Back for Entertainment…
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Edoardo Bridda
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Gabriele Marino
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Stefano Pifferi
- 15 Gennaio 2011
Cicli e ricicli
Il rock è una fantastica cosmogonia fumettistica, tutta reale però, in almeno un senso: chi non muore si rivede e anche e soprattutto chi era dato per spacciato a un certo punto rispunta sempre fuori. Un grande fiume eracliteo, sempre in movimento, sempre uguale a se stesso. I grandi vecchi sono sempre lì in pista a ballare, tra rendita, porcate e rari colpi di teatro, si riciclano, fanno comunella, oppure, semplicemente, si tirano indietro quando ne hanno abbastanza e quando gli rigira si riesumano a favore dei nostalgici impenitenti e dei giovani che molto spesso conoscono la faccenda solo per interposta persona, per derivazioni, per sentito dire, attraverso la mitologia dei bignami. Ecco allora che come in Spider Man torna sempre la zia May, nel cosmo rock tornano sempre tutti quei nomi che possono tornare, anche e soprattutto quelli che ai “bei tempi” erano un culto, che sono stati poi sdoganati alla grande e che adesso sono praticamente dei classici da mettere in salotto (Pixies?). Operazioni necrofile (Queen, Doors, Zeppelin) e blockbusteroni a parte (Police), importanti fenomeni di costume e vero specchio dei tempi, sono tornati in pista anche i re e i principi del punk e del post-punk, dai Sex Pistols ai Wire al Pop Group. Ai Gang Of Four. Che sono tornati sui palchi e in studio, con risultati alterni, e che cercano come tutti di barcamenarsi in mezzo al grande casino che è il sistema-mercato musicale d’oggi, tra major, indie, internet e fandom, in una dialettica necessaria, per quanto impossibile (perché inevitabilmente ingenerosa), tra Storia e presente. Abbiamo rapidamente ripercorso la succinta discografia della band e parlato di tutto questo e di molto altro ancora con quel vecchio volpone di Andy Gill.
Sguardi indietro e slanci in avanti
Pochi album e un solo capolavoro. Questa, a voler sintetizzare, la storia discografica dei quattro inglesi almeno nella prima (e unica, verrebbe da dire visti gli sviluppi successivi) fase: dal 1978 dell’uscita del 7” Damaged Goods (Fast Products) al 1984 dell’indecoroso live At The Palace (Phonogram), ultima testimonianza della ormai ex Banda dei Quattro nella “fase uno”. Quella cioè della formazione iniziale, basata sul quadrilatero di studenti d’arte d’ispirazione marxista Andy Gill, Jon King, Hugo Burnham e Dave Allen, anche se quest’ultimo si sarebbe smarcato a breve – subito dopo l’uscita di un non disprezzabile secondo album (Solid Gold, Emi, 1981) – seguito nel 1983 da Hugo Burnham, tanto che all’altezza del terzo album erano rimasti i soli Andy Gill e Jon King a dividersi onori (pochi) e oneri (moltissimi).
Certo, liquidare così la carriera discografica di una della band più influenti dell’intero panorama odierno potrebbe sembrare limitativo, ma non siamo poi così distanti dal vero. Un nome, quello dei Gang Of Four da Leeds che è irrimediabilmente legato ad un’unica release: Entertainment. Un album epocale che, con le sue dissonanti ruvidezze chitarristiche, i suoi ritmi spezzati e singhiozzanti, quell’insana fusione tra l’irruenza del post-punk e il calore algido del funk bianco al servizio di un’anima riottosamente pop e di un messaggio politicamente schierato, si riverbera a distanza di decenni. Influenzando cioè band geograficamente e stilisticamente tra le più varie (dai Fugazi ai Big Black) e finendo col segnare una pietra angolare per il fenomeno del p-funk d’inizio terzo millennio (da !!! ai Rapture è un florilegio di citazioni al limite del plagio).
Per comprendere il portato di una band del genere, a questo punto bisognerebbe infilarsi in un imbuto ideologico che ci allontanerebbe dall’aspetto puramente musicale. Chiamarsi in piena guerra fredda e sotto l’ala più dura del tatcherismo britannico come la “banda dei quattro” post-rivoluzione culturale cinese non era cosa da poco e faceva il paio con altri “dissidenti” politically uncorrect del calibro del Pop Group e di là dall’oceano Dead Kennedys. Avendo già sfiorato l’argomento nel nostro speciale di qualche tempo fa e riprendendolo adesso nella nostra intervista, ci limitiamo qui a uno sguardo d’insieme sulla discografia dei marxisti from Leeds.
Dopo l’exploit di Entertainment, una manciata di 7” – un paio di pezzi, Outside the Trains Don’t Run on Time e He’d Send in the Army confluiranno nel full-length – incendiano gli stage inglesi e fanno da riempipista in attesa del sophomore. È il 1981, le strade bruciano ancora di sommovimenti arty e post-punk così come di rivolte proletarie e scioperi bianchi, ma Solid Gold non attecchisce in pieno. Quello dell’appeal commerciale non è sicuramente un parametro attendibile per una band come i GOF, ma se il debutto aveva raggiunto il posto n. 45 nelle charts inglesi e il comeback si superò il 190, un motivo dovrà pur esserci. Solid Gold è un buon album, che mantiene i tratti caratteristici del suono GOF specie nell’opener Paralyzed, nel citato singolo He’d Send in the Army (molto devono i Fugazi del secondo periodo a queste chitarre) e in altre tracce, ma che nel suo complesso risulta meno d’impatto, poco vibrante e più cerebrale. Merito (o colpa) di una produzione più curata e “laccata” che ripulisce le asperità e l’ala naif del suono del debutto. Pecca però forse più evidente è quella di non tentare vie di fuga alternative, riproponendo un suono stabilizzato sulle coordinate di Entertainment.
Ciò che a confronto con Entertainment risulta meno brillante, diventa oro se paragonato ai passi successivi. All’altezza di Song Of The Free Dave Allen se ne è già andato da un po’ e l’attacco di Call Me Up fa subito capire perché. Concessioni al pop più becero, trovate che più assurde non si potrebbe (dai coretti alle enfatiche voci in falsetto, i peggiori cliché dei patinati suoni 80s ci sono tutti) e un impatto corrosivo vicino al nulla, segnano uno dei dischi più brutti mai prodotti non solo dai GoF, ma dalla musica inglese del periodo in toto. L’ultimo vero “successo” (I Love A Man In Uniform, posto n. 27 per Billboard) o l’ultimo graffio (le chitarre affilate e il cantato da paranoia urbana di It Is Not Enough) non possono però risollevare le sorti di un album e una band ormai al tracollo. È possibile fare peggio?, ci si chiede al cospetto di un album vuoto e innocuo. Sì, i quattro ci riescono con Hard (EMI, 1983) insulso disco di pop anni 80 virato synth-funky che si ha vergogna anche a recensire. Spetta però a At The Palace (Mercuri, 1984), testimonianza live del farewell tour, mettere la parola fine sulla prima fase dei GoF.
Anticipata dalla release del Peel Sessions Album (Strange Fruit, 1990), che colleziona le tre, ruvide sessioni avvenute tra ’79 e ’81, e dalla compila A Brief History Of The Twentieth Century (EMI, 1990), la “fase due” comincia con la realizzazione di Mall (Polydor, 1991) e prosegue quattro anni più tardi con Shrinkwrapped (Castle Face, 1995). La pochezza musicale di questi due album, vergati su un pop synthetico, accessibile e deprimentemente al guado tra slappati funky, coralità d’accatto e pomposità tardo-ottanta, rende perfettamente l’idea di come una reunion possa essere intesa come mero tornaconto economico: far fruttare cioè un “nome” guadagnato con un passato di impegno politico e avanguardia musicale. Tutto ciò che manca in Mall e Shrinkwrapped.
Di tutt’altro spessore, ma – va detto – più per importanza storica che per risultati intrinseci, la carriera di Gill produttore per altri, che proprio da metà anni Ottanta si fa curatore di dischi per gente come Red Hot Chili Peppers, Jesus Lizard, Killing Joke, Stranglers e Therapy?, mettendo insomma la firma su un suono che ha brevettato e che risulterà imprevedibilmente efficace e influente per tutta una serie di band d’assalto come Minutemen, Fugazi, Rage Against The Machine e Jane’s Addiction, e di cui saranno debitori anche gran parte della scena metal rap e band diversissime come Inxs, U2 e addirittura R.E.M.. Per non dire di tutta la scena nu-new wave Duemila dai Franz Ferdinand in giù.
Le botte live e la nostra intervista
Se dal vivo la Banda di Gill e King ci ha stupito con uno show (Ypsigrock Festival di Castelbuono, Palermo, 6 agosto) sì da “vecchiacci che si comportano da ragazzini”, ma memorabile nel trasformarsi in un attimo da pagliacciata a sabba rock, devastato e devastante (merito di certo vino siculo e con conseguente infinito repertorio di spintoni e cadute, cavi staccati, attacchi sbagliati e chitarra massacrata, con i due giovani Thomas McNeice al basso e Mark Heany alla batteria a mantenere – con molta difficoltà – il controllo musicale della situazione), su disco il ritorno ha tutt’altro sapore. Si ribaltano le percentuali tra professionalità e sacro fuoco e Content ne viene fuori come un lavoro freddo, stitico, sottotono, da sottofondo. Avremmo dovuto incontrare Andy Gill prima o dopo il concerto estivo: ma è stato clamorosamente impossibile (chi ha visto il live ha la testimonianza autoptica del perché). Lo abbiamo allora raggiunto telefonicamente qualche tempo dopo, trovandolo insospettabilmente disponibile, loquace ed esplicito.
L’uscita di Content è stata posticipata da ottobre a gennaio 2011. Cosa è successo, c’è un motivo particolare per questo rinvio?
Molto semplicemente, non volevamo dare l’album in mano a gente come la Emi, gente che non fa bene il proprio lavoro e soprattutto si prende tutti i tuoi soldi. Se vuoi agire così ed essere indipendente spesso sei costretto a ingegnarti e a prendere tutto il tempo necessario per fare le cose per bene. Il disco in pratica è finito, il master è già pronto, ma abbiamo rinviato a gennaio per via di tutto il contorno e per la promozione. Vogliamo fare un’edizione speciale, con un vero e proprio libro in allegato, pieno di foto, e un artwork molto elaborato la cui realizzazione è abbastanza complessa.
Avete scelto di lavorare con Pledge, una piattaforma musicale basata finanziata dai fan e che promuove iniziative benefiche. Puoi dirmi qualcosa in più su questa scelta…
Era una scelta quasi obbligata, per poter riuscire a fare un disco al di fuori dei soliti circuiti. Si spendono tanti soldi se fai musica fuori dalla tua cameretta, con una vera band e in un vero studio di registrazione. Poi, oggi, se fai un disco e basta, se stampi il cd e basta, nessuno lo ascolterà davvero, si perderà in mezzo al resto. Tutto si muove attorno alla promozione, ed è proprio la promozione che costa davvero, portare il tuo disco in giro per le radio e cose così. Certo, se dai il disco alla EMI ci pensa lei a promuoverlo, paga la EMI per tutto, ma poi si prende anche i soldi dei concerti, e sei a tutti gli effetti ingabbiato. Devi essere fantasioso oggi per uscire da questo giro, e Pledge è davvero ottimo da questo punto di vista. Attraverso questo social media abbiamo deciso di comunicare direttamente con la nostra gente, con i nostri fan. E’ anche una specie di controllo sulla qualità, perché il fan paga fin dall’inizio per quello che sa di voler ascoltare e ti controlla passo passo. Un’ulteriore forma di garanzia.
Avete annunciato delle iniziative promozionali abbastanza peculiari e stravaganti: giri con voi in elicottero, un walkman realizzato appositamente con dentro la musicassetta del bootleg del vostro primo concerto di sempre. Sembra teniate molto ai vostri fan e li vogliate coccolare.
Nel mondo dell’industria musicale è tutto così piatto e inflazionato, soprattutto nella promozione. Queste iniziative sono studiate e pensate per i nostri veri fan. E poi ci aiutano a tirare su soldi: 50 pound per vederci registrare il disco in studio a Londra mi sembra onesto, è un’occasione unica tanto per i fan quanto per noi. E’ stato davvero eccitante far entrare la gente in studio, spiegare cosa stavamo facendo, commentare e sottolineare certi passaggi.
I giovani ascoltatori d’oggi, che siano nerd o meno, scaricano tonnellate di musica attraverso le piattaforme di file sharing e dai blog musicali. E’ una specie di industria musicale parallela e sommersa. Come giustificazione per questa pratica diffusa, si tira spesso fuori la retorica della conoscenza condivisa. Ma gli artisti come dovrebbero vivere? Il pioniere di internet Ted Nelson, per quanto utopista e anarchico, aveva teorizzato un sistema di retribuzione automatica per gli autori i cui materiali fossero circolati in rete…
E’ una situazione molto complessa e difficile… Come tutte le altre persone che svolgono il proprio lavoro, anche i musicisti hanno bisogno di essere pagati. Se tutti finiscono col procurarsi la musica gratis scaricandola da internet la questione si fa davvero seria. Nessuno sopravvivrà di questo passo. Questa retorica del free a tutti i costi è pericolosa e i ragazzi particolarmente dovrebbero essere sospettosi, perché riflettendoci un attimo è chiaro che qualcuno ci resta fregato, e il prossimo potresti essere tu. E’ una questione politica in fondo, e proprio in politica c’è la più completa confusione o peggio ancora indifferenza al riguardo. E intanto c’è un intero settore della società nella crisi più totale. E’ davvero fantastico che oggi si possa mandare la musica ovunque, che tu possa mandare la tua musica ovunque. Ma la parte in cui scopri che non vieni pagato per la tua musica, quella non è fantastica. E poi la qualità degli mp3 non è buona!
Sono altri oggi i colossi dell’industria musicale. Il potere è passato dalle major alle compagnia telefoniche e ai giganti tecnologici come Apple e il suo iTunes. Quello che non è cambiato è che gli artisti sono sempre tagliati fuori…
Hai assolutamente ragione. iTunes è di fatto un monopolista adesso, Apple è la Microsoft di questo settore. Ti offrono una tecnologia eccezionale, dei servizi eccezionali, ma se non stai con loro sei tagliato fuori.
Vendere e promuovere la propria musica da soli è un nuovo – necessario – trend. Vedi anche il proliferare di edizioni speciali, di packaging speciali, che fanno ri-apprezzare le qualità materiali, fisiche dell’oggetto-disco… Sempre in opposizione alla digitalizzazione e delocalizzazione della musica, c’è la questione dei concerti. E’ fondamentale farli, per tenere il rapporto con un pubblico sempre più chiuso nella propria cameretta, ma anche per guadagnare. Oggi è stimato che il 60% degli introiti di un artista provenga dai live. Ma è sempre stato così?
Assolutamente no. Prima si tirava perfettamente avanti con i dischi e i diritti, prima concerti non erano così importanti dal punto di vista economico. Oggi è esattamente il contrario.
Passiamo a questioni più squisitamente musicali. Come è stato il tuo primo approccio al funk. Ho parlato con Mark Stewart qualche tempo fa e lui dice di avere avuto 14 anni quando è stato folgorato dal funk, è stata una botta. A Bristol si ballava il funk ed era una cosa rivoluzionaria, nelle sue parole.
Del funk mi interessava il groove. I Heard It Through The Grapevine e altri classici della Motown erano veramente roba cool e hip. Io ero e sono innamorato di quel groove. Semplicemente eccitante. Tutta l’american stuff di quando ero un ragazzino per me era roba magica, James Brown su tutti. Allo stesso tempo però capivo anche che gli Stones erano cool e così pure i Velvet Underground con le loro textures e il loro vero e proprio noise ante-litteram. Io e Jon [King; il cantante dei GoF] siamo amici da quando avevamo 13 anni e siamo cresciuti con questa musica. Anche con il reggae di Desmond Dekker, che a quel punto era già ska. La cosa bella è che gli unici che in Inghilterra nei primi anni Settanta ascoltavano quella musica erano gli skinhead, quindi se l’ascoltavi anche tu, anche tu passavi per stupido e rozzo come loro. Dopo Marley ci fu la mia infatuazione per il reggae-dub di Lee Scratch Perry, ma anche per cose come Kool & The Gang, e quel suono divenne per me un’ossessione. Non potevo più interessarmi al solo vocabolario del rock bianco. E d’altra parte non volevo semplicemente copiare il vocabolario nero. Volevo creare un innesto tutto mio, qualcosa di personale e di nuovo, trovare una mia via. Fare di tutti i suoni che erano dentro la mia testa un nuovo linguaggio.
Il funk come rivoluzione… E la politica? E’ sempre stata importante per te.
Sì, ma in un modo nuovo, e a modo mio. L’elemento politico nei nostri testi non è mai stato orientato a strombazzare in giro il punto di vista della sinistra parlamentare. Cosa significa politica? non significa niente di preciso. Ti dico cosa abbiamo cercato di fare come GoF: volevamo parlare non soltanto di emozioni e di sentimenti personali come ha sempre fatto la musica pop usando il contesto amoroso. Abbiamo cercato di abbandonare in maniera radicale questa idea a una sola dimensione e proporre canzoni che fossero dialoghi interiori a due voci, che esponessero e analizzassero ciascuna il proprio punto di vista. Analizzare come e perché la gente si trova costretta e si costringe a fare qualcosa, si sottomette a qualcosa. Non abbiamo mai voluti essere noiosi, seriosi, freddi, intellettuali, accademici. Abbiamo sempre e solo cercato di seguire il nostro modo di vedere le cose, anche con un certo humour, giocando alle volte con l’ascoltatore.
Molti jokes inseriti nei testi però possono essere colti quasi soltanto da un ascoltatore pratico di un certo slang di East London…
Guarda, Cheeseburger è un pezzo sull’american way of life. Una presa i giro vista con gli occhi dell’uomo della strada inglese, quindi abbiamo dovuto adottare un certo linguaggio. Abbiamo cercato di dire alcune cose molto serie in maniera divertente, di fare un ritratto di una porzione di società.
Nel 2005 avete pubblicato Return The Gift, un doppio disco celebrativo in cui ri-suonavate in studio alcuni dei vostri classici e in cui artisti e band vostri fan remixavano e coverizzavano vostri brani. Tutti si sono chiesti perché non c’erano Rapture, LCD Soundsystem e !!!, cioè gli artisti più fortemente influenzati dal vostro suono…
Noi ovviamente li abbiamo contattati e ci hanno detto molto semplicemente “No, grazie”. Credo per non fare troppa pubblicità alla cosa. Insomma, forse semplicemente non volevano che i giovani capissero il giochetto e dicessero: “Hey, ma sono uguali! Andiamoci ad ascoltare gli originali!”. Per dire, i Bloc Party hanno sempre negato nelle interviste anche solo di conoscerci. Ma ragazzi, non vi abbiamo mica chiesto indietro i nostri soldi! Almeno diteci la verità! [ride]
Anche i Liars sono fortemente influenzati dai Wire. Ecco, secondo te perché gruppi come il vostro, i gruppi di tutta quest’ondata funk-punk Settanta, sono ancora oggi un’influenza così forte?
I Wire sono una band influentissima… Guarda, capisco perfettamente che la gente sia tornata ai Gang Of Four, ma sinceramente non so perché. Forse in un’epoca di stasi musicale hanno trovato nei GoF qualcosa di interessante, di genuino, di genuinamente nuovo. C’è troppa roba nelle radio davvero inoffensiva. E noi sicuramente non siamo stati e non siamo inoffensivi.
Ma il vostro stile è stato catapultato in un altro contesto, non siamo negli anni Settanta, non siamo nel post-punk. Adesso siamo in un mondo completamente diverso eppure lo stile ritorna.
[ride] Il nostro è stato un modo di fare musica inaspettatamente fortunato.
Andiamo all’Andy Gill produttore. Conosciamo molto bene le tue produzioni “storiche”, dai Red Hot Chili Peppers ai Jesus Lizard. Per adesso di chi ti stai occupando?
L’ultima band che ho curato è una band di Dublino, Fight Like Apes, esce fra poco il disco, al momento sono al numero uno su iTunes. Suonano completamente senza chitarre, sono fantastici, solo batteria, basso, synth e voce, molto molto orientati al ritmo.
Il tuo metodo come produttore per altri è diverso da quello che adotti quando lavori come GoF?
E’ sempre diverso. Ci vuole la giusta esperienza per trovare ogni volta il giusto approccio. Per esempio, questi Fight Like Apes sono bravi musicisti ma magari hanno bisogno di una mano anche per costruire la canzone, proprio a livello di composizione, di struttura. Produrre non è quasi mai soltanto infiocchettare dei pezzi già pronti, per questo il produttore è così importante.
Ma ti chiedono proprio “Voglio il suono GoF”?
Sì, sì. Ricordo quando ero al lavoro con i Futureheads. “Vogliamo quel suono, quella cattiveria, quell’intensità”.
E’ di poco tempo fa anche la reunion del Pop Group. Voi e loro eravate i due grandi gruppi funk-punk, il loro Y è uscito pochi mesi prima del vostro, nell’aprile 1979. Quando lo hai sentito, che hai pensato? E adesso che ne pensi?
Mi è piaciuto molto. Ma il suono del Pop Group era troppo da jam. Noi volevamo un clear groove, come in I Heard It Through The Grapevine [ride], loro invece avevano un groove più scomposto, indefinito, impastato. Il che va benissimo, ma non è quello che volevo io.
E dei Wire che mi dici? Mi sembrano più simili al vostro mood…
Sinceramente non saprei…
In Content ci sono pezzi nuovi di cui sei particolarmente orgoglioso?
Alcune delle cose che stiamo già testando dal vivo sono molto buone. You Don’t Have To Be Mad è interessante, parla di ubriachezza, di un rapporto fatto di sesso e alcol. E’ in qualche modo una celebrazione, ma anche un avviso contro una società che ti costringe a fare certe cose e allo stesso tempo ti fa credere di essere libero. Mi sembra una cosa importante da dire.
Com’era e com’è vivere adesso in Inghilterra?
E’ in atto un grande cambiamento, anche se in generale qui in Europa occidentale sembra esserci una strana stasi. Il “blocco occidentale” sembra interessato solo ai cambiamenti tecnologici, non a quelli sociali. Un possibile paragone tra Inghilterra e Italia? Per quanto siano molto diversi credo pure che ci siano persone in entrambi i paesi che non si trovano bene e preferirebbero di magari fare uno scambio. Londra è una metropoli incredibile che si spande per tutta l’Inghilterra, non è una città, è molto di più, è cosmopolita, la metà della gente che incontri per strada parla polacco, italiano, turco, è una società veramente mista e non sempre questa cosa viene tenuta in conto.
Ti interessi di musica elettronica? Che ne pensi dell’hardcore continuum teorizzato da Simon Reynolds?
L’elemento culturale e meglio ancora sotto-culturale è centrale in musica. Oggi la cosa mi pare persino più evidente che negli anni passati, perché musica e pubblico sono sempre più frammentati. E questo oggi è inevitabile.
E l’influenza della disco-music nella musica dei Gang Of Four?
I GoF sono sempre stati influenzati dalla dance. I nostri ritmi sono heavy disco beat, in un certo senso. Tutta la nuova musica elettronica, intendo quella realizzata al 100% al computer, mi piace molto, ma non credo che nella nostra musica ci sia spazio per questo tipo di influenza. E poi non voglio invadere territori che non mi appartengono. Non voglio mai far perdere quelli che sono i caratteri di base della nostra musica:l’interazione delle voci, la mia cutting guitar, il basso e la batteria che pulsano belli tosti. Magari però mi metterò a pasticciare qualcosa di elettronico per i fatti miei…
