Factory come Warhol. Floor come dance

C’è una nuova via rock al ballo, nei festival internazionali, per sconfiggere la melancolia di XX, Weeknd o Blake? Un po’ di sano sballo post-punk electro minimalista? La risposta giusta sembrano averla in tasca tre ragazzi di North London, che rispondono al nome di Factory Floor e il cui esordio lungo è sembrato, con il passar degli anni (alla faccia dell’hype), una vera e propria chimera.

Il primo embrione del gruppo nasce nel 2005, in pieno disorientamento Noughties. Inizialmente formata da Gabriel Gurnsey e Mark Harris, la band britannica si consolida con l’arrivo di Dominic Butler. Dopo poco Harris esce e viene sostituito da Nik Colk (aka Nik Colk Void), già nei KaitO. Gabe alle ritmiche, Dom ai synth e la Colk alla voce e chitarra. Una macchinetta da guerra che sforna poche uscite, ma che ad ogni tassello del mosaico aumenta l’hype. I primi due singoli sono di marcata derivazione new wave (Bipolar e Planning Application del 2008), come pure il primo mini Talking On Cliffs (2009). Poi l’ingaggio con la Blast First (nella collana Blast First Petite) per qualche 12 pollici e altre chicche in formati underground sparse qua e là aumentano l’hype e cambiano il suono facendolo virare sul lato dancey machine. Il prosieguo è già storia contemporanea. Il gruppo manda infatti un CD a Stephen Morriss (Joy Division / New Order) con la richiesta di un remix. Dopo aver trattato Wooden Box, il guru dark-synth si mette a produrre le loro uscite. La notorietà sale quando escono su Optimo (con R E A L L O V E) e sulla mitica DFA con Two Different Ways. Per chiudere il lungo biglietto da visita, le collaborazioni con Chris Carter e Cosey Fanni Tutti dei Throbbing Gristle, con Mark Stewart (ex Pop Group), la residency al prestigioso Institute for Contemporary Arts di Londra e l’EP Beachcombing con il compositore americano Peter Gordon (amico del compianto Arthur Russell).

Lo stile dei tre musicisti si rifà all’eredità industriale britannica, all’art rock e al post punk e mescola tutto questo magma con la musica da ballo chic della DFA, pur mantenendo un’identità mutante che prescinde e nel contempo attinge dalla Storia in maniera intelligente, restando sempre a un passo di distanza dal plagio. Il 9 settembre è uscito il loro primo album omonimo: ritmiche ossessive, pezzi lunghi (dai 6 agli 8 minuti) creati con synth, 808 e altre drum machine che aiutano a costruire una formula ipnotica, fatta di echi, pad acidi e suoni che ricordano il sampling midi d’oltreoceano, illuminato dalle estetiche minimaliste, dalla prima rivoluzione technoide di Detroit e dalle frequentazioni arty degli artisti newyorchesi (no wave in primis). Un ponte Londra-NY che si rivela fruttuoso, ricco di idee semplici ma efficaci e che dal vivo non può che trovare la sede privilegiata. La loro musica si connette senza sbavature con il macchinico mitteleuropeo kraftwerkiano, inserisce la qualità della sperimentazione, prova a sfondare su palchi diversi dal dancefloor (ricordiamo la performance alla Tate londinese) e buca sorprendentemente un panorama dance-rock che ha detto poco di nuovo dopo Juan MacLean. Una rivoluzione? Potrebbe essere…  

Ci potete raccontare brevemente come vi siete incontrati?

Ci siamo incontrati a Londra e abbiamo capito di avere un approccio simile nel comporre musica. La prima volta che abbiamo provato, abbiamo realizzato di aver acceso qualcosa di interessante. 

Il vostro album di debutto è influenzato da molte fonti. A mio avviso, le più significative sono il minimalismo americano (Steve Reich e Arthur Russell, specialmente nei loop di percussioni e nella traccia vocale di One) e le texture jack/house/acid. Vi piacciono questi suoni? Li avete presi come punto di riferimento o avete considerato altro, all’inizio?

Siamo tutti fan di Arthur Russell e degli artisti coinvolti in quella scena, come Peter Gordon, Lizzy Mercier e Laurie Anderson. Ci piacciono i suoni che usavano e gli elementi ritmico-dance dei loro pezzi. Inconsciamente abbiamo preso qualcosa dal feeling di quei brani come punto di partenza.

Lasciando perdere le macchine, un’altra influenza grossa è il suono dark dei Joy Division e dei Cure. Perché avete utilizzato quelle atmosfere? Come vi siete connessi a Stephen Morris?

L’elemento dark della nostra musica viene dal fatto che volevamo inserire suoni primitivi e molti dei suoni che finiscono nei nostri pezzi sono istintivi, quindi non sono propriamente dark. Li definirei più primitivi.

Factory Floor

Ho letto che l’album è stato registrato nel vostro spazio a North London, su un banco mixer che è stato usato anche per registrare le hit degli Eurythmics. Cosa ne pensate della mossa retrò dei Daft Punk?

Non abbiamo una connessione con i Daft Punk, né con il loro approccio alla musica, né con il loro suono. Le influenze dal passato sono inevitabili quando componi musica. Il fatto è che devi imparare dal passato, portando le idee più in là e non semplicemente riproponendole. 

Siete stati mixati da Timothy ‘Q’ Wiles, un produttore losangeliano che ha collaborato con VCMG, Erasure e Afrika Bambaataa. Com’è stato farsi mixare da un produttore esterno al gruppo? Vi è piaciuto il risultato finale?

Non abbiamo mai incontrato ‘Q’ di persona. Prima di sentire le tracce eravamo un po’ nervosi, ma lui ha capito totalmente il nostro suono e ha dato spazio a tutti e tre i componenti del gruppo nel mix. Quando abbiamo sentito il mix finale, siamo stati entusiasti. 

Ho sentito una connessione forte (non chiedetermi il perché) anche con i Velvet Underground, forse per qualche affinità con la voce di Nico… e subito dopo ho pensato che questo album, magari in futuro, potrà essere usato come installazione nei musei e nelle gallerie d’arte. Avete mai pensato di suonare in luoghi d’arte (ho letto che avete già suonato al The Tanks, uno spazio sotto la Tate Modern)?

Nik e Dom hanno un legame forte con i VU e Nik è un fan di Nico, quindi sicuramente la connessione c’è. Suoniamo in spazi artistici (come abbiamo fatto per la nostra ICA residency), nei club e nei festival. Il nostro suono sembra poter trascendere le tipologie di spazi e luoghi e questo è un’altro modo di sperimentare. In uno spazio artistico siamo più liberi di sperimentare, ma l’energia dei festival e delle folle danzanti ci da comunque feedback per quello che facciamo.

Più di qualcuno sta ipotizzando che questo sentiero arty sia il nuovo modo di promuovere gli album e la musica. Penso, ad esempio, all’ultimo video di Lady Gaga (Applause) e all’aumento di interesse che suscitano le mostre d’arte sugli artisti pop. Pensate che il problema fondamentale, per gli artisti contemporanei, sia la politica del vendere musica? O è ancora un modo per parlare di qualcosa di diverso dalla qualità musicale?

Non c’è motivo che i confini tra arte e musica non debbano essere poco definiti. Almeno per lasciare possibilità di innovazione alla musica! La musica e il suono sono solo medium diversi. Se sono creati e suonati in modo onesto e sono importanti per uno spazio artistico, perché non proporli in quel contesto? Ma se gli artisti usano il crossover fra arte e musica come specchietto per le allodole, per noi sono falsi. 

Avete collaborato anche con componenti dei Throbbing Gristle e Cabaret Voltaire, e con artisti visual come Haroon Mirza e Hannah Sawtell. Com’è stato lavorare con artisti così diversi?

Siamo stati disponibili alla collaborazione fin dall’inizio. Ogni incontro è stato come aprire una porta in una nuova stanza, dove puoi sperimentare e aggiungere qualcosa in più al tuo bagaglio di conoscenze. Ci è piaciuto molto lavorare con queste persone. È un modo per imparare nuove discipline, serve ad espandere gli orizzonti. 

Restando un attimo su Throbbing Gristle e Cabaret Voltaire, quanto siete indebitati con la cultura e i suoni industrial?

I suoni industrial sono quello che tutti sperimentiamo ogni giorno! Passano inevitabilmente nel subconscio. 

Il disco è in qualche modo una meditazione sul ritmo. È costruito con tracce brevi che si incollano a quelle più lunghe. È un concept album su arte e ballo? Pensavo a tutto questo dopo aver riletto il vostro nome: Factory (come lo studio di Warhol) e Floor (come dancefloor).

È un modo stupendo di interpretare il nostro nome! E hai perfettamente ragione. Non abbiamo iniziato a scrivere il disco con l’idea di renderlo concettuale. Volevamo solo costruire un album che riflettesse il nostro amore per la sperimentazione sonora e la volontà di far ballare la gente!

Ci potete dire qualche nome di artisti che vi piacciono e che state ascoltando?

Fuck Buttons, East India Youth, Daniel Avery, Forward Strategy Group, Land Observations.

Suonerete in Italia o in Europa?

Sì, abbiamo in programma un breve tour europeo dal 9 ottobre. Ci piace molto venire in Italia e ci torneremo. Ci siamo divertiti molto lo scorso anno.

Si dice che stiate lavorando ad un nuovo album…

Ci piacerebbe lavorare a un nuovo disco, ma prima dobbiamo promuovere questo dal vivo e spingere sul suono. Nessuno sa come suonerà il prossimo.

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