Futurivismo
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Fabrizio Zampighi
- 6 Dicembre 2010
Scrittura, idee, disegni, immaginario. E poi una musica legata al concetto di evoluzione. L’adolescenza che caratterizzava il punk dei Tre allegri Ragazzi Morti fino agli albori de La seconda rivoluzione sessuale trova con Primitivi del futuro e Primitivi del dub una nuova dimensione, allargando il proprio raggio d’azione oltre i Quindici anni già. Dall’alba dell’individuo intesa in senso anagrafico si passa a quella dell’uomo intesa in senso evolutivo (cacciatori, raccoglitori / beoni, spacciatori / contadini, dissidenti/ ballerine, pensatori / puttane felici e giocatori), in un ritorno alle origini che diventa il passaggio essenziale per comprendere – e magari per cambiare – una contemporaneità in cui non ci si riconosce. “La memoria che non è / quello che ricordi della storia passata / è qualcosa di più profondo / che ha a che fare con la memoria del mondo / che può farti capire qualcosa / del processo che possiamo fermare / l’origine dell’alienazione della specie” canta Davide Toffolo in Primitivi del futuro. Ovvero conta quello che siamo e non quello che ci vogliono far credere d’essere, perché non c’è tecnologia che possa gratificare un individuo che abbia perso il contatto con la sua reale essenza. Fuori da un bieco pseudo-naturalismo new age e dentro a una riflessione condivisibile che mira a un’etica del “passo indietro”, a un primitivismo quasi biologico e delle intenzioni. La musica diventa esaltazione delle radici, su un dub/reggae rubato alla Giamaica di Lee Perry che mantiene comunque forti punti di contatto con lo stile dei TARM. Come ci fa capire anche Enrico Molteni – bassista della formazione di Pordenone – in questa breve intervista.
Due dischi e un universo capovolto: i Tre Allegri ragazzi Morti nuovi alfieri dei ritmi giamaicani/africani o gli ultimi capitoli Primitivi del futuro e Primitivi del dub rappresentano solo una deviazione necessaria e fortemente (e)voluta di un percorso artistico coerente?
A mio avviso i Tre allegri ragazzi morti sono sempre stati scrittura, a matita o col plettro. Sono idee ed immaginario. In questo senso mi stupisce che il nuovo corso abbia colpito così tanto. È come cambiare abbigliamento ad una persona. La persona è sempre la stessa, anche se con colori e taglie nuove. Tre allegri ragazzi morti rimangono (anti)eroi nemici delle convenzioni anche quando suonano in levare.
Quanto il “primitivismo” sottolineato dai suoni e dai titoli dei due ultimi episodi ha a che fare con la personalità della band ?
È raro che l’eleganza sostituisca l’emozione. Vivere insieme per due anni nella campagna agricola del nordest ci ha fatto apprezzare Zerzan. I problemi della nostra società arrivano dal neolitico, non da governi attuali o precedenti. Quando l’uomo ha smesso di essere cacciatore e raccoglitore e si è stabilizzato, ha smesso di essere libero. Suono e titoli sono al 100% quello che Tre allegri ragazzi morti sono oggi.
Su cosa avete lavorato per affrontare il netto cambio di stile e come è stato farsi forgiare da un esperto del “settore” come Paolo Baldini?
Siamo passati da una misteriosa voglia di suonare in levare ad un’istruzione alta a riguardo grazie al maestro Baldini. Ore in sala prove ad ascoltare, ad esercitarsi, ad immaginare un incontro reale fra la Jamaica e Pordenone. Avevamo bisogno di contaminare il nostro suono, perché il pensiero lo era già da tempo.
In L’ultima rivolta nel quartiere Villanova non ha fatto feriti cantate: “Stacca la tua connessione / non lo fai”. Che rapporto hanno i Tre Allegri ragazzi morti con la tecnologia e in maniera particolare col mondo di Internet?
Internet è stato importante per noi, abbiamo sempre cercato di svilupparne le potenzialità con fantasia. Dall’arrivo del 2.0, tuttavia, siamo rimasti spiazzati e tutt’ora stiamo cercando di svincolarci da quella palude che è il social network. Se tutto sembra importante, tutto perde di valore. Tutti sono allenatori della nazionale, tutti sono critici musicali. Conta di più un copricapo bizzarro che una melodia perfetta. Siamo tornati alla predominanza dell’apparenza. E noi ci siamo celati dietro ad una maschera anche per evitare che questo succedesse.
Interrogato da SA a proposito del peso che puo’ ricoprire la rete nella promozione di una band, Francesco Bianconi dei Baustelle ha sottolineato come il tam tam mediatico di internet sia alla fine una rivoluzione solo di facciata, dal momento che non influisce in maniera rilevante sui dischi venduti né sulla notorietà degli artisti. Michele Bitossi dei Numero 6 ha replicato invece dicendo che se da un lato quello di Bianconi puo’ essere un parere condivisibile sulla carta, dall’altro nasce da presupposti un po’ snobistici che arrivano dall’alto di una notorietà ormai acquisita e lontana dalla realtà di un gruppo emergente bisognoso di farsi conoscere. Tu cosa ne pensi?
Fondamentalmente sono d’accordo con Bianconi, forse perché, come lui, ricordo bene com’era prima. Compravi un mensile ed imparavi ad avere fiducia in una firma. Ascoltavi alcuni programmi radio ed il giorno dopo ordinavi il disco in America. A scuola ci si passava i dischi sottobanco. Guardavi tanti video in tv alla ricerca di nuovi stimoli. Andavi ai concerti con una curiosità maggiore. C’era una preselezione, è vero, ma mi sembra di ricordare che fosse tutto più bello. La situazione attuale è molto eccitante, c’è una possibilità maggiore di arrivare alla gente, ma non ci sono più regole ed alle volte i nuovi successi sono solo fuochi di paglia. Sono uno di quelli che sostiene che Artic Monkeys avrebbero comunque avuto successo, anche nel 1987.
