Gilla Band, foto per la stampa (2022)

L’intrigante brutalismo sonoro dei Gilla Band. La nostra intervista

«Nell’individuo normale la funzione principale dell’inconscio consiste nel realizzare una compensazione e ristabilire un equilibrio», scriveva Carl Gustav Jung. Intitolare un disco Most Normal dovrebbe, quindi, rappresentare la stabilità. E, invece, il terzo album dei Gilla Band è puro caos, un disco in cui i quattro irlandesi «iniettano ancor più nel profondo l’angoscia, la nevrosi, il cinismo del presente illogico e violento nel cuore di brani che come mai finora riescono a intrigare prima di esploderti in faccia come mine antiuomo», come notavamo in sede di recensione.

Nel 2015 i Nostri esordiscono con Rough Trade dando alle stampe Holding Hands With Jamie, esaltato dalla critica e seguito da quattro anni di silenzio discografico, quando Mary Anne Hobbs di Bbc 6 Music accoglie The Talkies come «uno dei più grandi ritorni» del 2019. Qui le cose cominciano a farsi più riottose, anche perché il disco viene registrato alla Ballintubbert House, un caseggiato in Irlanda che ha una pianta irregolare, l’ideale labirinto su cui far rimbalzare il sound dei Gilla Band come la pallina di un flipper. Un intrigante brutalismo sonoro.

Dopo due album e un cambio di nome, gli ex-Girl Band hanno tirato fuori il loro album più violento. Ce lo siamo fatti raccontare dal bassista Daniel Fox, che ci ha anche espresso la voglia della band di tornare in Italia. Lo farà il 16 novembre al Biko di Milano, che diventerà il campo di battaglia di quello che è stato definito dalla stampa un live «genuinamente pericoloso, come un ultimo rave prima dell’apocalisse».

Most Normal, il titolo del vostro terzo album è aperto a molte interpretazioni…

In realtà, i titoli dei nostri dischi sono quasi l’ultima cosa su cui lavoriamo. Ci siamo concentrati per molto tempo sui brani, come sempre, e a ridosso della deadline ci troviamo a titolare tutto. Sicuramente è legato all’ironia che contraddistingue la nostra visione delle cose.

Però, il concetto di “normale” è piuttosto centrale in questo periodo…

Sicuramente, nel periodo dei social media è un concetto quasi rivoluzionario!

Il vostro terzo album è piuttosto violento, ma il brano d’apertura, The Gum, è davvero un pugno in faccia…

Sì, diciamo che se superi il primo brano molto probabilmente sei un appassionato! [ride, ndSA]

Direi che non v’importa molto di essere accomodanti, accompagnare chi ascolta nel vostro mondo.

Beh, non vogliamo suonare piacevoli. Ecco perché appena premi play è come se ti svegliassi nel bel mezzo del nulla, con queste pareti che ti crollano addosso.

In Backwash c’è un gorgoglio continuo di sottofondo…

Sì, ci piaceva un qualcosa di magmatico, qualcosa su cui galleggiasse tutto il resto.

 

È un disco molto critico nei confronti della modernità, anarchico nei confronti della superficialità dei rapporti sociali…

Credo che rispecchi il caos del mondo in cui viviamo. Ma penso che sia successo tutto in maniera inconscia: in realtà eravamo felicissimi di tornare a scrivere e suonare insieme dopo mesi di isolamento forzato. Ci siamo divertiti tantissimo nel lavorare a Most Modern, solo che il mondo attorno a noi stava impazzendo. E tutto questo è finito nel disco.

Avete piegato la pandemia a vostro favore…

Direi di sì, al di là del fatto che è stato un periodo di sofferenza per molte persone. Per noi è stato piacevole poterci concentrare sui dettagli perché non avevamo l’incombenza del tour.

Most Normal è un album che si sviluppa su due livelli: in superficie è pura rabbia, ma scavando si trova molta umanità…

Credo che il punto di contatto dei due piani sia lo humor, che ti permette di criticare, agitarti e descrivere quello che hai intorno senza saccenza.

Lo prendi come un insulto se dico che mi sembra anche l’album più pop dei Gilla Band, rispetto agli scorsi due dischi?

Assolutamente no, capisco cosa intendi. Volevamo fare un album più diretto, in effetti.

Però, ci sento qui e lì anche i Throbbing Gristle

Mi piacciono! Ma credo che tutto quello che ascoltiamo finisca per osmosi nei nostri album.

La copertina di Most Normal è semplice, ma mi sembra che rispecchi al meglio il sound del disco…

Non siamo una band attenta al lato visual, cioè: è importante, ma ci sono artisti che ne fanno uno dei punti cardine della loro espressività. Ed è bellissimo. Noi siamo concentrati più sulla musica; lasciamo fare a chi di competenza e fermiamo tutto quando troviamo una connessione. Quei pannelli della foto ci ricordavano i denti, che è un’immagine piuttosto ricorrente nei testi.

È una cosa molto junghiana questa dei denti…

Assolutamente. Sia quando li mostriamo in un’espressione di rabbia, sia quando li digrignamo la notte perché siamo tesi: il disco è pieno di questi riferimenti.

 

A un certo punto di Most Normal c’è un verso che recita «trying to say something new». Di primo acchito può sembrare una frase buttata lì, ma, in effetti, è difficile dire qualcosa di nuovo in questo momento storico?

Beh, se mi guardo attorno, penso di sì. Ovviamente c’è anche una dose di cinismo e ironia.

Laura Snapes su Pitchfork descrive il sound di Most Normal  «twisted pop soul». Effettivamente, sembra di ascoltare una radio che dev’essere continuamente risintonizzata…

Perché all’inizio volevamo fare un concept sull’esperienza del sogno: quella sensazione di essere coinvolti un secondo prima in una situazione e quello dopo in tutt’altro posto a fare l’esatto contrario. Credo sia derivato dai discorsi che abbiamo fatto, abbiamo avuto molto tempo per sederci e parlare. Molti di noi erano in fissa con David Lynch, io ho guardato per la prima volta in vita mia Twin Peaks. Nella terza stagione c’è quella puntata… Gotta light? mi ha proprio lasciato a bocca aperta!

Tornerete in Italia a novembre…

Sì, non vediamo l’ora. Anche perché ci abbiamo suonato solo una volta, a Bologna nel 2015!

Negli ultimi anni sempre più band irlandesi stanno avendo successo oltre i confini nazionali. C’è qualche ragione particolare secondo te?

Non saprei. Credo sia legato all’effetto domino che si crea quando un band ha dei riscontri, allora viene naturale pensare: “Posso farlo anch’io!”. Quando eravamo più giovani le band irlandesi dovevano necessariamente spostarsi a Londra, non credo che adesso sia più necessario per chi suona.

Com’è il tuo rapporto con la irishness?

Mah… penso sia prevalentemente legata allo humour. Troppo spesso gli irlandesi vengono ritratti in maniera caricaturale, ovviamente siamo molto più complessi!

Ho letto poco tempo fa Supersonic, il libro sugli Oasis. A un certo punto loro, di origini irlandesi, dicono qualcosa del tipo “gli irlandesi fanno tutto in grande. Se bevono, fanno grandi bevute. Se cantano, lo fanno non risparmiandosi”.

[Ride, ndSA] Beh, la musica e il racconto sono parte integrante della nostra cultura. Abbiamo, poi, una grande tradizione culturale, e siamo anche sanguigni. Perciò posso confermarlo!

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