Electronic music listener…

A un mese da Ambient Lifetracks, cover story del magazine (SA #43) che lo ha visto protagonista, un approfondimento dedicato a Bochum Welt al secolo Gianluigi Di Costanzo. Un veterano Rephlex dalla vita da sogno che ha unito la passione per la musica alla ricerca informatica sulla stessa e al collezionismo synth. Il suo tocco si è sempre distinto per la ricerca di un classicismo IDM nelle maglie degli stilemi elettronici Novanta. Del resto, la sua vita è un continuo shifting di punti di vista. Musicista e scouter di nuove tecnologie. Creatore di interfacce Beatnik based …e qualche boccata d’ossigeno nel verde d’Inghilterra assieme a Tom Jenkinson.

La tua prima collaborazione con Rephlex risale al 1994, anno domini dell’intelligent. L’anno dell’esplosione del fenomeno. Se non sbaglio il dieci pollici si chiamava Les Dances D’été. Cosa ti esaltava di più di quel primo periodo di ambient e beat? Cosa è cambiato oggi alla luce della tua ultima prova che sembra fare il punto della situazione?

La mia prima pubblicazione Rephlex è del ’94, un 12 pollici, con il titolo Scharlach Eingang (Entrata Scarlatta). Ero di base a Londra e appassionato di tecnologia e strumentazione analogica. 
Rephlex continua a essere un’etichetta discografica che attrae l’attenzione dei media e degli addetti ai lavori, Sony Music per esempio ha acquisito da Rephlex i diritti delle mie prime pubblicazioni.
Il mercato discografico sta cambiando, così come il modo di rapportarsi con le persone, che oggi è più diretto; un aneddoto curioso riguarda Matteo Thun. Ultimamente sono stato in contatto con lui, sono appassionato dei suoi lavori (ad esempio la facciata del palazzo del festival del cinema a Venezia, i progetti completati per Porsche Design, per le Terme di Merano) e gli ho chiesto se aveva qualche suggerimento da darmi per migliorare il logo bochumwelt. Dopo un paio di settimane sono stato contattato dal suo studio perché aveva voluto preparare un logo per me!

Sempre a proposito di storia. Frequentavi qualcuno della scena inglese legata a Rephlex, Warp e Planet Mu? Che rapporti hai eventualmente con loro?

Ho conosciuto diversi producer nel ‘94, mi ricordo che tra un esame universitario e l’altro mi spostavo da Milano a Londra, all’HQ di Rephlex dove ero stato invitato per via di una mia demo che era piaciuta e mi era stato presentato tra gli altri Tom Jenkinson. Non lo conoscevo perché non aveva ancora pubblicato il suo primo EP; suonammo entrambi ad un evento al Rocket a Londra, rimasi davvero colpito dal suo stile! Ancora oggi trascorriamo dei weekend nella campagna inglese. Richard D. James e GWC sono delle persone speciali.

Aphex, Vibert, Paradinas… hanno tutti montagne di registrazioni inedite molte delle quali sono jam session comuni…

Io posso jammare solo con Wendy Carlos!

Mi pare ci sia un bisogno da parte dei protagonisti (e il consueto revival) di tornare a parlare la lingua dell’ambient a cavallo tra gli Ottanta e Novanta. Una traccia come 8221SB è perfettamente in questo solco: Kraftwerk nell’anima e tastierismo ottanta che è già preludio ambient house, un saluto agli Human League per tornare a Eno .

Per quella traccia ho utilizzato un sintetizzatore Oberheim Xpander del 1984. Thomas Oberheim è uno dei miei costruttori preferiti.

Altra storia ma non troppo distante quella di Interlude (Extended) dove chiaramente siamo in zona 1994 pur con sapori ancora ottantiani. C’è l’Aphex firma coniugata Tom Middleton qui mi pare. Aria di classicità intelligent.

Aphex chi?

A proposito non che mi piaccia il termine intelligent techno…

Anche a me.

Parliamo di ironia. In Rephlex ce n’è a pacchi come in Warp. Prendi un Vibert. Prendi Bogdan Raczynski. Ovviamente Aphex. Certo non Squarepusher ma di certo suo fratello quello sì. Il tuo taglio è differente, più vicino a D’Arcangelo forse, sei più interessato all’ambiente, allo psych in senso psicologico di un Brian Eno oppure nel romanticismo di un Flür (quello dei Kraftwerk rinnegato)… Certo che poi anche nel tuo catalogo compaiono brani videogame come Gyromite ma è più una questione di remember. Quella traccia sembra la celebrazione della magia dei vecchi videogame (quel pacman messo tra le pieghe, ancora il sintetico degli ottanta nelle aperture).

Di Eno mi piace l’aspetto concettuale, dei Kraftwerk la cura dei particolari e le sonorità.

A bilanciare quest’ultimo lato della tua musica c’è l’indagine robotica richiamata nei beat, nei nomi delle tracce. Nei sample. Cosa ti affascina della robotica? Non ti pare che sia un concetto che, viste le disattese mitologie di qualche anno fa, faccia un po’ vintage agli occhi dei ragazzi di adesso?

I Robot degli anni ‘80 mi continuano ad affascinare, ma non sono legato al vintage in maniera ossessiva, sono abituato a fare scouting di nuove tecnologie.

Ti mancano i Novanta?

No!

Paura di diventare vecchio quando le tue sonorità saranno sempre giovani e futuristicamente appropriate?

Non ci ho mai pensato, sono ancora nei miei 30 e poi comunque Brian Eno e altri precursori sono un esempio.

C’è qualcuno che citi sempre come esempio negativo musicalmente parlando? Quel classico tipo che critichi a morte ma che non è altro che il tuo lato oscuro?

No!

Quando hai iniziato a suonare lavoravi? Come si sono avvicendati i due mestieri di musicista e informatico/free lance?

Quando mi è stato offerto il primo contratto discografico da Rephlex ero uno studente universitario, poi sono stato contattato dalla multimedia Company di Thomas Dolby con base a Los Angeles che mi ha proposto di iniziare a lavorare ai loro progetti.

Dove vivi ora? E soprattutto quale momento della tua vita associ meglio alle sonorità che hai prodotto in questi anni?

A Monza, dove sono nato, ma trascorro del tempo anche all’estero a Los Angeles e in Inghilterra. Le sonorità sono legate a tutto quanto vivo quotidianamente.

Per concludere la classica domanda sulle tecnologie che usi per fare musica: analogico o digitale? Entrambi? Qualcosa in particolare con la quale ti industri di più?

Per quanto riguarda la tecnologia musicale, è dal 1996 che lavoro con Thomas Dolby e le sue società in Silicon Valley e Los Angeles: Beatnik e Headspace, che si occupano di soluzioni audio e contenuti per digital devices, games ed il web. Inizialmente Headspace aveva i propri uffici a Studio City, Los Angeles e produceva sonorizzazioni e installazioni multimediali; i lavori completati in quel periodo sono stati le colonne sonore per gli Studios e le case produttrici di videogiochi in Silicon Valley, la sonorizzazione del ristorante sottomarino di Steven Spielberg, “The Dive” nella baia di Los Angeles etc… Uno dei progetti a cui lavoravamo era Beatnik, un software innovativo con cui era possibile sonorizzare in modo interattivo il web. Beatnik è diventata una società con base in Silicon Valley e un software a cui ci siamo dedicati. David Bowie, MTV, AT&T e i principali players del settore multimedia ne hanno fatto uso. Beatnik Inc. a partire dal 2000 è responsabile di un audio engine che oggi viene utilizzata da centinaia di milioni di telefoni cellulari. Sono anche stato coinvolto da Apple per la musica e la creatività. Utilizzo spesso Logic audio, ad esempio l’anno scorso ho aperto il concerto di Thomas Dolby a San Francisco, discutevamo di un migliore utilizzo real time di Logic che si presta alla costruzioni di intro estese in cycle record mode. I sintetizzatori analogici rimangono una mia passione.

Frequentavi le chill out nei Novanta? E i rave? Che tipo di fruizione preferivi e preferisci dell’electronic listening music?

Frequentavo le chill out room, perché spesso mi è stato chiesto di suonarci, soprattutto in Gran Bretagna e Germania. L’ambiente che ti circonda sicuramente infuenza l’ascolto. Una spiaggia di Saint Tropez piuttosto che il Moma di San Francisco sarebbero luoghi suggestivi.

Sempre in relazione al rapporto tra te e la “scena” house-techno-chill più allargata: droghe, Attacchi di panico, traumi post-E o un asettico ma partecipato godimento elettronico? Ovvero: musica di testa o di cuore?

I don’t need drugs!

Hai un punto di vista privilegiato avendo viaggiato molto. Che differenze hai notato tra la tua generazione a Monza e quella in Inghilterra e perché no quella in America? Che differenze trovi con quelle del passato?

E’ sempre difficile generalizzare, in base alla mia esperienze apprezzo il senso civico e l’onestà dei ragazzi inglesi. Degli italiani/monzesi l’amicizia e degli americani la semplicità. Le nuove generazioni sono sempre più attratte dall’utilizzo della tecnologia, mi sembra positivo, c’è un grande potenziale, mi trovo in sintonia.

Molta gente coinvolta nell’elettronica ha questo concetto quasi sacro del groove e del timbro. Un rapporto simbiotico con la propria musica. Cosa rappresentava la musica elettronica per te quando studiavi? All’epoca discriminavate gli ascoltatori acefali dei club come evidenzia Simon Reynolds nel suo Generation E?

Guarda, tutt’oggi studio molto perché per Apple e altre case produttrici di strumenti musicali, per le quali sono un endorser (Moog, NI) mi chiedono di rimanere sempre aggiornato. Mi piace l’attenzione rivolta dagli ascoltatori alla musica nei club inglesi e anche italiani. Il club a me piace molto!
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