Italian Remix It Better

Tutto parte dal live. Full Moon Party, 15 Giugno 2008. In spiaggia a Jesolo davanti alla folla di tardoadolescenti Ed Bangers che si scatenano sotto un cielo sintonizzato su un canale morto, come diceva Gibson. Il cielo cupo di quest’estate/non estate, ancora grigio, pieno di mistero. Non è il solito relax balearico, qui stiamo ancora in bilico sulla possibilità di una tensione che deve essere rilasciata; e se vogliamo parlare di electrotensione musicale italiana, la tendenza va sul pesante. Quasi sull’hardcore.

Tutto parte sempre e comunque con la copiosa sorgente francese, con quel trio post-moderno e parigino, quella piramide di cui si parlava l’anno scorso. Il french touch di Justice, Digitalism e dei naturalizzati francesi Simian Mobile Disco. In particolare i primi se ne escono quest’anno con un video che riporta la violenza in primo piano. Scandalo su YouTube, ormai televisione ufficiale del sistema ‘gggiovane’, cassa di risonanza che non ha confini e che supera le notizie tradizionali. Violenza ancora dalle periferie. Violenza direttamente rispecchiata e traslata poi sulle proiezioni di Cannnes. Gomorra di Garrone riporta qui da noi il problema attuale e vivo dello scontro su tutti i livelli, che va a influenzare anche l’oggetto sonoro.

Se questa destabilizzazione sociale è da sempre (stata) la base di hard rock e metal declinato in mille sottogeneri, oggi la sentiamo pulsare anche nelle produzioni e nei live che sembravano distanti anni luce dall’estetica del pogo. Insomma, se pensavate che l’electro fosse una questione rivolta solo allo sballo più o meno sintetico, a ‘robots’ che si muovevano a scatti sulla pista, oggi il Rock con la erre maiuscola approda sul dancefloor. Già all’inizio dell’anno avevamo sentito segnali dalla Los Angeles di Steve Aoki con il suo mix Pillowface And His Airplane Chronicles che consegnava alla pista le sonorità di Rage Against The Machine e Peaches. Cose che nelle vene hanno il puro quattro rock. L’energia dal ring dell’ex wrestler nipponico direttamente sulla pista. In quel disco passato quasi inosservato ci sono nomi che hanno scosso l’electrorock e ne hanno fatto il suono del post-90: il guru della produzione Erol Alkan, Klaxons, Soulwax, Bloc Party, e altri microculti in espansione.

Che sia una questione di stile l’abbiamo capito; ma il recupero non prevede solo la restaurazione dell’edonismo 80, bensì anche della disillusione 90. Sentimenti che oggi confluiscono in modo nuovo ad un estetica profondamente postmoderna come è quella del remix. I Millepiani di Deleuze e Guattari codificati nel gesto del DJ. Ripensare continuamente i pezzi, restare sulle coordinate del quattro proponendo infinite variazioni che negli ultimi anni fondano un nuovo modo di fare ritmo, un ibrido fruttuoso, mesh up armonizzato con le casse dritte della techno. La street sappiamo bene che è anche hip-hop, verbo da strada per eccellenza. Chi si muove e salta continuamente su questi due (tre, quattro, infiniti) binari sono due combo italici che del remiscelamento e dell’MC-ing culture hanno fatto e probabilmente faranno la loro ragion d’essere. Crookers e Bloody Beetroots. Alziamo il sipario.

Venom Vs Lemon

Un folgorante esordio underground nel 2006 con un disco omonimo che riporta la cultura nerd sul piatto e sotto il culo di molti frequentatori dei dancefloor italici. Il revisionismo di estetiche ottanta compattato con le white lines dell’hip-hop e della break dance che più kitsch non si può. Televisioni Brionvega, catenoni dorati à la Public Enemy, Reebok Pump e tanta voglia di non prendersi più di tanto sul serio. Questi erano i Crookers degli esordi. Una cosa che ribolliva e che nel singolo, oggi e per sempre culto, Limonare metteva d’accordo sia gli old schooler della breakdance che i teen nati dopo il crollo del muro di Berlino. Il punto di contatto tra lo street-hop e la cultura electro.

Oggi dopo due anni passati in giro per il mondo ad ascoltare contattare sperimentare, ritroviamo il duo sui palchi dei parties più alternativi, le feste che dicono ancora qualcosa. Una valanga di remix (tra cui cose caldissime che vano da Rodion a Van Helden, dai Diabolico Coupè a Chromeo), due EP ufficiali (Massive e Knobbers), tutto saldato in una visione che oscilla pesantemente tra strada e pista, tra origini nere e presente sintetico. La passione per il rave direttamente innestata nel giochino dei quattro, filtri che avanzano con inesorabili aperture, in lontananza ritorna l’acidità perduta, quella faccia gialla e sorridente, lo smiley che da definito tutti gli anni 90. Ritorno all’estetica da sballo continuo? Se non ci fosse il rock si potrebbe dire anche di sì. Ma Klaxons, Soulwax e compagnia bella, come già detto sopra, hanno modificato lo stage, proponendo e imponendo il live. Non è un caso che anche i robotici Daft Punk l’anno scorso abbiano sbancato con un disco che della dimensione dal vivo faceva il suo punto di forza. Si torna quindi a scavalcare la dance/electro, confinata spesso a camere iperbariche tendenti alla cibernetica trance, con la vitalità rock, con il sudore e la passione hardcore.

Dentro a questo fiume di fisicità ci nuotano pure Bob Rifo e Tommy Tea. Il produttore e il live performer/pierre. Un po’ come i primi 883 con il cantante e ballerino. Solo che qui si parte (per fortuna nostra) con un piede che cammina sui binari dell’electropunk mescolato alla cultura acid-nu-rave. E proprio l’eredità della generazione che ha fatto tremare pochissimo tempo fa le colonne del rock’n’roll ritorna nei remix del duo mascherato da Venom. In tre parole: The Bloody Beetroots.

I due padrini dell’electrofunk Alex Gopher ed Etienne de Crecy dopo aver sentito i loro EP (The Game e Funk) chiedono ai giovani qualche traccia. Ed è subito culto. Rinôçérôse, Cazals, The Whip e praticamente tutta la cricca del french touch si sottopone al ‘trattamento TBB’. In un anno 28 remix. La versione bootleg di Maniac dal culto Flashdance riceve i complimenti dal suo autore, Michael Sembello. Alla fine del 2007 si riuniscono nella sala dei bottoni con i Crookers e partoriscono il remix di Misscomunication di Timbaland che per l’occasione diventa Disscomunication. Ed è panico. Mstrkrft, Steve Aoki, Erol Alkan e molti altri DJs li segnano nella loro playlist come migliori produttori. Nel frattempo producono tre tracce per il telefilm C.S.I. Miami e annunciano l’uscita del loro primo album entro la fine di questo 2008.

Il suono dei BB ricalca la passione per i primi novanta, quell’acido direttamente post-E mescolato all’hard rock che sconfinava a tratti con il trash metal dei Metallica. Una bomba irresistibile che insiste sul ritmo, potenziando al massimo il riff, facendolo attendere, un’estasi prima del botto pompato dalla cassa sintetica. In più l’inevitabile rimando all’epica a 8-bit degli ottanta. Estasi melodica kitsch, puro intimismo post-acne sparato in una ‘sala giochi labirinto’ che non chiude mai. Sogno E-rock furbetto? Giochino per la generazione di smanettoni? Non solo. La deviazione dal vocoder ammiccante dei francesi si mescola con l’icona Michael Jackson. Black & White. Anima e purezza. Coolness e stile. Forse in uno dei remix più maranza, quel We Are From Venice (La Serenissima) del Benassi più italo che mai, si coglie l’aspetto più innovativo, ma che se volete c’era già, molto tempo fa, nella generazione electrolounge dei Morricone e Trovajoli. A noi piace essere italo. E lo gridiamo a squarciagola. Un localismo che non ha più paura di niente e che invade il ‘sistema disco’, addirittura scardinando l’eliseo.

In una stagione siamo ritornati come italiani ad essere richiesti da tutto il mondo per le nostre capacità di stile. Perché l’arrangiamento è sì tecnica, ma c’è bisogno di un occhio che sappia cogliere i piccoli particolari per valorizzarli. E in questo noi siamo i migliori stilisti. Almeno per oggi. A noi non serve la minimal krauta, nemmeno la cupezza del dubstep. Bastano i ricordi dei club, qualche downloading selvaggio e siamo a cavallo. Il passaggio quindi da una cultura dell’ascolto lungo e rilassato alla parcellizzazione del singolo che andrà inevitabilmente condiviso in qualche server peer-to-peer fa dei nostri DJ dei fabbricatori di tendenze. Non aspettatevi l’album compatto, state all’erta per ascoltare su qualche My Space una traccia che vi faccia vibrare. La sentirete sicuramente in qualche set estivo sulla spiaggia. Perché ormai l’abbiamo capito: l’abito fa il monaco. Riscoprirci nostalgicamente felliniani anche sullo sculettamento. La tendenza dell’off-rave retrofuturistico impazza. We Are All From Italy.

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