Il folk mutato
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Stefano Pifferi
- 28 Maggio 2012
Non basterebbe una pagina per elencare i nomi con cui Venitucci lavora e ha lavorato, nonostante la sua tutto sommato giovane età. Per rimanere in Italia, Ossatura, Ardecore e 7k Oaks; superando i confini patri, il Zeitkratzer Ensemble di Reinhold Friedl, di cui ha fatto stabilmente parte per anni, Otomo Yoshihide, Phill Niblock, Terre Thaemlitz, Alvin Curran e veramente una infinità di altri, toccando anche commistioni multidisciplinari con scrittori (Jonathan Coe, Lidia Riviello), attori e registi (Federica Santoro) e danzatori (Alessandra Cristiani, Samantha Marenzi, Maddalena Gana).
Personalità borderline o onnivora concezione di un fare arte che può applicarsi a varie forme espressive? La seconda, ovviamente. A dimostrarlo c’è però non soltanto il pregresso accennato finora (e che meriterebbe un approfondimento molto più ampio nel tentativo di comprendere quanto siano presenti nella tessitura dell’impro mondiale artisti e musicisti di casa nostra) quanto l’attualità. Quell’attualità che ha un nome e un suono ben definiti.
Interstizio, questo il titolo del primo lavoro in solo di Venitucci, è un lavoro per sola fisarmonica e poco più, registrato in presa diretta in studio senza nessun tipo di sovraincisione o editing, che riesce nella difficile missione di unire tradizione e avanguardia, accessibilità e ricerca, passato e futuro. Un lavoro di folk mutato che trasfigura molti degli input che Venitucci, come ci confessa nell’intervista che segue, accumula in maniera quasi inconsapevole. Cinema, musica visivo/visionaria, improvvisazione radicale, ricerca sul suono, tradizione folklorica e incessante voglia di sperimentare e mettersi alla prova sono alcuni dei capisaldi dell’onnivoro artista romano, pronto a piegare una idea personalissima di “folk” – echi di bande di paese, rimandi all’immaginario filmico della tradizione collettiva e dell’esperienza personale, attenzione alla memoria – in qualcosa che guarda ad oriente, si impregna di passato, si rielabora e ricrea, compiendo uno slancio in avanti. Riuscendo, cioè, al contempo a non perdere la propria identità e trasfigurarsi in qualcosa di altro, sfruttando appieno le (ridotte) possibilità della strumentazione.
Dopotutto, il nome stesso scelto per l’album rimanda a qualcosa che giace tra qualcos’altro: uno spazio di confine e contatto che insieme divide e unisce e che forse è la chiave di lettura ideale per decrittare un lavoro molto più profondo e ricercato di ciò che in apparenza potrebbe sembrare e molto più accessibile di quello che ci si aspetterebbe da un lavoro d’avanguardia. Quelli evocati da Venitucci e dalla sua fisarmonica sono mondi riconoscibili, familiari, eppure, nonostante un approccio allo strumento che si direbbe canonico e tradizionale, mostrano sfasature, scarti, slabbrature verso una dimensione di alterità coraggiosa e sorprendente. Che ci fa ricordare quanto termini come avanguardia siano indispensabili oggigiorno, soprattutto se si ha bene in mente la tradizione da cui partire.
Hai attraversato la scena impro più avanguardistica e radicale, ora ti presenti con un disco di sola fisarmonica. La domanda che mi viene da farti è la più banale: perché?
Dopo un lungo periodo passato a sperimentare intensamente con dispositivi elettronici ed elettroacustici di ogni genere, sento sempre più il bisogno di dedicarmi a strumenti “veri” come la fisarmonica e il pianoforte, strumenti che peraltro suono da non pochi anni: il pianoforte da quando avevo dodici anni e la fisarmonica da quando ne avevo diciotto; ora ne ho quarantadue, fai tu il conto. Sono anche diversi anni che faccio concerti in solo con fisarmonica e voce, suonando nella maggior parte dei casi musica pressoché interamente improvvisata. La proposta della Brigadisco di pubblicare un album solo mi ha dato l’occasione per iniziare a lavorare su alcuni materiali emersi spontaneamente dalle improvvisazioni e dargli una forma più strutturata e definita, ed è così che sono nati i brani che ho inciso.
Necessità di riscoprire la tradizione folk(lorica) nostrana o di mostrare come l’avanguardia non possa vivere senza la conoscenza delle proprie radici? Della serie, per fare un passo avanti devi aver coscienza di averne già fatto uno…
Effettivamente mi ritrovo sempre più alla ricerca di “radici”, non solo nella musica tradizionale, ma in una moltitudine di musiche di ogni tempo e latitudine: pop, soul, rock, gospel, musica classica, jazz. La musica che mi ritrovo a suonare ora è debitrice nei confronti di influssi estremamente disparati come ad esempio Arthur Russell, Captain Beefheart, Satie, Neil Young, Morton Feldman, i Residents, Clifton Chenier, Taraf de Haidouks, Saban Bajramovic, Duke Ellington o John Lee Hooker, oltre al flamenco, al tango argentino, alla musica albanese. Dopo aver odiato il “liscio” per gran parte della mia vita, mi sono ritrovato da pochi anni a questa parte a sviluppare una passione morbosa e perversa per il suono e il tocco straordinario di maestri della fisarmonica come Peppino Principe e Mario Battaini. In parte il suonare la fisarmonica mi porta spontaneamente ad esplorare direzioni più “folk” di quanto non farei con il piano o con l’elettronica, in parte è invece lo stesso suono dello strumento a confondere le carte in tavola in modo inaspettato, come è accaduto con il brano Non Ora, composto avendo in mente certe scale e inflessioni ritmiche di brani di Ali Farka Touré o di musica etiope, e che ha invece acquisito una coloritura molto più “gitana” per il solo fatto di essere suonato con la fisarmonica. Ho sempre ascoltato di tutto, ma mi pare di iniziare solo ora a capire come integrare tutte queste cose in una sintesi personale di qualche tipo.
Porti al limite lo strumento, un po’ come mi è capitato di ascoltare per Colin Stetson e Bill Orcutt. Ne estrai ogni genere suono, anche dallo strumento stesso usato in maniera eterodossa, e lo trasfiguri verso qualcosa di altro, riconoscibile eppure nuovo. È questo l’interstizio che rievochi nel titolo?
La ricerca sul suono è sempre stata un elemento fondamentale del mio fare musica. La fisarmonica, dal punto di vista sonoro, è uno strumento molto meno flessibile di altri: per dire, è impossibile produrre lo spettro di materiali rumoristici che si possono realizzare con gli strumenti a fiato o quelli a corde acustici o elettrici, a meno di non amplificarla, smontarla o sollecitarla con oggetti vari, tutte strade che in questa sede ho preferito evitare. Il lavoro è dunque tutto sul “tocco” e sulla trasformazione delle tecniche “standard”: cerco di partire dal mondo sonoro tipico dello strumento e provo per così dire a rivoltarlo dall’interno. Il lavoro di Stetson e di Orcutt non lo conoscevo, ma in compenso la scoperta della musica degli Harry Pussy, avvenuta in ritardo qualche anno fa, è stata una piccola rivelazione che insieme ad altre cose, quali l’ascolto della musica di Keiji Haino e di quella di Ran Blake, mi ha sicuramente fatto riflettere sulle possibilità di combinare sperimentazione, improvvisazione e spirito “roots”.
Ti sei occupato di interazione tra musica e arti visive, danza, letteratura. Anche in Interstizio si nota questa volontà di superare i confini tra le arti, penso all’aspetto marcatamente cinematografico di alcune tracce…
Le musiche che più mi colpiscono sono quelle che hanno la capacità di evocare immagini, storie, situazioni, luoghi immaginari. Per questo anche nella musica che io stesso suono tendo a cercare di sviluppare una qualità filmica o cinematica. Tra l’altro, il fatto di integrare nella mia musica aspetti che richiamano il mondo della musica da film è anche un modo di entrare in rapporto con una vicenda estremamente significativa della storia musicale italiana moderna: penso ovviamente al lavoro di compositori come Morricone e Rota, ma anche a quello di nomi meno noti come Fiorenzo Carpi, autore delle musiche del Pinocchio di Comencini, o alle colonne sonore realizzate – per mere esigenze di sussistenza – da compositori d’avanguardia come Egisto Macchi. Mi pare comunque che una gran parte delle musiche attuali abbia un carattere fortemente cinematico: basti pensare a quanto il panorama musicale dagli anni ’90 in poi sarebbe stato diverso senza l’influsso della colonna sonora di Twin Peaks di Badalamenti. Per quanto riguarda l’interazione con le altre arti, devo dire di essere estremamente soddisfatto delle grafiche del disco, in particolare sono orgoglioso del fatto di aver potuto utilizzare le fotografie realizzate da Samantha Marenzi, che trovo perfettamente coincidenti con lo spirito della musica.
Mi interessa molto sapere qualcosa di più sul titolo dell’album (Interstizio) che fa il paio con quello del tuo vecchio blog Intercapedine. Perché questo interesse per gli spazi di confine e contatto?
Al riguardo mi vengono in mente solo le classiche e ovvie riflessioni sull’oscurità come luogo della decomposizione ma anche della rigenerazione, tipiche ad esempio delle religioni agrarie e misteriche: Persefone che trascorre metà dell’anno sulla Terra e metà nell’Ade, o il seme che gettato nelle profondità della Terra non muore, ma rinasce con la primavera. In generale, l’interesse per luoghi reconditi allude probabilmente alla necessità di frapporre tra sé stessi e il mondo quello spazio di quiete che è assolutamente vitale per poter ascoltarsi, generare idee nuove, inventare. Poi in effetti sono estremamente interessato, come giustamente scrivi, agli spazi di confine e di contatto. Passo gran parte del tempo ad acquisire conoscenze ed informazioni su molteplici argomenti, e poi a cercare di organizzarle ed ordinarle, in modo quasi autistico. Fare musica è un po’ un modo per compensare l’ansia classificatoria con una ricerca intuitiva di fluidità e di integrazione, e per osservare come dal caos e da una relativa mancanza di controllo si inneschino nuovi processi creativi.
