un canone universale, però su un libro così tecnico, così temuto.

Poi Canone infinito è uno dei pezzi miei più generosi a livello emotivo, ma viene sempre da quella dualità tra forma e contenuto. C’è questo libro di Hanslick, Il bello musicale, che si chiede qual è il bello della musica? Guardare una partitura o le emozioni mentre la ascolti? Il tramonto di Endless Summer, guardare il tramonto attraverso strutture digitali, a me quella cosa è proprio rimasta dentro.

Tanto per cazzeggiare: tu hai detto più volte che non ti senti un dj e che faresti fatica a fare remix. C’è un pezzo che dici “oh su questo ci voglio proprio lavorare”?

Mmm no. Lì il mio era più un discorso alla Aphex Twin di 26 Mixes for Cash, l’ho detto solo per lasciare aperta la porta per qualche proposta indecente a cui non posso dire no [ride NdR]. Quando ho preso il disco di remix dei Mogwai [Kicking a Dead Pig del 1998, NdR], uno dei miei gruppi preferiti ai tempi, ci ero rimasto male proprio. Avevo 16 anni tipo, ci avevo speso boh 20 mila lire. Non è nel mio background: suonavo la batteria e la chitarra, non ho mai spippolato con i vinili, ti direi che non fa parte del mio linguaggio. Poi oh se conosci qualcuno che vuole spendere un sacco di soldi per un remix fammi sapere ahah!

Qualcosa sulla tua esibizione di sabato (al Teatro Petrella di Longiano)

La cosa più importante è che tutto quello di cui abbiamo parlato, i punk, i clubbettari, gli amici straight edge, verranno tutti. Si manifesterà tutto lì, e questo è il bello, perché non mi capita quasi mai di suonare dalle mie parti, men che meno vicino Cesena. Questa poi è la prima volta che mi hanno scritto tutti, quelli della sala prove, quelli con cui andavo in giro per centri sociali a sentire concerti, quindi tutto quello che abbiamo detto troverà manifestazione lì. Dovrò dimostrare a tutti che sto parlando anche un po’ di tutti loro.

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