The God Machine. Storia della band di San Diego, U.S.A.
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Roberto Canella
- 1 Aprile 2007
Possiamo considerare i Society Line alla stregua dei McCarthy o degli Psi Com, gruppi cioè che sono stati la prima incarnazione di progetti che si riveleranno ben più ambiziosi. Là saranno i poi grandi Stereolab e i Jane’s Addiction, e con un album all’attivo sulle spalle, qui i God Machine con una manciata di canzoni. Originari di San Diego e inizialmente formati dai soli Ronald Austin e Albert Amman, cominciano a scrivere i primi pezzi soltanto nella formazione definitiva che prevedeva il bassista Jimmy Fernandez e il cantante/chitarrista Robin Proper-Sheppard. Ne vengono fuori un paio di demo e sei canzoni (tra cui una cover di White Rabbit dei Jefferson Airplane) oltre che qualche concerto.
Ascoltate col senno di poi, le canzoni acquistano valore proprio perché si può intravedere da lontano qualche tratto che caratterizzerà i God Machine. Infatti per quanto non trasudi originalità e sprizzando invece new wave da tutti i pori (più Cure e Echo & The Bunnymen che Joy Division) si possono comunque apprezzare le cupe atmosfere di Reign e gli abbozzi pop di Homeland e Departure, col basso di Fernandez sempre in primo piano. Era comunque la fine degli anni Ottanta, e si sentiva.
London, U.K. If You Show Me The Pain
Il primo a sentire una certa insoddisfazione per l’aria che stava tirando è Robin, che prende e si trasferisce a New York in cerca di fortuna. Fortuna che evidentemente da solo non riesce a trovare, tanto da spingerlo a tornare a San Diego per chiedere agli altri di unirsi a lui. Invito subito raccolto, tanto che il solo Amman resta in California. Comincia così una lunga peregrinazione che porterà i tre dal Texas al Connecticut fino a Manchester, poi a Londra e Amsterdam e ancora Londra, dove finalmente si fermano a comporre e perfezionare i pezzi che nel frattempo erano maturati. I God Machine probabilmente nascono anche da qui, da questo continuo spalleggiarsi e dalla costante condivisione di spazi e di esperienze, fosse una stanza a New York, uno squat londinese o le strade di Amsterdam dove suonare per raccattare qualche soldo. A volte senza questo tipo di alchimia anche stare per tre ore nella stessa camera d’albergo può essere fatale.
Dopo tanto peregrinare arriva finalmente la sala d’incisione e il primo singolo, Purity (7.0/10), edito nel 1991 dalla piccola Eve Records. È decisamente un’altra musica quella che si sente appena parte Home, molto più minacciosa e compatta ma già pronta ad alternare i suoi registri, come l’elegiaca rarefazione di Purity che progressivamente precipita in un potente riffarama post-punk a scandire il baratto messo in scena da Robin: “If I show you the truth / Will you show me the beauty / If I show you the pain / Will you show me the purity”. Gli elementi della loro musica sono già in gran parte presenti e da questo momento in poi per il gruppo di San Diego tutto sembra essere in discesa. Seguono l’anno successivo – 1992 – altri due singoli che stavolta escono per la Fiction, storica etichetta dei Cure, che si accorge di avere fra le mani un gruppo fuori dal comune. Sia Desert Song (6.8/10) che Ego (6.8/10) correggono appena il tiro, aggiungendo qualche tassello appena alla poetica dei God Machine che c’è davvero già tutta e aspetta solo di maturare al punto giusto. I ritmi squadrati, quasi marziali, di Commitment e Prostitute fanno da contraltare al lugubre trasporto di Pictures of a Bleeding Boy e agli scenari di Desert Song, in cui viene ripetuto all’infinito “Let God save God”.
Listen Because No One Else Will
Quel che ancora mancava – una certa armonia di fondo, una messa a fuoco più puntuale – arriva con l’album di debutto. Scenes From The Second Storey (Fiction Records, 1993; 7.5/10) raccoglie gran parte dei pezzi già presenti nei singoli, e proprio ri-registrandoli si delinea il passaggio alla definitiva maturità stilistica. Così The Desert Song si avvale dell’apporto vocale di Katharine Gifford che ne impreziosisce le atmosfere sospese, rendendole progressivamente più fluide e accese. E Home comincia coi caratteristici gorgheggi delle Le mystère des voix bulgares per dar vita subito dopo a un andamento strisciante su cui la voce di Robin scandisce rabbioso i suoi versi: “See the woman point to the sky / Cross her heart / And hope to die”. Eppure, a parte Purity e Ego, sono i brani inediti a fare davvero il vuoto intorno a sé. I deflagranti stop‘n go di Dream Machine, I’ve Seen the Man e Out tengono a distanza anche i Tool di Aenima e sono solo una delle soluzioni di una formula che prevede una base post-punk / new wave su cui si innestano a piacimento asciutte escursioni progressive / psichedeliche, bordate giunge / metal e ballad sui generis, in uno dei pochi esempi davvero genuini di crossover degli anni Novanta. L’alternanza di registi e il gioco degli opposti percorre tutto l’album: melodia e rumore, tonalità e atonalità, speranza (“I see a man that says / I can give you everything”) e disperazione (“Why do all the things have to change / Just when they mean the most”). Raramente un disco così sfacciatamente chitarristico è riuscito a trasmettere tanta poesia, a fare in modo che questi opposti alla fine coincidessero.
Lo testimoniano pezzi come It’s All Over e soprattutto i quasi diciassette minuti di Seven. Quasi sospesa nello spazio-tempo, riesce a trasmettere purezza proprio chiedendo purezza (“Please Don’t Poison Me”) attraverso l’ossessivo percuotere delle pelli di Austin, il riverbero delle voci e l’inquieto finale col clarinetto di Ian Bishop che sprofonda definitivamente il tutto in un’altra dimensione. E se con la viola, il violino e il violoncello di Purity riprendiamo a respirare, a intravedere una luce in fondo al tunnel, ci pensa Piano Song a ristabilire il disordine. Le note di piano, ancora ad opera di Austin, si snodano apparentemente tranquille ma in sottofondo si sentono piccoli rumori, il fruscio di qualcosa che non riesce ad andarsene.
Fever Started A Long Ago
Prima dell’uscita del secondo album fu la volta dell’ep Home (Fiction Records, 1993), edito in vari formati, che si segnala più che altro per la serie di cover incluse. E se alcune scelte sono probabilmente dei semplici tributi abbastanza fedeli all’originale (Double Dare dei Bauhaus e All My Colours degli Echo & The Bunnymen), altre ci appaiono piuttosto inconsuete. A colpire è soprattutto la sguaiata versione live della già sguaiata di suo What Time is Love, celeberrimo hit dei KLF di Jimmy Cauty e Bill Drummond (fra l’altro ai tempi manager dei Bunnymen…). Anche se forse è la cover di Fever di Peggy Lee a lasciare maggiormente il segno: il soul della cantante americana si spoglia ulteriormente per diventare una lugubre murder ballad. Home invece si presenta uguale a quella inclusa nel primo album col solito campionamento di Pilentze pee delle mitiche Le mystère des voix bulgares. Nel frattempo i God Machine calcano i palchi di mezza Europa in compagnia dei gruppi più disparati, dai Living Colour ai Quicksand, da Nick Cave & the Bad Seeds ai Cop Shoot Cop per finire poi nei vari festival estivi. Tutto sembra andare per il meglio.
Why Do I Always Have To Bleed
Quando One Last Laugh In A Place Of Dying (Fiction Records, 1994; 8.0/10) viene concepito a Praga e registrato a Londra i God Machine sono ancora Robin Proper-Sheppard, Ronald Austin e Jimmy Fernandez. Quando il disco viene stampato all’appello manca Jimmy Fernandez. Jimmy se ne va così in fretta (stroncato nel maggio del 1994 da un’emorragia cerebrale dovuta a un tumore) che dietro di sé lascia un’impronta quasi palpabile. One Last Laugh… diventa così un album premonitore che ci comunica di continuo una mancanza, il desiderio di colmare un’assenza. A cominciare dai titoli di quasi tutti i pezzi che con quel “song” finale mantengono proprio la provvisorietà della loro lavorazione.
Eppure l’album si apre subito con due pezzi come Tremelo Song e Mama. che conservano ancora il tipico sound, epico e minaccioso allo stesso tempo: chitarre feedback e drumming ossessivo, canzoni che sarebbero state perfette da suonare dal vivo. Tuttavia ci si rende conto abbastanza in fretta che il magma di Scenes From… si frastaglia sempre più spesso e più netta si fa la separazione fra melodia e rumore, con un mood molto vicino alle ultime cose degli Swans, per quanto con un tono meno austero. La sensazione che attraversa tutto il disco è che se una volta i God Machine precipitavano senza rimpianti, ora debbano tentare, loro malgrado, di dispiegare le proprie ali e provare a volare.
Nessuna canzone fa eccezione, dalla dimessa In Bad Dreams all’attacco hard-rock di Painless e Train Song (il cui riff iniziale ricorda addirittura i Cult di Electric). Non meraviglia quindi che l’introspezione qui raggiunta raramente sia stata toccata in precedenza e anche in futuro come Sophia verrà appena lambita. C’è un’inquietudine di fondo che fa di quest’album uno dei migliori degli anni Novanta e che non permette a queste ballad di essere ballad fino in fondo. The Life Song a un certo punto deve esplodere, The Devil Song deve urlare, The Hunter è quasi costretta a esplodere, tanto che a volte i fantasmi elettrici non possono che riemergere del tutto nei rumorismi di Evol. Lo short-tale di Boy By the Roadside e l’ipnosi di The Flower Song non fanno che confermare questa tendenza che non riesce a placarsi neanche quando si arriva in fondo. I quasi dieci minuti di The Sunday Song sono un vero e proprio addio, con quell’alternarsi di tastiera e basso che davvero sembra potersi allungarsi all’infinito.
Fixed Water
A questo punto tutto diventa più facile. Non certo per Robin Proper-Sheppard che deve ingoiare il dolore della perdita di un amico, ma per affrontare un discorso sul proseguio della sua carriera solista. Non meraviglia che sia stato proprio lui a continuare con convinzione una strada che fin dall’inizio aveva ambito a percorrere e che lo aveva portato a tentare la fortuna a New York. Senza tema di smentita, possiamo comunque già affermare che i God Machine resteranno nella storia della musica rock, mentre i Sophia saranno solo il paragrafo di un capitolo ben più importante.
La musica che ascoltiamo in Fixed Water (6.5/10), pubblicato nel 1996 dalla Flower Shop (etichetta personale del cantante) propone una formula di folk/pop cantautorale che verrà mantenuta fino ad oggi, con ovvi aggiustamenti di tiro. Da questo momento in poi canzoni come Last Night I Had a Dream, Are You Happy Now, When You’re Dead diventeranno un rifugio per Robin (“I try to close my eyes, but I’m afraid of the dark”), una sorta di silenzio dopo la tempesta. Voce, chitarra acustica e poco altro, più Cohen e Nick Drake che Will Oldham, poche cose in ordine e tutte in fila, anche quando con I Can’t Believe the Things I Can’t Believe tenta qualcosa in più.
Losing My Direction
Forse più meditato, quasi meno ingenuo, ci appare due anni dopo il successivo The Infinite Circle (Flower Shop, 1998; 7.0/10) fin dall’iniziale Directionless, semplice e toccante al tempo stesso. Forse è vero che per ritrovarsi bisogna prima perdersi: nonostante l’aggiunta in pianta stabile di un batterista – Jeff Townsin degli Swervedriver – e una ancora palpabile esigenza di semplicità (che nei testi si trasforma anche in qualche banalità di troppo), generalmente i mezzi espressivi dei Sophia sono più a fuoco e le canzoni di conseguenza ne traggono giovamento.
La qualità media quindi è senz’altro buona e di rado abbiamo a che fare con cadute di stile, anche quando si fanno più evidenti le ambizioni pop di Robin, dai refrain di Every Day e If Only fino alle limpide aperture di Woman. Quest’ultima, a cui dovrebbero aggiungersi senz’altro Sometimes, Bastards e The River Song, è una delle canzoni più belle dei Sophia e ci riporta alle atmosfere tormentate di One Last Laugh In A Place Of Dying. Si finisce con l’intenso bozzetto strumentale di Reprime, che chiude degnamente un album che ai tempi fece davvero ben sperare gli orfani dei God Machine.
If You Want It…
Nel 2000 quegli stessi fan si ritroveranno per le mani addirittura il progetto May Queens, ritorno di chitarre elettriche e ritmi tutt’altro che bucolici. Con gli stessi membri dei Sophia Robin si prende quella che appare chiaramente come una pausa di riflessione, un puro e semplice divertissment e che come tale dev’essere considerato. Entrambi omonimi, a un primo mini-lp più elettrico (Flower Shop, 2000; 5.5/10) segue un cd vero e proprio (Flower Shop, 2002; 5.0/10) che non raggiunge la mezz’ora di durata. I riff di Theme For The May Queen no. I o di If You Want It e le cavalcate rockeggianti di Rollin’, o ancora il crescendo tutto strumentale di Fench sono quanto di più svagato prodotto da Proper-Sheppard.
Una tendenza questa che è ancora più evidente e marcata in pezzi alternative-rock come Changes e Falling (Won’t Fall In Too) che per un attimo sono accostabili a certe cose dei R.E.M. Per tacere di Tonite e Like A Record che sembrano nient’altro che delle outtakes dei Sophia. Lontano sia dal cupo chitarrismo dei God Machine che dall’intima dimensione dei Sophia, e senza volerli sminuire più del dovuto, i May Queens resteranno fortunatamente un episodio isolato nelle discografia di Robin.
People Are Like Seasons
Dopo un album dal vivo (De Nachten) del 2002 e una raccolta (Collections: One), entrambi per Flower Shop, bisogna attendere altri due anni per ascoltare un nuovo disco in studio dei Sophia. In People Are Like Seasons (City Slang, 2004; 6.5/10) si sente subito che qualcosa è cambiato: compaiono improvvisamente orchestrazioni, arrangiamenti e nel complesso una maggiore attenzione verso la forma pop. Del resto veniamo avvertiti già in Fool quando Robin canta: “Your hate has its reason / But people are like seasons / Yeah everybody changes”.
Questa spiccata ricerca melodica si manifesta nei modi più disparati, dalla classiche movenze rock di If A Change Is Gonna Come al vago sapore The The di Darkness (Another Shade In Your Black), fino alle frequenti ballad (I Left You, Oh My Love) spesso non mediate da quella sofferta ambivalenza caratteristica dei God Machine. Ci troviamo così anche di fronte a veri e propri brani singalong come Holidays Are Nice e Swept Back, che a volte stridono con episodi più raccolti in se stessi come I Swore Myself e Another Trauma, o anche rispetto ai raffinati arrangiamenti di Fool. In definitiva un album abbastanza riuscito, ma non all’altezza del precedente.
Col recente Technology Won’t Save Us (ancora Flower Shop – vedi recensione su SA#28) viene confermata la tendenza di Robin ad affinare lo stile che nell’album precedente era ancora da rodare. E’ successo per The Infinite Circle che sviluppò le intuizioni presenti allo stato embrionale in Fixed Water. In questo modo i refrain, le orchestrazioni, gli arrangiamenti orchestrali e tutto l’armamentario pop di People Are Like Seasons viene qui portato a compimento. Le canzoni hanno raggiunto una loro compiutezza formale e una raffinatezza che può sfociare tranquillamente nell’ammiccamento a un pubblico più vasto, un fatto confermato dalla recente comparsa dell’album al sessantanovesimo posto della lista dei cd più venduti in Italia, un dato che può far sorridere solo chi non è abituato a guardare la musica dal basso. D’altro canto, nonostante qualche caduta di stile, Robin si dimostra ancora una volta songwriter di tutto rispetto e certamente un po’ di quella “purezza” scorre ancora nelle sue vene.
