I droni dell’anima
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Sara Bracco
- 10 Settembre 2009
Con il bignami dello spirito e delle ragioni dell’arte zen nel taschino, parlare di Chinei viene facile, easy come bere un bicchier d’acqua e non occorre che venga dal monte Fuji. La sola tecnica non è sufficiente a realizzare una creazione, per quanto ne sia condizione indispensabile: l’artista deve “dimenticare se stesso” e gettarsi in balia dell’ispirazione, divenire tutt’uno con la perfezione della propria abilità. Quando mente e corpo scompaiono, l’opera d’arte sgorga come il più naturale dei processi della creazione.
Chinei Hatakeyama nasce nel 1978 nella periferia di Tokyo e muove i suoi primi passi nella musica come chitarrista in alcuni gruppi rock. Poi si butta a capofitto nell’elettroacustica con Tomoyoshi Data e il duo Opitope, e infine, compratosi un Mac, sceglie di scoprire da solo quanta sensibilità e frontiere sonore valicare con i suoni.
Le texture sono subito ricche, fluide, cristalline. I suoi strumenti preferiti: chitarre, vibrafoni e pianoforte. L’esordio arriva nel 2006 con Minima Moralia, azzeccato mix di droni, spezie chitarristiche e accortezze analogiche. A stampare è la Kranky per la quale il giapponese cavalca le tendenze più eteree e spacey (vedi anche Windy & Carl). Poi il silenzio. Hatakeyama non ha nessuna fretta. Occorrono tre anni per le seconde prove: una scolastica e d’esercizio, August (Under The Spire, 2009) e l’altra che è anche quella che maggiormente ci ha convinto, Saunter. L’album è il più compiuto e intrigante della carriera del nostro. Lawrence English della Room40 ci ha visto giusto; l’audience non potrà che dargli ragione. Le solitarie perlustrazioni dell’artista, fatte proprie le psicologie altezza Ambient 4 del consueto Brian Eno, approdano a stratificazioni calde e malinconiche che scavano nell’anima e nella memoria senza perdere in asciuttezza e spiritualità.
Il sentiero è tutto proteso oltre la veglia, una mistica terrena verrebbe da dire, eppure così irrimediabilmente attratta dall’essenza. Essenza che, ed è qui il punto, restituisce l’illusoria appartenenza delle cose, anche nella loro più intima essenza. Perché lo Zen è contemplazione del vuoto, e non c’è miglior via dell’innoquo e del semplice per arrivarci.
