I giusti argomenti
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Stefano Solventi
- 1 Luglio 2009
Giancarlo Frigieri da Sassuolo, classe ’72, un tempo suonava la chitarra nei Love Flower (dal 1989 al 1994), poi la batteria nei Julie’s Haircut (dal ’95 al ’97), quindi è stato per dieci anni (fino al 2006) la voce e la chitarra dei Joe Leaman. Poi si è messo in proprio. Ha esordito in solitario col buon Close Your Eyes, Think About Beauty (Black Candy, gennaio 2007), cui è seguito un biennio operoso che ha dato vita a questo vivace 2009: a stretto giro sono usciti In Love (Black Candy, Febbraio 2009), registrato nel settembre 2007 assieme ai Mosquitos, e Grand Theft Auto/The Dead Children Song (Black Candy, marzo 2009), split in formato vinile 7” assieme a Chris Eckman dei Walkabouts.
A chiudere una sorprendente triangolazione, ecco L’età della ragione, album che segna una inattesa svolta in chiave rock cantautorale. In italiano. Attualmente però non c’è un’etichetta disposta a distribuirlo. Contatto Giancarlo via mail e come prima cosa gli chiedo spiegazioni. “La Black Candy mi ha detto che avrei dovuto aspettare l’autunno a pubblicarlo. Ho scritto alla Tempesta se potevo spedirglielo per farglielo ascoltare, non mi hanno risposto. So che di solito si spedisce senza chiedere, ma io non voglio che il mio cd finisca in una pila… E quindi lo distribuisco io. A mano. Durante i concerti, per posta e nei negozi che me lo chiedono. Anche perché tanto i dischi non si vendono assolutamente più, dal vivo ci sono persone che si avvicinano al banchetto, scrivono il nome e il titolo su un taccuino e poi probabilmente mi cercano su e-mule (visti con i miei occhi). Peccato perchè senza un’etichetta spesso giornalisti, radio e locali non ti cagano nemmeno. Peccato perché su questo sono (siete) rimasti indietro, al vecchio e patetico trucco del marchio messo per finta…” Peccato, sì, perché il disco è indubbiamente valido, a partire dai testi. Ci sa fare, Giancarlo, coi testi in italiano. “Ci ho pensato un paio d’anni. Mi mancava il coraggio. L’inglese ti permette di non impegnarti a fare testi che è il motivo principale per il quale viene usato in tutto il mondo. America compresa, nel senso che comunque gli americani non si fanno problemi a cantare Tutti Frutti e ascoltare solo il ritmo. Noi se ascoltiamo Stasera mi butto la degradiamo a scemenza per via del testo. E’ un nostro retaggio culturale, quello di voler fare cose che abbiano un senso. Scusa, oggi sono in vena di battute.”
Altro che battute: giochi di parole che mandano i luoghi comuni in controsenso (come “E sarà la tua indifferenza a farti credere differente“, oppure “Professare amore e calda accoglienza/tenendovi bene a distanza“). “Boh ! La prima frase che citi è probabilmente la voglia di dire che L’età della ragione non è detto che ti metta in condizione di capire esattamente i tuoi simili ma forse è più un qualcosa di simile ad un’utopia, a un qualcosa a cui tendere…La seconda, da La stagione dell’odio, è dedicata a tutti coloro che parlano di accoglienza agli immigrati ma che se ne guardano bene dal rivolger loro la parola. L’Italia è piena di questa gente e non solo l’Italia. Siamo sempre alla distanza insormontabile tra il pensiero e l’azione.” Un senso però sembra di intravederlo in questo disco, al punto che potrebbe passare per un concept album. “In genere con questo si intende un blocco narrativo unico quindi non considero il mio un concept album. Però è vero che c’è un filo conduttore, che penso sia una semplice analisi del tempo in cui viviamo attraverso vicende di vari personaggi. Perché, ne approfitto per dirlo, non c’è molto di autobiografico nel disco se non il punto di vista che ovviamente è il mio.”
Ok, l’Italiano per forza ti impegna, te ne devi incaricare. Allo stesso tempo c’è la musica, curata ma essenziale, talora ridotta all’osso. “Le due cose non sono legate. E’ che in musica adoro il ruolo che ha il silenzio. Trovo che tanti musicisti non capiscano l’importanza del NON suonare una nota. Specialmente i chitarristi e i batteristi spesso hanno fretta di dimostrare che sono bravissimi e diventano come quelli che a scuola sottolineavano tutto non capendo che in realtà non evidenziavano niente.” Lo avverto che nella recensione mi toccherà citare De André. “Siamo sulla via della beatificazione di De André e allo stesso tempo siamo straordinariamente lontani dalla sua poetica. Questo perché tra il dire e il fare ormai c’è un distacco incolmabile e viviamo in tempi nei quali la cosa più importante di un libro è la copertina, magari ben in evidenza sullo scaffale.” Rispondo al contropiede citando Il cane, il pezzo che più di altri mi sembra scomodare la memoria del grande Faber. “E’ una canzone che parla proprio di un cane. Senza simbolismi. Mi sono immaginato che magari tutte le frasi che i padroni dei cani dicono dei propri cani siano perfettamente smontabili dai cani stessi. Il coro finale è dei cani del canile di Arceto e nel disco c’è anche il numero di telefono così se qualcuno della zona ne vuole adottare uno sa dove andare. Succede la stessa cosa con i figli e d’altra parte le cose sono collegate. Come disse una volta Giorgio Celli: dicono che il gatto è un animale freddo e ti vuol bene solo perché gli dai da mangiare. Provate a non dare da mangiare ai vostri figli per tre o quattro giorni e poi vediamo cosa pensano di voi e dove vanno ad abitare…”
Da Faber a Gaber, presenza palpabile in Alla fine e Quando litighiamo, quest’ultima pure sbilanciata Tenco. “Gaber è stato insieme a Sandro Luporini uno dei più importanti uomini di cultura della seconda parte del Novecento italiano. Il fatto che fosse un cantante era probabilmente solo il vestito o la forma adatta al proprio tempo. Trovo che, pur essendo anch’egli in via di beatificazione, manchi molto ai nostri tempi. Più che altro avrebbe secondo me capito dove saremo tra 10 anni visto che è stato sempre in anticipo. Come avrai capito per Gaber ho una adorazione infinita da quando lo conobbi per la prima volta sentendo Io se fossi Dio alla radio dove trasmettevo, intorno al 1991. Tenco lo conosco poco, pur riconoscendogli un ruolo di primo piano nell’Italia del suo tempo non mi è mai entrato sottopelle.” Quello che rende davvero interessante L’età della ragione è come tenti un equilibrio tra mondi diversi, tipo il Paisley Underground come lo rifarebbe Pierangelo Bertoli, o i Black Heart Procession pervasi Vecchioni e Branduardi. “L’accostamento a Bertoli mi inorgoglisce visto che siamo concittadini. Onestamente non cerco nessun equilibrio tra un mondo e l’altro, almeno non consapevolmente. Se una cosa suona bene per me, allora va bene. Inoltre, per i suoni del disco devo ringraziare soprattutto Andrea Rovacchi che da tanto tempo è colui che sta dietro al mixer in sala di registrazione nei miei album e che specialmente ne L’età della ragione è stato determinante. Oramai l’intesa che c’è con lui mi permette di entrare in studio senza idee troppo precise a livello di arrangiamento e di decidere velocemente quali siano gli strumenti giusti da utilizzare. In ogni caso anche Branduardi mi piace, così come Steve Wynn, i Died Pretty, i Thin White Rope e tutto quel suono americano degli anni 80 che la critica ha riunito sotto il nome di Paisley Underground.”
E qui casca l’asino, ovvero la collaborazione con Chris Eckman. “La Black Candy ha proposto a tutti gli artisti del proprio roster di realizzare uno split single in vinile 7 pollici in 100 copie numerate, dovevamo sceglierci noi con chi. Visto che non mi andava di fare una cosa con qualche mio amico tanto per fare ho provato a chiedere a Chris, visto che la sua musica mi è sempre piaciuta dai tempi dei Walkabouts e che abitando in Slovenia ci si sarebbe pure potuti incontrare. Gli ho scritto e gli ho proposto la cosa, spedendogli il mio disco. Lui ha risposto di si, chiedendomi di scambiarci una cover. Quindi io ho fatto Grand Theft Auto e lui The Dead Children Song. Dopodichè ci siamo incontrati per fare un paio di concerti e pur senza aver mai provato insieme abbiano suonato magnificamente. Raramente mi sono trovato così bene suonando con qualcuno, mia moglie diceva che sembravamo fratelli… Ripeteremo l’esperienza in autunno e Chris mi ha pure chiesto di registrare il mio nuovo album nel suo studio. Sto tentennando, la tentazione è forte.” Futuro e passato. Ad esempio, l’ultimo lavoro dei Julie’s Haircut è davvero buono, ma nulla di più lontano dal Frigieri attuale. Quel Frigieri che ci ha messo lo zampino. “Suonare con i Julie’s è sempre bello, principalmente perché sono una grande band. Fra l’altro il disco non l’ho ancora sentito, ma Luca G. me ne ha tenuta una copia in vinile che devo andare a prendere a casa sua. A dire la verità la collaborazione con i Julie’s non è che sia nata da chissà quali esigenze o ragionamenti. Sono passato a trovarli in studio, mi hanno detto di suonare qualcosa e io l’ho fatto. Quanto alla mia parte cantata ne La macchina universale, ero in studio con Andrea che mi stava facendo sentire il pezzo e gli ho detto: ma è strumentale? Perché ci starebbe bene una voce che fa una parte ripetitiva… e lui mi ha detto: valla a cantare tu. L’ho fatto, a loro è piaciuta e l’hanno tenuta. Tutto molto spontaneo, insomma.”
Già, come calpestare il palco con Offlaga Disco Pax, Le luci della centrale elettrica, o quei Modena City Ramblers che compaiono anche nei credits de L’età della ragione. C’è pur sempre una musica italiana che gira intorno. no? “I Modena City Ramblers sono amici di lunga data. Massimo Ghiacci è l’unico che conosco che abbia un contrabbasso e poi mi piace come suona. E’ stata sua l’idea dell’archetto all’inizio di Quando litighiamo. Quanto a Elisabetta Vezzani, che dire ? Ha una voce come poche, un timbro straordinario che a me ricorda un poco Suzanne Vega. E’ anche merito suo se Un cane è la canzone che è. Per quanto concerne il rapporto con la musica italiana di oggi è abbastanza vago, nel senso che ascolto diverse cose ma che mi piacciono davvero non ce ne sono poi tante. Cesare Basile mi piace. Sono curioso di sentire il nuovo di Giorgio Canali.” Restano due dubbi. Il primo è legato alle foto dell’artwork. “Il libretto, che è opera di mia moglie, non è altro che una raccolta di foto di famiglia. Mio nonno era un colone. Mio padre è nato a Mogadiscio nel 1942 e ci ha vissuto fino al 1959 quando è dovuto rientrare in Italia per motivi famigliari. Gli è andata bene, visto che nel 1960 la Somalia ha acquisito l’indipendenza e pian piano sono cominciati i problemi…” Segue una appassionata analisi della triste condizione somala, che è giusto rimanga fuori da questo contesto.
Ci sarebbe semmai l’ultimo dubbio, riguardo allo strano nome del dominio web, l’astruso www.miomarito.it. “Tutti sbagliano a scrivere il mio nome. C’è chi scrive Frigeri, chi scrive Friggeri, chi scrive Fergieri, chi Frigierio, e così via… Se mettevo giancarlofrigieri.com non lo trovava nessuno o comunque lo sbagliavano in tanti. A quel punto ho pensato che ci voleva qualcosa di semplice e visto che mia moglie quando parlava di me (ovviamente) diceva sempre: mio marito. Ho guardato se fosse libero quello. Lo era, l’ho preso subito. La cosa divertente è che ogni mese c’è gente che capita sul sito cercando cose del tipo ‘problemi con la suocera’, oppure, il mese scorso, ‘mio marito parla con un’altra via internet’. Questo mese c’è già un ‘Mio marito ha un cazzo formidabile’ che non è male…” Proprio niente male. Prima di salutarmi mi informa che ha inciso una cover di Cohen assieme alla moglie. Che sta registrando coi James River Incident, la band di ‘veterani esordienti’ già corresponsabili della galoppante title track L’età della ragione. Che se troverà un buco probabilmente andrà a votare, visto che di week end elettorale si tratta. In bocca al lupo.
