Low
Low, foto del 2013

Il cammino invisibile

Austeri, ma tutt’altro che monolitici, quasi in ogni disco i Low guardano la propria musica da angolazioni diverse e introducono elementi di novità o nuove sfumature. Dopo l’esplosione rock di The Great Destroyer (anno domini 2005), gli esperimenti elettronici di Drums And Guns (2006) e la ritrovata classicità di C’mon (2011), The Invisible Way li riporta a una dimensione intima, raccolta, quasi cameristica, più vicina a una forma personale di folk music. Folk. Non ostentatamente contemporaneo. Non vecchio stile. Classico, se si vuole usare ancora una parola spesso abusata. Oltre alle armonie vocali, sono la chitarra acustica e il pianoforte le note dominanti del decimo album di studio del trio di Duluth.

Per parlare di queste scelte, del ruolo di Jeff Tweedy nella produzione, ma anche di altri aspetti che vanno dalle soluzioni  musicali dell’ultimo LP alla situazione dell’America contemporanea, abbiamo incontrato Alan Sparhawk e Mimi Parker in un hotel del centro di Milano, poche ore prima dello showcase acustico registrato per i Rockfiles di Lifegate Radio. Quella stessa sera Alan e Mimi si sono esibiti da soli, soltanto con una chitarra e le loro voci. Una dimensione ancora più spartana e spoglia di quella già essenziale dei loro concerti, e in cui hanno presentato al pubblico italiano alcune canzoni del nuovo disco insieme a qualche pezzo meno recente, come Murderer e The Last Snowstorm of the Year. Di The Invisible Way abbiamo parlato soprattutto con Mimi; con Alan abbiamo accennato anche al suo ultimo progetto, i Murder of Crows, e a come vede l’America di oggi.

Come avete scelto Jeff Tweedy per il ruolo di produttore?

Mimi: Siamo riusciti finalmente a far combaciare i nostri impegni. Conosciamo da tempo i Wilco, in passato siamo stati in tournée con loro e negli ultimi due anni, quando discutevamo tra di noi o parlavamo con qualcuno della produzione del nuovo disco, facevamo sempre il nome di Jeff. Ci siamo confrontati sui rispettivi impegni e abbiamo visto che ce la potevamo fare.

Gira voce che il disco che ha prodotto per Mavis Staple vi abbia convinti a puntare su di lui.

Mimi: In realtà quello di Mavis Staples non è proprio il nostro suono, lei ha un gruppo al completo e un coro. Non volevamo certo muoverci in quella direzione musicale ma sapevamo che Jeff aveva tutto, sensibilità intelligenza ed esperienza, e che ci avrebbe portato qualcosa di unico. Quando entriamo in studio le nostre canzoni sono già pronte, ma lavorare con un produttore esterno che vede le cose da un’altra prospettiva ti aiuta tantissimo a migliorare e a fare le scelte giuste. Contavamo sul fatto che lui avrebbe dato il suo contributo.

Avete trovato molte differenze tra lui e gli altri produttori con cui avete lavorato?

Mimi: Sì, è normale. Noi abbiamo sempre le nostre idee, ma sapevamo, per esempio, che Dave Fridmann – che aveva lavorato con i Flaming Lips – avrebbe impresso al suono una certa pienezza e il suo tocco particolare, o che al contrario Steve Albini, più che un produttore, si ritiene un ingegnere e quindi si limita a settare i microfoni e registrare il tuo sound al naturale. Non so come si consideri Jeff, ma è un produttore molto rispettoso della personalità e delle idee dei musicisti.

Le nuove canzoni sono più basate sul piano e sulla chitarra acustica rispetto al passato. Eravate alla ricerca di qualcosa di diverso?

Mimi: Ho scritto tutte le mie canzoni al pianoforte. Anche se non sono una pianista, ma se è per questo non sono neppure una chitarrista. Così, quando ho fatto ascoltare agli altri i miei nuovi pezzi, li ho eseguiti al piano; il nostro bassista, Steve, suona anche lui il piano; poi, una volta che le canzoni avevano preso quella forma, le abbiamo lasciate così ed eravamo molto eccitati per la novità, perché non avevamo molti pezzi con il pianoforte nei dischi precedenti. Oltretutto è uno strumento che non ha bisogno di molto altro.

Canti anche più canzoni del solito. Come decidete il cantante solista delle vostre canzoni?

Mimi: Ognuno canta le canzoni che scrive. Poi Alan ha scritto Holy Ghost ma quel brano è in un registro in cui lui non riesce a cantare. Lui ripeteva da tanto che avrei dovuto cantare più pezzi, e allora non mi sono tirata indietro e ho cantato anche il suo. D’altra parte, quando scrivi una canzone è una cosa talmente personale, la senti in un certo modo e ci sei affezionato ed è normale che tu la voglia cantare. In genere ciascuno di noi canta quello che scrive.

Il titolo The Invisible Way ha un significato particolare?

Mimi: Anche se può sembrare una spiegazione sciocca, parla di come viviamo senza sapere o renderci conto di molte cose, di come non abbiamo il controllo su come, quando o perché certi eventi accadono. Si possono fare programmi ma a volte non funzionano nemmeno. Per esempio, scriviamo una canzone con una certa idea, che poi chi ascolta interpreta a modo suo…

Che cosa mi dici di Low Plays Nice Places EP? Avete pensato anche a un album intero dal vivo?

Mimi: Abbiamo fatto una tournée di spalla ai Death Cab For Cutie e suonato in posti davvero belli. Da un certo punto in poi il loro ingegnere del suono ha cominciato a registrare tutti i concerti. È bello creare delle piccole cose per i fan, ogni tanto ne facciamo. Qualche anno fa abbiamo registrato un concerto a Eindhoven in una splendida cattedrale; a volte il luogo in cui suoni è talmente particolare che anche le performance hanno una resa speciale, un suono diverso che è bello poter catturare e registrare.

In Italia abbiamo appena avuto le elezioni. Che cosa ne pensate dell’America di oggi e del presidente Obama?

Mimi: Penso che molte persone, me compresa, siano state deluse da Obama. Avevamo votato per lui cinque anni fa perché all’inizio sembrava avere ideali molto forti, ma non è riuscito a tradurli nel concreto. Ci ha senz’altro delusi. Io comunque l’ho votato di nuovo con la speranza che possa ritornare ai temi di cui aveva parlato nella sua prima campagna elettorale. Del resto è un politico, ha un compito impegnativo e immagino quanto sia difficile per un presidente rispondere alle aspettative di tutti. Non possiamo che sperare.

Alan, ci puoi dire qualcosa dei Murder of Crows?

Alan: I Murder of Crows sono nati perché un cinema della nostra città proietta film muti con accompagnamento dal vivo. Mi hanno chiesto di comporre e suonare una colonna sonora per The Penalty, un horror di Lon Chaney degli anni ‘20. Non volevo fare tutto da solo, e guardando il film ho pensato a un violino. Poi un giorno a una fiera ho visto suonare un musicista country blues, ho visto che con lui c’era una violinista, e ho pensato che fosse la persona giusta. Dopo aver scritto la colonna sonora e averla eseguita dal vivo, abbiamo pensato di suonare altri concerti e di registrare qualcosa insieme.

Pensi di fare altri concerti o registrazioni con questo nuovo progetto?

Alan: Può darsi. Non abbiamo molto tempo perché anche Gaelynn suona in un’altra band e non possiamo fare troppi concerti per le sue condizioni di salute che la costringono su una sedia a rotelle [Gaelynn Lea, l’altra metà dei Murder of Crows, soffre di osteogenesi imperfetta, la stessa malattia da cui era affetto anche il famoso pianista jazz Michel Petrucciani, NdA]. Quello che mi piace di più del nuovo progetto è il fatto di poter lavorare con i loop, anche di violino, e creare questo sound non ritmico; ci ispiriamo al lavoro dei Tren Brothers, dove Mick Turner dei Dirty Tree suona appunto questi loop di chitarra.

Credi che ti possa fornire nuovi spunti anche per i dischi dei Low?

Alan: Sì, lo ha già fatto. Sperimentare con i loop mi è servito anche per il suono dal vivo dei Low, in cui uso un pedale. È un’ottima soluzione se si riesce a mantenere una certa fluidità. È un approccio diverso da quello dei Low, non devo scrivere canzoni, ho dei motivi di base ma le strutture musicali sono molto aperte.

Nella presentazione del disco sul sito web della Sub Pop si parla di “lotta di classe”. Che cosa significa per voi?

Mimi: È una frase di Alan, dovresti chiedere a lui.

Alan: È la guerra di tutti i giorni, quella che tutti combattiamo. I ricchi hanno sempre di più e i poveri sempre di meno. E per i poveri le possibilità di cambiare la situazione diminuiscono sempre di più. Non credo nemmeno all’ipotesi di una rivoluzione violenta a questo punto, è improponibile. È facile mettere bombe, liberarsi delle persone. La verità è che viviamo in un mondo classista e non ce ne rendiamo conto.

Pensi che l’America sia migliorata negli ultimi anni?

Alan: No. Tutti sono ancora arrabbiati, le persone si odiano, si azzannano per niente. Basta la cattiva economia per dare l’immagine di quello che sono oggi gli Stati Uniti. Basta ascoltare la nuova musica, è tutta copiata… l’America sta perdendo la sua capacità di creare grande arte perché è troppo egoista, si pensa troppo ai soldi, si sta a casa invece di andare ai concerti, si crede di fare arte sui computer invece che sulle strade (si ferma qui, e il suo silenzio è eloquente).

Stasera suonerete da soli in un set acustico. Vi vedremo più spesso in questa veste?

Mimi: Onestamente, siamo un trio e la nostra musica è già scarna e minimalista, credo che i nostri concerti, come d’abitudine, saranno in larga parte elettrici, ma apprezziamo anche gli show acustici; è una cornice ancora più minimale che ti permette di imparare cose nuove, percepisci le canzoni in maniera diversa e le devi anche pensare in modo differente. A volte il volume più alto può essere una sorta di protezione, quando suoniamo in acustico siamo inevitabilmente più esposti, nudi, ma se una canzone è buona funziona in tutti e due i casi. Se non succede significa che probabilmente non è una buona canzone. Funziona come una sorta di test.

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