Dieci anni di Numero 6

Michele Bitossi è il cantante dei Numero 6, una band in giro da una decina d’anni con un percorso alle spalle che si chiama Laghisecchi e uno parallelo, solista e proprio di Michele, a nome Mezzala. In occasione dell’uscita di Dio c’è, ultimo lavoro della band genovese, ci è parsa inevitabile e doverosa una bella chiacchierata libera dalle formalità. Ci siamo dunque incontrati via Gmail, con Bitossi a raccontarci del nuovo album, del tour che arriverà, di musica italiana, della parola “indie”, di letteratura e di eroina.

Di cosa sia l’espressione “Dio c’è” si è parlato spesso nelle ultime interviste. Del fatto, insomma, che si tratta di quella scritta che fino a non molti anni fa indicava la presenza della “roba” in certe strade e autostrade. Tutto il discorso mi ha fatto ritornare in mente che da bambina pensavo che quelle scritte fossero tutte assurdità. Naturalmente non sapevo che non stavano parlando di Dio e quando l’ho scoperto, mi è parso un modo davvero macabro per dire una cosa che è già abbastanza macabra di suo. La domanda è: cosa vuol dire per te quella scritta e perché hai scelto proprio questo titolo? Un avvertimento del fatto che dietro avremmo trovato ciò che stavamo cercando o una semplice rievocazione di quel passato analogico in cui anche le cose più sporche (le dipendenze, l’eroina…) finiscono oggi per apparire, pur senza esserlo, edulcorate e addolcite in un tempo antico e morto?

La risposta forse più sincera che dovrei darti – per poi tacere –  è che quella scritta, per me, non vuol dire granché. Semplicemente volevo che l’album avesse un titolo di cui si potesse parlare a prescindere. Un po’ perché conosco certe dinamiche di comunicazione attuali in cui spesso è utile proporsi con robette ad effetto, un po’ perché di base, come diceva Harvey Keitel ne Il cattivo tenente, “sono un debole del cazzo”, insicuro fino al punto di dovermi affidare a certi mezzucci per far parlar di me e di quel che combino. L’altra risposta, di riserva (visto che mi vuoi bene so che le metterai tutte e due; starà poi ai lettori scegliere quella giusta) è che mi piaceva l’idea di battezzare l’album con qualcosa che sapesse di metropolitano-vintage, obsoleto ma non troppo, un po’ losco pure. Noi siamo tutti nati negli anni Settanta, questa frase ci rappresenta. Ricordo che un sacco di volte, seduto nel sedile posteriore della 128 verdolina, avrei voluto chiedere ai miei genitori spiegazioni in merito a quella scritta. Mi autocensuravo sempre, però, per un incomprensibile senso di vergogna, credo. Se poi vogliamo metterla giù come da tuo suggerimento, possiamo dire che siamo spacciatori di musica della madonna. Yo! L’eroina non è mai stata sana, però è affascinante, arguto e verissimo quello che dici. Ho ricordi di tossici che affollavano il centro storico di Genova. La loro era una ritualità certamente tristissima e tragica, ma riusciva ad apparire in qualche modo più disperatamente consapevole del modo in cui spesso ci si droga oggi.

Molti, nelle recensioni, paragonano la tua scrittura a quella di Max Pezzali. L’errore credo stia nell’avvicinarvi solo perché ambedue avete uno stile molto parlato, gergale, un modo di costruire il testo anche con frasi/pensieri che vanno dal quotidiano alla carta (alla chitarra), senza essere filtrati. L’immaginario è abbastanza distante e la tua scelta stilistica senza filtri mi fa pensare più a un lavoro linguistico vicino a quello di Paolo Nori. Hai scritto anche un libro in cui in effetti si scopre che hai un bel rapporto con la letteratura, compresa una tesi su Nanni Balestrini. Ci racconti come lavori ai testi? Come ti muovi? La tua è una scrittura piuttosto peculiare in Italia…

E’ vero che in qualche recensione si è fatto un accostamento del genere. In certi casi l’ho trovato soltanto sciatto, inutile, sensazionalismo di bassa lega. In uno in particolare del tutto in cattiva fede e offensivo. Non ho nulla contro Max Pezzali – che mi sembra una brava persona – ma ritengo di essere su un altro pianeta, sia per il talento nello scrivere canzoni, sia per quanto riguarda la musica, sia se parliamo di testi. Strano però che nessuno si sia mai azzardato a fare un paragone del genere prima della compilation Con due deca di Rockit, alla quale abbiamo volentieri partecipato, non trovi? All’improvviso, solo perché abbiamo rifatto Hanno ucciso l’uomo ragno (con un approccio giocoso e incuriosito), viene comodo dire che ricordiamo gli 883. Ritengo che questo sia uno dei chiari sintomi della pochezza intellettuale di tanti scribacchini della domenica, che pur di non trovarsi un lavoro vero imbrattano il web con le loro piccinerie d’accatto. Il mio grande rammarico è di non essere abbastanza snob da riuscire a ignorarli totalmente. Meno male che c’è ancora chi ci paragona ai Kinks o agli Xtc.

Apprezzo molto Paolo Nori – con cui ho anche collaborato – e il suo modo di scrivere procedendo per “scarti”. Certamente si tratta di un paragone che mi gratifica un po’ di più rispetto a quello con Pezzali. Da sempre in letteratura mi affascina chi sperimenta e Balestrini in Italia (insieme a tutto il gruppo ’63) ha avuto un ruolo centrale in tal senso. Mi fa piacere quel che dici sulla mia scrittura e credo che tu abbia ragione. Ho lavorato parecchio per riuscire ad avere uno stile riconoscibile e forse unico, almeno in Italia. Tendenzialmente, quando scrivo una canzone, il testo è sempre l’ultimo dei miei problemi. Mi concentro sulla melodia che per me è sempre l’aspetto più importante, con un approccio assolutamente non da cantautore. I problemi, quindi, arrivano enormi e tutti insieme quando si tratta di inserire le parole su melodie pensate sempre per il classico “finto inglese”. Questo perché tendo a non accontentarmi di sparar le prime cose che mi vengono in mente, ma voglio scrivere testi significativi in uno spazio metrico sacrificatissimo. E’ una sofferenza enorme, ma da sempre è anche una sfida che mi affascina. Aiutato da un po’ di sano “mestiere”, credo ormai di cavarmela piuttosto bene.

Abbiamo parlato di letteratura: quanto le letture influenzano consapevolmente il tuo modo di scrivere? In un’epoca in cui sembra si debba aver paura di mischiare il pop al colto, io invece sono molto interessata a vedere le due cose contaminarsi e penso che sia sempre giusto provare ad alzare il livello se si parla di arte. Abbassare tutto a mero trash e tributo, come questi ultimi vent’anni hanno dimostrato, non porta granché lontano…

Quando scrivo i testi quasi mai faccio del calcoli di opportunità, di strategia, di target o roba del genere. Scrivo quel che mi passa per la testa poi lo affino, lo modello, lo cambio, lo cannello, lo riscrivo e così via. Da I Love You Fortissimo, sollecitato anche dai miei compagni, ho provato a cambiare un po’ il mio approccio, cercando di parlare anche di quotidianità, di cose che mi succedono, senza per forza essere sempre e comunque introspettivo. Ho deciso che per parlare di me, per delirare liberamente c’è il mio percorso solistico come Mezzala, che proseguirò di sicuro. Coi Numero 6 ora voglio cercare di essere più “universale”, raccontare storie. Per esempio, in Dio c’è, a parte il caso eloquente di ’66, c’è quasi nulla di autobiografico, nonostante io usi la prima persona singolare. Questo mio cercare di essere più “quotidiano” e diretto nei testi è apprezzato da molti (me per primo). Se ascolti con attenzione le canzoni ti accorgi che dietro c’è un gran lavoro – non saprei se definirlo “letterario” – nella scelta accurata delle parole, nel modo solo apparentemente facile in cui certi concetti vengono espressi. Non credo che tutto questo possa essere liquidato come un rifarsi a Max Pezzali.

Un altro aspetto che rende la tua scrittura interessante è quel modo di mescolare i tuoi tormenti più profondi a un ragionamento sul sociale sempre molto acuto. Dovessi individuare un fil rouge nei tuoi dischi, direi che c’è la stessa spietatezza nei confronti di te stesso e della società, la stessa pena, la stessa afflizione…

E così. Hai colto alla perfezione il mio obiettivo principale come autore di canzoni, un obiettivo che ho focalizzato soltanto da due o tre anni, da I love you fortissimo in poi direi. Nei due dischi precedenti e nell’EP sono spesso andato “a braccio”, istintivamente, improvvisando molto. Non sempre ho scritto testi totalmente “sinceri”, per quanto magari esteticamente belli. Poi finalmente ho capito qual era la strada che mi interessava davvero percorrere. Raramente parto da presupposti “sociali” quando scrivo, ma la situazione generale drammatica che stiamo vivendo è talvolta entrata prepotentemente nelle canzoni dei Numero 6.

Parlando di suoni direi che Dio c’è è un disco molto stratificato, ha dei momenti pop eccellenti, altri momenti che sono puro slancio rock (e io lì vi vedo sguazzare) e al centro c’è la bellezza di istanti lirici inconsueti, molto più che in I love you fortissimo e molto vicini, secondo me a Dovessi mai svegliarmi. Com’è cambiato il vostro modo di lavorare? O meglio, puoi individuare snodi essenziali in questi dieci anni di lavoro e provare a fare il punto della situazione?

Nonostante dopo I love you fortissimo si fossero create aspettative di un certo tipo, nessuno ci obbligava a fare un disco nuovo soltanto per la smania e l’ansia di “esserci”. Se mi sono messo a scrivere i brani di Dio c’è, e se poi tutti insieme li abbiamo realizzati, è perché sentivamo davvero di aver qualcosa di forte da dire. L’ambizione era di fare un disco che avesse più colori al suo interno, ma tutti accomunati da uno stesso mood. Non una raccolta di canzoni avulse tra di loro, ma un vero e proprio album in cui esistesse un certo grado di omogeneità. Tieni conto che per i tredici brani che sono stati scelti, ne sono rimasti fuori altrettanti. Questo perché riteniamo che oggi sia più che mai importante fare di tutto perché i dischi che si pubblicano siano di livello alto.

Comunque, sono contento che parli dei momenti rock di Dio c’è, perché qui di rock ce n’è tanto. Volevamo molto “casino” con le chitarre e abbiamo lavorato a degli intrecci a mio avviso interessanti. In origine doveva essere un disco di sole canzoni veloci, senza ballate, poi abbiamo cambiato idea perché non ce la sentivamo di lasciar fuori pezzi come Storia precaria, Un mare, A chi è infallibile. Il modo di lavorare alle canzoni è sempre uguale per quanto riguarda la prima fase, ossia quella in cui io porto alla band il provino base della canzone. E’ molto cambiato, invece, l’approccio agli arrangiamenti. In tal senso è stato fondamentale e oserei dire vitale per la band l’ingresso di Tristan Martinelli due anni fa con I Love You Fortissimo. Lui è un grandissimo arrangiatore e ama lavorare sui miei pezzi con l’obiettivo di sondare tutte le potenzialità che possono avere. Gli arrangiamenti stratificati di cui parli sono merito di un grande e importante lavoro di squadra, con Tristan in prima linea. Una squadra composta anche da collaboratori importantissimi come Ivan Rossi e Mattia Cominotto (che hanno registrato e missato). Le mie canzoni erano valide, ma con l’apporto di tutti sono diventate migliori.

Per quanto riguarda gli snodi essenziali di cui mi chiedevi, posso dirti che siamo partiti nel 2003 di gran carriera con Iononsono, un disco amato da molti, con buone canzoni e registrato davvero male. Riascoltandolo mi accorgo di quanto siamo stati ingenui a curare così poco canzoni che potevano diventare stupende e che non lo sono diventate solo per colpa della nostra approssimazione e di un’inesperienza enorme. In più, lì canto malissimo e pretendo di farlo suonando parti di chitarra molto complicate per la mia tecnica non certo eccelsa. Nonostante tutto, il singolo La stabilità scalò incredibilmente la classifica di Trl su Mtv, firmammo per Warner e iniziammo a fare dei bei giri. Dovessi mai svegliarmi è un disco ancora più assurdo, per come è stato fatto. La band era allo sfascio. Ci ritrovammo in due (Io e Stefano Piccardo) a dover far tutto. Non so come ma ne siamo usciti, optando per un suono abbastanza elettronico ma tutto sommato naif, inconsapevole. Amo molto quel disco perché per me significa “resistenza” agli eventi avversi, voglia di non darsi per vinti, andare avanti nonostante tutto. L’Ep Quando arriva la gente si sente meglio è stata una tappa importante perché il duetto con Bonnie “Prince” BIlly su Da piccolissimi pezzi ci ha fatto conoscere a tanta gente che ignorava la nostra esistenza. Poi ci siamo presi una pausa e abbiamo fatto I Love You Fortissimo, disco “viscerale” in cui ravviso alcuni imperdonabili errori di produzione ma che è stato una tappa fondamentale per arrivare a fare Dio c’è. Ricordo con molta gioia anche Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro, il disco che abbiamo fatto con Enrico Brizzi. In assoluto la cosa più rock dei Numero 6.

Mi immagino i Numero 6, attraverso il tempo, come un gruppo che sbaglia tantissimo per raggiungere comunque un buon affiatamento. Sbaglio? Resistere insieme è difficile quando il progetto è ambizioso. Come si va avanti dieci anni con un progetto di musica indipendente? Tanto Maloox o tanta pazienza?

Immagini bene. Essere in una band dopo aver superato i trentacinque anni, come nel nostro caso, non è per niente semplice. Per tenere in piedi la baracca al meglio devi essere molto bravo a gestire una serie di equilibri molto delicati. Nel 2006, subito dopo Dovessi mai svegliarmi, siamo stati a un passo dallo scioglimento. Poi, senza decidere nulla, senza parlarne troppo, ci siamo ritrovati in tour, le cose sono andate a posto e siamo ancora qui. Attualmente per noi è fondamentale, una volta fatto il disco – e quindi avendo trascorso parecchio tempo insieme a scrivere, suonare, arrangiare ecc.. -, non frequentarsi quotidianamente, prendersi delle pause salutari l’uno dall’altro. Altrimenti, per come siamo fatti, non ci sarebbe speranza di andare avanti come gruppo. Il patto non scritto è “finchè ci sembra di avere belle canzoni da proporre andiamo avanti, fregandocene di tutto”. Appena ci renderemo conto che stiamo solo cazzeggiando, la chiuderemo lì senza patemi, anche perché tutti abbiamo altre cose da fare.

Una delle cose positive dei Numero 6, per quanto mi riguarda, è stato anche aver intrapreso seriamente il mio progetto solista Mezzala. Lì posso incanalare parte dei miei slanci creativi in totale libertà, senza dover coinvolgere nessuno in particolare e lasciando tranquilli gli altri Numero 6, che diversamente arriverebbero a detestarmi. Per andare avanti ci vuole certamente una passione importante, ma ho capito col tempo che è fondamentale anche dotarsi di una buona dose di incoscienza e non riporre in un solo progetto tutte le aspettative, i sogni, le speranze. Io faccio parecchie cose, i Numero 6 sono una di esse. A tal proposito, non posso non domandarmi se ha ancora senso parlare di musica indipendente in Italia. Ormai c’è una certa, comprensibile, nausea attorno alla parola “indie” e non riesco più a non pensare che quella vera, di musica indipendente, sia morta almeno un decennio fa. Oggi “indie” indica probabilmente più il nome di una moda, di un’estetica.

Mi domando sempre come ogni musicista della famosa “scena indie” si rapporti a essa. Voi siete sui generis e tu sei l’anti frontman indie per eccellenza, ti incazzi…

C’è uno spaesamento tale, una così grande sfiducia e tristezza generale che probabilmente viene spontaneo per molti provare a dire la propria con la musica, cercando di ritagliarsi un posticino al sole, anche se di sole ce n’è ben poco. So che dicendo quello che sto per dire rischio di passare per trombone, ma penso veramente che in generale – e vale soprattutto per le nuove generazioni – si sia perso quasi totalmente il senso del pudore, la necessità di autocensurarsi, un sano e oggettivo senso critico. Ormai la tendenza è registrare al volo quattro cavolate con Garageband, missarle al volo, riascoltarle appena, metterle sul web e spedirle a tutte le webzine, alle etichettine, alle agenzie di booking, attendendo che questi oracoli diano la loro benedizione. Per diventare finalmente dipendenti di qualcuno, altro che indipendenti. Indipendenti erano i Fugazi, gli Hüsker Dü, gli Uzeda in Italia. Certo, trovarsi un lavoro è più noioso e complicato, soprattutto in questo periodo.

Grande responsabilità per la situazione attuale è anche di certa “stampa” giovane, soprattutto sul web, che senza criterio e con estrema leggerezza crea “hype” a caso su realtà davvero poco meritevoli. In un panorama del genere la “boutade” dei Thegiornalisti di qualche giorno fa e, soprattutto, le conseguenze che ha provocato, è a mio parere rappresentativa del clima triste, livoroso, rosicone e stantio di sto benedetto “indie”. Loro hanno capito che basta una cazzata del genere per sollevare un polverone che di fatto, per come tutti si stanno prendendo sul serio, ti porta grande visibilità senza spendere soldi. Si tratta comunque di una scena da cui mi sento abbastanza lontano. Non a caso il mio gruppo italiano preferito sono i Perturbazione, come noi abbastanza fuori da certe logiche se non altro per questioni anagrafiche. Poi ovvio, se tanti media di area “indie” parlano bene di quello che facciamo sono contento, ci mancherebbe. L’ultima cosa che mi passa per la testa, però, è di scrivere un disco pensandolo in un ottica “indie”.

Tornando al disco: penso che la vostra collaborazione con Colapesce in Un mare sia perfetta, una delle migliori ascoltate negli ultimi anni in Italia. Il brano sembra scritto per lui. Com’ è andata?

Lorenzo organizzò un tour bellissimo dei Numero 6 in Sicilia cinque anni fa. Ci conoscemmo e ci fu subito grande sintonia artistica. All’epoca mi fece ascoltare le prime cose degli Albanopower e rimasi molto colpito dalla sua scrittura. Lo ritengo un autore molto valido e sensibile, oltre che un cantante interessante. Riascoltando i premix di Un mare ho avuto la sensazione che il suo timbro potesse essere appropriato per l’atmosfera del brano e per la nostalgia che emana il testo. Parole che comunque esprimono anche speranza e, in qualche modo, liberazione. Mi sono immaginato questo duetto, gli ho spedito il pezzo e lui si è dimostrato subito entusiasta all’idea.

Vorrei che tu mi raccontassi di una canzone dei Numero 6 che, secondo me, anticipa e riassume la vostra raffinatezza e il vostro grido: Navi stanche di burrasca. Un brano molto amato il cui testo fu scritto da Enrico Brizzi…

Quello è un brano a cui sono molto legato, nonostante il testo non sia mio. Amo quella canzone perché è estremamente rappresentativa di come si possa collaborare con un altro artista capendosi al volo e incastrando tutto alla perfezione. Enrico era rimasto molto colpito dal nostro disco Dovessi mai svegliarmi e mi mandò una mail in cui si scusava per non aver preso parte all’iniziativa in cui alcuni scrittori italiani ci avevano regalato scritti inediti da inserire nel booklet dell’album. Io gli chiesi abbastanza scherzosamente di riparare scrivendo un testo per una canzone. Gi ho mandato una demo con la solita voce in finto inglese e dopo tre giorni mi è arrivato quello splendido testo.

In generale penso che Dio c’è faccia il punto della situazione sui Numero 6 e mi piace il modo in cui non sacrifica una melodia che è il vostro fiore all’occhiello. Come ti relazioni con le tue vecchie canzoni?

Col tempo ho imparato, anche grazie all’incontro con persone che magari non scrivono canzoni ma che sono musicisti molto più preparati di me, quanto può essere importante il “vestito” di una canzone, il modo in cui si arrangia. Detto questo, per me l’aspetto più importante, quando scrivo, è trovare una bella melodia, possibilmente non scontata, magari con qualche “stortura” che la renda un pochino ostica e allo stesso tempo peculiare. Sono da sempre fan incallito di dischi come Pet Sounds, dove la melodia è centrale, imprescindibile. Ci sono parecchie mie vecchie canzoni che mi piacciono ancora e che ho voglia di suonare dal vivo, magari dopo averle un po’ rifrangiate. Altre le detesto, ma credo sia normale. In generale, comunque, credo che una delle cose più gratificanti che una band possa sentirsi dire – e a noi fortunatamente molti lo stanno dicendo – è di essere stata in grado di creare un proprio suono.

Se dovessi raccontare brevemente la tua esperienza solista cosa diresti? Ti confesso che fatico molto a vedere le distanze tra Il problema di girarsi e il tuo lavoro col gruppo…

Per adesso alle spalle ho solo un album, Il problema di girarsi, uscito un anno fa e andato piuttosto bene. Con molta onestà ti dico che per quanto quel disco mi piaccia ancora molto, per come suona avrebbe potuto benissimo essere un disco dei Numero 6. In un certo senso può anche andar bene così. Il fatto è che, dopo una serie di tentennamenti, ho fermamente deciso di espormi da solista prendendomi tutte le responsabilità del caso, senza una band a “coprirmi le spalle”. Ho scritto, prodotto, registrato tutto con alcuni amici ma l’ho fatto con una certa “urgenza creativa”, senza farmi il problema di propormi con un suono diverso da quello dei Numero 6. Si tratta di un problema che mi sto ponendo ora in maniera molto decisa e determinata. Infatti il prossimo disco solista sarà diversissimo dal primo e da quel che fanno i Numero 6. In tal senso, ho già contattato un musicista-produttore che adoro e che spero possa aiutarmi a concretizzare quello che per ora ho solo in testa.

Cosa mi dici del tour? Quando partite? Cosa ci dobbiamo aspettare?

Diversamente dal passato, questa volta abbiamo deciso di non buttarci nella mischia da subito ma di aspettare un po’. Abbiamo una gran voglia di suonare dal vivo e spero lo faremo il più possibile. Ma inizieremo da gennaio-febbraio, quando la promozione avrà fatto il suo corso e ci saranno, mi auguro, le condizioni per poter portare in giro il nostro concerto come diciamo noi. Attualmente abbiamo gentilmente rifiutato alcune offerte perché non in linea col nostro progetto. Credo che sia importate iniziare a dire dei “no” di fronte a situazioni improvvisate, poco professionali e irrispettose del lavoro che sta dietro a un disco, alla sua promozione e alla preparazione di un concerto. Se poi ci sono persone che pur di suonare lo vanno a fare gratis o addirittura pagando, affari loro.

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