Storie di fede e lisergiche visioni

Father Murphy , ovvero come riuscire a costruire un universo letterario, musicale, artistico fatto di personaggi in carne ed ossa e visionarie parabole pseudo-religiose, miti arcaici e creatività allucinata, pop sghembo ed attitudine psichedelica. Un universo instabile, dall’equilibrio precario, in cui la fantasia rischia da un momento all’altro di sottomettere la realtà e dove diventa complicato scorgere, tra i flutti di un mare magnum un po’ folle, le poche briciole di razionalità rimaste.

All’anagrafe gli ispiratori del progetto rispondono al nome di Federico Zanatta – aka Freddie, responsabile oltre che del gruppo in questione anche di tutto il lavoro che sta dietro ai dischi pubblicati dal Madcap Collective –, Vittorio Demarin – aka GVitron, polistrumentista ed anima di quello splendido azzardo sonoro che risponde al nome di Gomma Workshop – e Chiara Lee. Tre individualità caratterizzate da una forte personalità in grado di portare all’interno della band i semi fecondi di una musica artigianale e inaspettatamente orecchiabile, brillante e al tempo stesso inconsueta.

Il suono Father Murphy finisce per fondersi con il progetto più spiccatamente letterario di Federico Zanatta, quel Brevi routine e sei racconti pubblicato da St.Louis & Lawrence, branchia della stessa Madcap, che oltre a foraggiare l’immaginario fantastico di riferimento del gruppo rappresenta un tentativo di dar voce ad input letterari e culturali non in linea con le produzioni più tradizionali.

Intervista a Federico Zanatta

Che il panorama indie italiano corrisponda ad una sorta di caleidoscopico e confusionario contenitore ricolmo di ogni sorta di stranezza musicale è ormai un fatto assodato. Come lo è la certezza che, in alcuni casi, le proposte più interessanti nascano all’interno di realtà discografiche che poco hanno a che vedere con i grandi numeri o l’ hype del momento. E’ il caso dei Father Murphy, trio alle amichevoli dipendenze del Madcap Collective, nonché progetto musicale di chi, il collettivo del cappellaio matto, l’ha teorizzato e fatto nascere. Quel Federico Zanatta la cui pirotecnica ed assai creativa verve è protagonista della nostra intervista.

Chi sono i Father Murphy? Come è nata l’idea del gruppo? Qual’è l’input alla base della proposta musicale?

Father Murphy è un nome che intende rappresentare un insieme, una congrega. Murphy era chiamato secoli fa mio padre, un reverendo, ma né io né mia sorella Chiara Lee abbiamo pensato mai di rivolgerci direttamente a lui con questo nome. È semplicemente un riferimento religioso alle nostre origini.
Un gruppo vero e proprio non esiste. Diciamo che dalla nascita di questo progetto fino ad un annetto fa abbiamo sperimentato varie eresie interne sotto forma di amici di passaggio, che hanno lasciato una loro traccia, per arrivare, o meglio tornare, al trio o alla trinità (non vorrei sembrare megalomane). Vittorio Demarin, nella sua trasfigurazione biblica di GVitron, – anche se potrebbe sembrare una leggenda – è davvero il vescovo che ha preso per mano me e Chiara e ci ha portati ad una sorta di conversione.
L’input di base è più o meno questo: siamo un progetto, c’è stato un inizio e ci sarà una fine, ci sono innumerevoli collaborazioni. Niente deve ammuffire e le proposte devono essere sempre sincere.
Effettivamente si tratta di una sovra incisione di input ed atmosfere

Con all’attivo un disco vero e proprio – Father Murphy del 2001 – e un titolo in comproprietà con un tuo progetto parallelo (i Mrs France) – When We Where Young The World Wasn’t In Your Handsdel 2004 – , il gruppo si appresta a registrare un nuovo episodio discografico. Puoi fornire qualche anticipazione a tal proposito?

Il secondo disco potrebbe apparire come una contraddizione con quanto ho detto prima, dal momento che sarà, diversamente da quanto fatto fin’ora, un mostrare fedelmente quello che io, la Lee e Vittorio presentiamo dal vivo. Interverranno altri musicisti ma saranno, in questo caso, veri e propri ospiti.
Abbiamo infatti deciso di registrare tutto il materiale in poco più di una settimana, periodo in cui ci “rinchiuderemo” in uno studio sulle colline modenesi per meglio definire le nuove idee e la natura del gruppo. Fino a qualche tempo fa non c’erano prove, non c’era formazione fissa, e le canzoni venivano arrangiate in un determinato modo a seconda di chi era disponibile per suonare. Adesso siamo in tre, la line-up è quella che si vede dal vivo. Non penso si possa parlare di spontaneità persa, più che altro si tratta di confidenza e complicità.
Le tracce saranno molte, almeno per noi. Alcune le abbiamo già provate dal vivo, altre le metteremo assieme in studio, sarà poi compito di Davide – responsabile della registrazione di All My Senses Are Sensless Today dei Franklin Delano – dare una linea al tutto.
Comunque l’album dovrebbe uscire verso la fine di settembre (titoli provvisori? “Three Musicians Getting Unknown” ovvero “I Was In Coma, Then I Woke Up And Asked For A Strawberry Milkshake”), in contemporanea con il disco d’esordio di Stop The Wheel, un ragazzo di Trieste davvero molto in gamba, recentemente adottato da Madcap.
Poi faremo un breve tour – circa dieci date – e successivamente torneremo ai ritmi canonici di un concerto al mese, anche perché Vittorio dovrà pensare al suo secondo disco in uscita a novembre per Madcap e Snowdonia.

Father Murphy è un disco piuttosto particolare, in cui reminiscenze barrettiane – Syd, chitarrista dei Pink Floyd – si mescolano a suoni impastati riconducibili ad una certa tradizione indie americana, vocalizzi volutamente gracchianti convivono con cambi strutturali inaspettati. Mi pare di capire che uno dei punti fissi dei Father Murphy sia non avere punti fissi…

Come accennavo prima, tutto si basa su sovra incisioni di tracce. Per realizzare Father Murphyci abbiamo messo circa un anno e tre mesi, perché io, finché non ho ritenuto di aver concluso tutto il mio lavoro, non ho passato nulla né a Vittorio, né a Chiara. L’idea di essere liberi dalle meccaniche tipiche di una band è stato sin dall’inizio un punto fondamentale. Le prime due canzoni di Father Murphy sono nate proprio così. Io vivevo a New York e facevo il cameriere. Non avendo abbastanza soldi per registrare il materiale presi accordi con uno studio di registrazione che prevedevano che ogni mattina gli lavassi i pavimenti, pulissi i tavoli mixer e i vari effetti. Loro in cambio mi avrebbero dato la possibilità di registrare. Dopo circa tre settimane ebbi a disposizione studio e fonico. Le tracce incise le spedii poi a Vittorio, proponendogli di arrangiarle e da lì nacque l’idea di lavorare assieme, pur essendo così distanti (io ero a NY, Vittorio a Venezia, e Chiara a Shanghai).

Che rapporto ha il gruppo con la psichedelia?

Posso parlare io per tutti e tre e ti dico che il nostro concetto di pischedelia si esaurisce con il primo album dei Pink Floyd, le uscite soliste di Barrett, e il lavoro di Os Mutantes.
Considero psichedelica la maggior parte del lavoro di Badalamenti per i film di Lynch, adoriamo i loop. Certo punk dei Nirvana è super psichedelico.
Se di psichedelia si tratta, mi piacciono (vecchi conoscenti) i Jennifer Gentle

Sei impegnato in una miriade di progetti. Oltre a gestire il Madcap Collective e a suonare nei Father Murphy hai scritto una parte del minilibro Brevi routine e sei racconti edito dalla St.Louis & Lawrence, branchia della stessa Madcap. Sbaglio se ipotizzo che il frammento presentato a tuo nome sia indirettamente legato alle note a seguito di Father Murphy , in quanto parte integrante di un immaginario letterario-musicale che esula il singolo episodio?

Vorrei risponderti che non sbagli ma sembrerei presuntuoso…
La mia idea non è poi così originale e parte dal presupposto che io stia dando ospitalità ad una sorta di spia aliena che, in cambio del nutrimento che dal mio corpo riceve, satura il mio cervello con vari stimoli che io traduco in forme diverse. L’idea di base è quella di redigere una leggenda, dei Murphy o dei Lee (i cognomi molto comuni hanno il dono di poterti indurre a credere che si stia parlando in tono generale, ma solo perché sei paranoico questo non vuol dire che qualcuno non ti stia seguendo, ripeteva spesso un caro amico che adesso fa il benzinaio a Maui).
Per non dimenticare quanto la religione sia un’inesauribile scorta di suggestioni…
Odio chi mi dice che se non fai una cosa e solo quella non sei né carne né pesce…

L’impressione che ho, dando un’occhiata a tutto quello che fai, è che vi sia una sorta di ricorso ad una creatività totale che regola ogni aspetto artistico e rifugge qualsiasi forma di banalizzazione, sia essa una nota di copertina canonica, un’estetica consolidata o una melodia troppo frequentata. È un’impressione corretta?

Mi piace pensare che ogni cosa sia un progetto e che quindi tutto abbia un suo inizio e una propria fine. La tua impressione è corretta nel senso che se io mi costruisco un mondo dove far rivivere i miei personaggi, poco importa se questi poi saranno reali o credibili. Più importante è se saranno pronti ad accettare nuovi ospiti incuriositi da una “routine” che ci racconta cosa Lee combina imitando Mr.Lee. Magari il collettivo Madcap è composto in realtà da ventisette nanetti piromani che io e gli altri cerchiamo di reintrodurre nella società convogliando le loro pulsioni distruttive in qualcosa di creativo e non del tutto dannoso…

Notoriamente in Italia non c’è molto spazio per produzioni musicali atipiche come la vostra, se non nel sottobosco indie. In quanto leader dei Father Murphy, nonché deus ex machina del Madcap Collective – etichetta discografica che ha curato la pubblicazione dell’ultimo Franklin Delano nel nostro paese e, grazie alla partnership con l’americana File 13, anche negli Stati Uniti –, puoi dirmi che reazioni suscitano in ambiti diversi dal nostro i progetti che ti vedono coinvolto?

Direi che, per adesso, solo all’estero si può parlare di attenzione “sveglia”. Per presentare la Leggenda dei Lee sono stato invitato negli ultimi due anni in Grecia per tre settimane, a Malta e a Belfast, dove ho potuto vedere quanto la genuinità possa avere ancora un proprio senso di esistere. A New York potevo suonare due canzoni due volte la settimana agli open mic, sia in mezzo a perfetti sconosciuti che ad artisti indie ben noti (i due Moldy Peaches, il cantante degli Spin Doctor, Bright Eyes, per citarne alcuni).
Grazie alle super limitate tirature di St.Louis & Lawrence, insieme ad Andrea A. Di Carloed altri amici, abbiamo girato alcune librerie italiane. Le reazioni direi che non ci sono, nel senso che non ci sono reazioni dirette, bensì prodotte solo dopo aver sottoposto il pubblico a stimoli e questo è forse uno dei problemi che affligge maggiormente l’Italia, confrontandola con altre realtà.
Disporre di soldi ed utilizzarli per prendere in giro la “brava gente”. Un bel proposito…

Cosa vedi nel tuo futuro e in quello della tua etichetta?

Mi ripropongo di rispondere nel modo meno elusivo possibile.
Il mio futuro: il secondo disco di Father Murphy, a cui dedicherò moltissimo tempo fino circa a novembre 2005, forse dicembre. Dopo Brevi routine e sei raccontiil libretto a cui accennavi prima, ci sarà una ristampa in cinquecento copie – sempre numerate -, poi anima e corpo per arrivare alla fine – spero entro due anni e qualche mese – del primo libro della Leggenda dei Lee (Brevi routine ne sono l’introduzione).
Il futuro di Madcap Collective: uscita di Father Murphy e Stop The Wheel, quindi il secondo disco di Vittorio Demarin e Littlebrown, ristampa di Like A Smoking Gun In Front Of Me dei Franklin Delano
Continueremo a non trovare accordi con i distributori italiani, continueranno a ritenerci quasi illegali solo perché non abbiamo una partita iva, faremo uscire altre due micro pubblicazioni prima di fine anno con St.Louis & Lawrence, cambieremo indirizzo anche quest’anno come facciamo ogni anno (ci scade il contratto ad ottobre). Vorremmo trovare una sistemazione definitiva, ma odiamo il Veneto (e forse l’Italia, a quanti vogliamo bene qui?). Ottimo sarebbe avere un posto qui e un posto lì, questo il nostro proposito.
E poi siamo un collettivo, un progetto, e forse ci sarà una fine anche per questo se non avremo più risorse finanziarie da investire. Ma finché spendi duemila euro all’anno, i soldi si possono trovare per mandare avanti qualcosa. A meno che i ventisette nanetti non brucino qualcosa, e allora giù di spese processuali, rimborsi, plastiche varie, ed ecco che tutto è da ricostruire…

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