Unholy glamorous rock’n’roll

E’ un fenomeno genuino, quello dei Giuda. Nati dalle ceneri dei Taxi, formazione di culto del punk nostrano, i romani hanno appena pubblicato l’atteso secondo album e valicato i confini dell’underground. I primi ad accorgersene sono stati gli inglesi, che dopo una serie di concerti sold out ed endorsement insospettabili (tipo quello di Joe Elliot, il cantante dei Def Leppard, che ha inserito la loro Number 10 nella lista delle migliori canzoni glam di sempre) li hanno consacrati come una delle realtà rock’n’roll più divertenti e scatenate del continente. Poi sono arrivati i riflettori della stampa “generalista” nazionale, attirati dal connubio fra rock e calcio di cui si nutre il loro immaginario. E’ su questo spunto che parte per la nostra chiacchierata con Lorenzo Moretti, chitarrista e autore dei brani, nonché musicista meticoloso e appassionato fan di rock dei 70s. 

Direi che le cose stanno procedendo in fretta. Ultimamente si è parlato molto di voi su quotidiani e telegiornali. Cosa pensate di questa attenzione che vi è stata riservata dalla stampa non di  settore?

Per noi è positivo. Il nostro pubblico si è allargato rispetto a qualche anno fa. Ce ne stiamo accorgendo anche all’estero, dove ci capita spesso di fare sold out. E’ bello vedere che c’è molta più attenzione verso quello che stiamo facendo.

Ho notato che nei servizi viene dedicata molta attenzione al legame con il calcio, una cosa che a noi italiani sembra molto strana…

…già, ma in Inghilterra, sin dagli anni 70, è sempre stata una cosa normale dedicare una canzone alla propria squadra (e a tal proposito, mi vengono in mente gli Slade). In realtà, nei nostri testi non parliamo solo di quello. Parliamo un po’ di tutto quello che ci piace, per cui anche di calcio e, nel nostro caso, della Roma.

Mi spieghi com’è successo che, dopo la fine dei Taxi, siate passati ad un genere (il glam) così poco popolare dalle nostre parti? Intendo soprattutto quello minore, a cui voi sembrate ispirarvi (il cosiddetto “bovver rock” di Jook, Hector ed altri nomi dimenticati del sottobosco inglese dei 70s, nSA.)…

Diciamo che dentro il nostro sound non c’è soltanto il glam. Io credo che si senta ancora tutto il nostro background, gli ascolti di punk rock inglese e pub rock. Di gruppi come Eddie & The Hot Rods, Slaughter & The Dogs e Cock Sparrer (soprattutto quelli del primo periodo). Sono gruppi che a loro volta avevano ascoltato, ed erano stati influenzati, da gente come Slade, Sweet e Bowie. Credo che il nostro sia un percorso naturale. Abbiamo suonato per anni punk rock, poi abbiamo iniziato ad ampliare gli ascolti e siamo andati alla radice di quel suono. L’artefice a livello musicale sono stato io, perché sono stato il primo ad interessarmi ai gruppi minori del glam. All’inizio ci hanno fatto sorridere. E’ come quando scopri che oltre a Sex Pistols e a Ramones, ci sono stati molti gruppi punk sconosciuti. La stessa cosa ci è successa con il glam e il rock dei 70s.

C’è qualche album che ti ha influenzato maggiormente?

Non c’è un album in particolare. Ci sono talmente tante cose che ci hanno influenzato: dai gruppi inglesi dei primi anni ’70 come Slade, Faces o Status Quo, a quelli australiani post-Easybeats e pre-AC/DC, che hanno influito molto sul nostro modo di suonare. Non dimentico neanche band degli anni ’60 come i Troggs. Poi, naturalmente, per le melodie, i Beatles sono stati fondamentali.

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Mi ha colpito molto la meticolosità che mettete nel ricostruire un certo immaginario 70s (nei suoni, nell’outfit e nelle grafiche dei dischi). Mi sembra che questo abbia contribuito a fare la differenza…

Non lasciamo nulla al caso, tantomeno le grafiche, che sono una parte fondamentale di un disco. Siamo tutti amanti dei vinili. Poi, per quanto mi riguarda, sono ancora fra quelli che quando mettono su un disco, studiano copertina, liner notes e tutte le finezze del packaging. Credo proprio che anche da questo dipenda una piccola parte del successo dei nostri album. Poi noi siamo i primi a giocare con questa cosa del glam rock e credo che, se si sta al gioco, ci si possa divertire.

Visto che siete stati parecchie volte a suonare in Inghilterra, sono curioso di sapere qual è la reazione degli inglesi quando vedono un gruppo italiano che si confronta sul loro terreno.

Le prime volte che siamo andati a suonare in Inghilterra non ci aspettavamo un grande accoglienza, e invece è andata bene e ogni volta che ci siamo tornati la situazione è stata migliore della volta prima. Ci siamo ritagliati un nostro pubblico e gli ultimi concerti che abbiamo fatto sono stati sold out. Si parla di locali da circa 200 persone. Anche la stampa locale ci ha trattato bene, da Mojo a NME…

Proprio su NME ho letto una recensione che parlava di voi come della cosa più 70s capitata dopo i 70s. Alla fine avete preso un 8…

E’ vero, per noi è stata una grande soddisfazione.

Che tipo di pubblico vi viene a vedere all’estero?

Abbiamo un pubblico molto eterogeneo. Dipende molto dal paese in cui suoniamo. In Germania, ad esempio, ci è capitato di suonare principalmente per punk e skins. In Spagna, invece, il nostro pubblico è più quello del rock’n’roll o dei festival 60s. Ovunque, soprattutto in Francia, abbiamo un pubblico composto sempre più da “regolari”. Questo perché, per fortuna, la nostra musica sta attirando sempre più persone. Quando abbiamo suonato in Inghilterra, in mezzo al pubblico c’erano anche personaggi come Phil King (ex J&MC e Lush) e Robin Wills dei Barracudas. Anche Tony Silvester, il nuovo cantante dei Turbonegro, è venuto a vederci ed è rimasto entusiasta.

Eppure anche di fronte a un successo come il vostro, c’è chi storce il naso dicendo che non siete rappresentativi del rock che si fa in Italia…

Capisco cosa vuoi dire, ma va bene così. Per quanto mi riguarda, è il più bel complimento che ci possano fare.

Ma c’è qualche gruppo dell’underground italiano a cui siete particolarmente legati?

Ci sono diversi gruppi a cui siamo legati da una lunga amicizia e dalla frequentazione del giro punk (mi vengono in mente i Leeches). Un gruppo che mi piace molto e che seguo sono i Faz Waltz. Anche loro hanno le nostre stesse influenze, anche se forse si ispirano di più ai T. Rex e al primo Elton John. Credo che siano un gruppo molto interessante.

C’è qualche disco del 2013 che hai apprezzato?

Questa è dura…ho provato ad ascoltare l’ultimo di David Bowie sull’onda delle recensioni entusiastiche. Ho apprezzato qualche canzone, ma non mi pare si possa paragonare a dischi come Hunky Dory o Ziggy Stardust. Ho ascoltato anche l’ultimo di Paul McCartney. Che dire? E’ sempre un grande e ci sono alcuni pezzi veramente niente male. Per il resto non ci sono molte proposte attuali che mi abbiano colpito. Sicuramente è colpa mia, per certe cose sono un po’ intransigente… 

Mi parli un po’ di Let’s Do It Again? Ho letto che lo avete registrato quasi tutto in analogico…

Come per il disco precedente, Let’s Do It Again è stato prodotto da me e da Danilo Silvestri. Ormai siamo inseparabili. La lavorazione è stata più semplice rispetto al disco precedente, perché sapevamo che cosa volevamo ottenere. E’ vero, è stato registrato interamente in analogico su un nastro da 2 pollici, con un vecchio Studer a 24 tracce che abbiamo trovato in uno studio qui a Roma. Abbiamo fatto le riprese in diretta, dopodiché, per gli overdubs, (anch’essi in analogico) è stato usato un registratore più piccolo che ci ha permesso di continuare a lavorare nel nostro studio a costi contenuti. Credo che per arrivare ad un certo tipo di suono sia importante registrare su bobina. Altra cosa importante è l’utilizzo della strumentazione corretta. Se vuoi posso scendere nei dettagli più tecnici…

…volentieri…

Abbiamo amplificatori francesi, dei Bouyer, che abbiamo trovato dopo parecchie ricerche. Hanno solo la manopola del volume e dei toni. Li abbiamo modificati per ottenere quel crunch che senti, un po’ primi AC/DC, un effetto molto naturale che ci piace parecchio. Sulla batteria, poi, c’è un gran lavoro. Ha un’accordatura particolarissima… è scordata all’inverosimile, quasi insuonabile, ma serve per avere quel tipico sound “grosso”. Il rullante è ultra compresso, ci vengono applicati sopra dei clap, registrati in differenti tracce, sommati e alzati a volumi indicibili. E’ quello che ci porta ad aver quel suono alla Gary Glitter. Insomma, non avendo la fortuna di andare in studi più grandi, siamo riusciti a fare tutto nel nostro studio.

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Quanto è stato importante il cambio di etichetta e di promoter per il vostro salto di qualità?

Il cambio di etichetta è stata una cosa naturale, dopo le buone vendite di Racey Roller. A quel punto si sono fatte avanti diverse etichette. Noi ci teniamo a stampare il disco in Italia per conto nostro, perché è fondamentale avere i nostri dischi da vendere ai concerti. Poi c’è stato questo incontro con la Damaged Goods. E’ una storica label britannica ed è stata importate nel farci guadagnare le attenzioni del pubblico inglese. Per quanto riguarda il cambio di agenzia, inizialmente facevamo tutto da soli, poi siamo passati alla Otis, con cui ci siamo trovati molto bene. Da circa un anno siamo con Barley Arts. Certo, alcune cose sono cambiate. Si tratta di una delle agenzie più grandi e longeve, esiste dal ’79. Diciamo che va molto bene. E crediamo che anche loro siano molto contenti.

Dal vivo introdurrete qualche cambiamento, per rendere al meglio gli arrangiamenti più sofisticati dei nuovi pezzi?

Per ora andiamo avanti così. Quella di introdurre qualche elemento in più, è una cosa a cui abbiamo già pensato. Non sarebbe male sentire dal vivo un piano honky tonk o un synth, visto che li abbiamo usati anche nelle registrazioni. Diciamo che non è ancora il momento, visto che come gruppo abbiamo trovato un’ottima amalgama e riusciamo a cavarcela anche con i pezzi più complessi. Dopotutto sono brani nati dal vivo, non in studio come quelli del disco precedente. Sono nati dall’esigenza di allungare la scaletta proprio perché, dopo il successo di Racey Roller, abbiamo iniziato a fare molti concerti.

Pensi a Let’s Do It Again come all’album della maturità? Hai già iniziato a preparare nuovi pezzi?

Non so, tutti ci dicono che Let’s Do It Again è un album maturo ma, secondo me, è ancora il fratellino di Racey Roller. Credo che in futuro ci possano essere ancora aggiustamenti. Per il momento ho scritto un solo pezzo nuovo. Ha un riff molto potente che ti si stampa in testa. Ascoltandolo, però, direi che non è molto diverso da quanto fatto finora. Da qui al prossimo disco, di strada da macinare c’è ne sarà parecchia. Magari, nel frattempo, scopriremo di essere bravi a scrivere ballate. Non credo davvero, ma non si può mai dire!

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