DEVOTIONAL MUSIC: l’enigma Stephen McBean

Dietro l’aspetto rilassato e il (non) look a mezza via tra l’hippie di campagna e un membro pentito della “family” di Manson, il canadese Stephen McBean – eminenza grigia di Pink Mountaintops e Black Mountain – nasconde una sorta di schizofrenia artistica che lo rende una figura assai interessante. Sebbene un lavoro celebrato ovunque come In The Future abbia fallito nell’impressionarci positivamente, quanto sin lì fatto mantiene una ragguardevole caratura, comprovata di recente dal terzo lp delle Cime Rosee, quell’Outside Love che prosegue l’opera di (ri)mescolamento enciclopedico dello scibile “rock”. Pregevole e riuscito, si diverte con le tue aspettative come un gatto col topo, come ogni artista di un certo livello sa o talvolta addirittura deve fare. Perché da questa combinazione tra guardarsi le scarpe e levarsele per correre nella prateria, da questa mescolanza di country, souledelia e molto altro ancora emerge infine un’identità. Un seducente mostro di Frankestein composto da pezzetti e citazioni di decine d’altre band e generi sovente distanti uno dall’altro, nel quale le cuciture non si notano affatto. Dagli Stooges e Velvet corretti da un approccio qui new wave e là acid-rock dei primi due lavori ci si è ora avvicinati di più ad albioniche lande e tuttavia mai completamente, al punto che i “prestiti” sonori si confondono coi relativi “pretesti”. In altre parole, il quasi quarantenne McBean non nasconde i propri modelli, paga ogni dovuto debito e fabbrica una musica colma di devozione verso chi lo ispirò: il felice paradosso è che, contando su decenni di sviluppo stilistico e del distaccato sarcasmo tipico della sua – e di chi scrive – generazione; oltrepassa di slancio il mero tributo e l’archivismo che zavorra fin troppe band odierne. Fossimo negli anni Ottanta, i Pink Mountaintops finirebbero perciò a far compagnia per attitudine (e ogni tanto anche per le sonorità…) ai Flaming Lips e non ai Chesterfield Kings. Ricordate? Poiché l’industria delle ristampe era attiva ma mai come da dopo l’imporsi del cd, occorrevano formazioni che rifacessero tali e quali gli idoli del passato per mantenerne la memoria storica a uso dei posteri.

Da ammirare, anche se le basi delle commistioni a 360° del decennio successivo si ponevano giustappunto altrove e sosterranno un far musica privo di pregiudizi, che cita e sovrappone le pagine della Storia e, non di rado, rappresenta quanto di meglio offre l’attualità. Dunque sorprende ma solo fino a un certo punto che, nelle tre fatiche di studio sin qui pubblicate a nome Pink Mountaintops, il richiamo alle fonti non scada in scopiazzatura; che non si ascoltino passaggi e idee che annoiano perché chi le esegue ragiona già ragiona da vecchio, affidandosi a opzioni comode e non caricandosi in spalla un po’ di rischio. E’ l’osare che ha fatto Grande tanta musica e, nei limiti di un oggi che procede per piccoli gesti, la ricerca di incognite resta possibile. L’epoca delle rivoluzioni è ormai dietro le spalle, insomma, da lungi: ora ci basta chi abita luoghi confortevoli e li arreda con tocco personale da reggere più di qualche educato passaggio di prammatica sullo stereo, da lasciarsi ricordare oltre il momento fugace. Cosa che accade anche in Outside Love, in occasione del quale McBean ha scomodato una dozzina di musicisti ed è il loro “pedigree” a raccontarsi rivelatorio: oltre ai sodali che figurano pure nei Black Mountain, spicca la presenza della sottovalutata e mistica musa “Americana” Jesse Sykes e del suo chitarrista Phil Wandscher (che nei Whiskeytown masticò parecchio country: il conto torna), di una Sophie Trudeau di A Silver Mt. Zion al lavoro con somma raffinatezza e un un John Congleton che – incredibile ma vero! – produce in modo misurato.

L’aria da disco maturo e importante è, in ragione di ciò restituita appieno, sottolineata dalla scrittura e dalle atmosfere, intrise del sonic-gospel alla Jason Pierce se depurato dal frastuono, dell’oceanico e sognante indie-rock che presagì lo shoegaze e di quella consapevolezza “roots” che oltre l’Atlantico non manca mai. I medesimi panorami di Axis Of Evol, direte voi: sì “ma anche” no, giacché gli ultimi due ingredienti posseggono sapori più robusti e penetranti. In gemme come Axis: Thrones Of Love ed Execution percepisci l’Inghilterra noise-pop e il respiro spectoriano dei primi ’60. A quel punto è chiaro che McBean non divulga in quest’epoca dove sappiamo già tutto; di come preferisca puntare il riflettore sui dettagli: ad esempio mostrare quanto Jesus & Mary Chain adorassero Phil Spector o, in Vampire, cavare di tasca l’anello che congiunge Dylan e Neil Young. Persuadere che i Mazzy Star più bucolici convivano in magica armonia a fianco di Bill Callahan e del battito urbano appartenuto a Suicide e Modern Lovers. Accolgono così un senso del tutto nuovo e diverso quelle dichiarazioni del Nostro che ricordano gli ascolti a vent’anni di Dinosaur Jr., Meat Puppets e Black Flag: non c’è la loro influenza in questo album e nemmeno nella coppia che lo ha preceduto. In loro vece rinvieni la medesima mentalità che li animava, quella volontà di riscrivere le regole dei dischi con cui erano cresciuti e che amavano. Lo stesso discorso valga per la strada verso gli “anta”, popolata di Royal Trux e Karen Dalton: a tutti tocca diventare grandi e non si scappa. Rimane un rebus in ogni caso da decifrare, quest’uomo del British Columbia che traffica con le rock band da che frequentava le medie: senza impensierire granché circa il prossimo Black Mountain (un altro pasticcio o la lezione sarà stata assimilata?), offre la scintillante noncuranza tramite la quale i rimandi al passato si intersecano tra loro in un quadro di non indifferente bellezza. Semplice e decorosa come quella dell’artigiano che si trasforma in maestro e cesella le perle più fulgide quando non si fa prendere da una serietà e non rincorre un’innocenza non più possibili. Che, in fondo, stia davvero e soltanto facendo ciò che più gli piace e siamo noi – pennivendoli con molto tempo da riempire pensando… – gli unici a non averlo capito?

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