Cavalli di razza
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Stefano Solventi
- 27 Novembre 2009
Livorno è città contradditoria e sfaccettata. Acuta e sonnacchiosa, frenetica e immobile, sarcastica e generosa. Oltre il mare, il ponce, il cacciucco e il Vernacoliere c’è di più. Molto di più. Riguardo al rock, per dirne una, c’è parecchio fermento. Una febbre sproporzionata rispetto ai non troppi locali disponibili dove sfogare la voglia di suonare e ascoltare. Tuttavia, non è certo un caso se la fondazione Arezzo Wave ha deciso di organizzare proprio a Livorno la sua celebre manifestazione estiva (Italia Wave) dopo l’infelice esperienza fiorentina. Qualcosa, anche a livello di band, inizia ad emergere. Gli Appaloosa, ad esempio.
Fondati nel 1998 da Enrico Pistoia (basso e tastiere) e Niccolò Mazzantini (basso, chitarra e tastiere) e subito raggiunti dal batterista Marco Zaninello, iniziarono a coltivare un torrido math-funk con attitudini psichedeliche, beccheggiando sull’onda lunga del post che li convinse a rinunciare al canto. Pezzi spigolosi ma geometrici, un invasamento lucido che trovava nel ricorso ai due bassi la giusta temperatura di fusione. L’omonimo album d’esordio del 2003, uscito per l’etichetta Ondanomala, portò a compimento una ragguardevole razzia di consensi. Ma il bello doveva venire. L’ingresso in squadra nel 2004 di Simone Di Maggio – che portò in dote la sua abilità con, samples, drum machine e sintetizzatori – fu l’ingrediente decisivo.
Le successive esibizioni misero in mostra un sound sempre più esuberante e versicolore, che si concretizzò nell’ottimo sophomore Non posso stare senza di te (Urtovox, 2005), registrato col producer Giulio Favero. Una prova convincente seguita da un intenso biennio di concerti. L’attesa per la terza prova è stata lunga, ma ne è valsa la pena. Un buon motivo per scambiare due mail con gli Appaloosa.
Innanzitutto una curiosità riguardo al vostro nome (una razza equina nordamericana molto apprezzata dai nativi pellerossa e dai cavallerizzi contemporanei, ndi). C’è qualche appassionato di equitazione nella band?
No ma quei cavalli ci affascinavano molto nel lontano 1998.
Cosa avete fatto, pensato, annusato in questi lunghi quattro anni di assenza discografica?
Nei primi due anni eravamo sempre impegnati con le date, dopo c’è stato un periodo di pausa riflessiva e ognuno è andato un po’ per la sua via. Poi abbiamo iniziato la produzione dei nuovi pezzi, all’inizio non è che venissero cose che ci esaltavano ma piano piano ci siamo sbloccati, le canzoni del disco sono uscite quasi tutte nei 10 mesi prima della registrazione. In realtà in questi anni il pensiero, l’obbiettivo è stato sempre fare il nuovo disco.
Vi ritrovo più lucidi, definiti e concisi, come se aveste deciso di dare una bella sistemata al vostro naturale derapage sonoro. Cosa cova sotto questo restyling?
Abbiamo scartato molte idee che erano anche belle ma in un certo senso scontate, ovvero le nostre canzoni classiche a due bassi molto violente, lavorando su linee più particolari e magari per noi meno convenzionali. Ci siamo soffermati molto sulle rifiniture e gli arrangiamenti elettronici, sicuramente questo disco suonerà meno grezzo dell’altro.
Direi che è ufficiale: Giulio Ragno Favero è il vostro George Martin. Giusto?
Dopo l’esperienza e i risultati di 4 anni fa era naturale tornare da Giulio. Al Blocco A (lo studio padovano di Favero, ndi) sai di essere in ottime mani e di lavorare con una persona che è in linea con i tuoi gusti musicali, ottenendo quello che cerchi molo facilmente. Sei rilassato durante la registrazione e sei più portato a prendere consigli magari non accettandoli tutti ma riuscendo ad avere uno scambio. Siamo cresciuti molto dopo queste due esperienze. E’ stato come andare a scuola!
La penultima cosa che mi sarei aspettato in un vostro disco è un funky-soul dalle brume spacey in scia Zero 7. L’ultima è il ricorso ad un chitarrista e cantante pisano (Andrea Appino degli Zen Circus). Che vi ha preso?
La canzone funky soul è venuta fuori prima per gioco poi ci siamo presi sul serio e l’abbiamo finita e tenuta. Di solito non decidiamo o discutiamo niente a priori, si prende in considerazione la canzone dopo aver buttato giù l’idea o aver improvvisato qualcosa, il risultato è che salta fuori di tutto. L’idea di fare una collaborazione con Andrea Appino c’era da molto tempo, dato la stima che abbiamo per gli Zen e le vicinanze geografiche e il fatto che siamo molto amici anche se sono pisani!! La canzone (Glù) era già stata scritta mesi prima, l’abbiamo ripresa e finita con Andrea e Michele Ceccherini che è l’altro bassista che ha fatto con noi molti concerti.
Nel disco precedente mi azzardai a paragonarvi agli Oneida, non so se vi abbia fatto piacere. Per Savana invece ho le idee meno chiare. C’è una situazione cui avete fatto particolare riferimento?
No, penso che sia una fusione di tutto quello che abbiamo suonato ascoltato in questi anni, un riferimento ben preciso davvero non c’è. Nessun problema per il paragone con gli Oneida, in realtà non li avevamo mai ascoltati e conoscendoli siamo rimasti lusingati.
Non vi ho mai visti dal vivo, dove pare che ve la caviate parecchio bene. In genere riarrangiate i pezzi o siete fedeli alle versioni in studio?
Siamo abbastanza fedeli alla versione in studio, al massimo può capitare che dopo un po’ che suoniamo una canzone live iniziamo a cambiarla magari in qualche stacco o scambio e mischiamo canzoni tra di loro. Sicuramente il concerto è la dimensione che ci permette di esprimerci al meglio, non vediamo l’ora di proporre la nuova scaletta con pezzi nuovi e vecchi.
Avete già programmato il tour?
Il tour è in programmazione in questi giorni curato da Locusta e Urtovox. Partirà da Dicembre.
