Ankubu – Morbide distopie techno

Ankubu è lo pseudonimo utilizzato dal producer italiano (Pordenone) Marco Zanella, classe 1989 e autore di una variopinta miscela elettronica di bass music che abbraccia techno, ambient, garage e glitch. Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo nuovo album Divergences, pubblicato a fine febbraio 2015 dall’etichetta indipendente e italianissima Ghost City Collective.

“Ankubu” è sicuramente un moniker interessante, ha qualche significato particolare?

È la distorsione della parola giapponese “akumu”, che significa incubo. Le mie prime produzioni erano caratterizzate da atmosfere decisamente cupe e “Ankubu” mi sembrò rappresentare bene la distorsione in termini più sintetici e futuristici.

Quando hai iniziato a fare musica?

I primi segni risalgono al 2004, anno in cui mi avvicinai al beatmaking; nel 2007 ebbi la prima sbandata verso l’elettronica, poi fino al 2012/2013 posso dire di aver avuto buone idee ma senza la “consistenza” che cercavo nei suoni, né le sonorità che avrei voluto, quindi mi sono dedicato ad altra musica (ho talmente tanti side projects da rasentare il patologico!). Poi è arrivata l’illuminazione, grazie alla sperimentazione ed al confronto con tanti amici musicisti che mi hanno trasmesso molti spunti, e ho trovato sonorità che si avvicinavano a quello che avevo in mente, riconducibili a me, anche se applicate in progetti svariati e distanti: questo divenne un fattore di grande motivazione per me: era “mio” e suonava bene!

C’è qualche artista o scena particolare che ti ha influenzato, in questo percorso, per arrivare al tuo personale sound?

Una lista di artisti che hanno influenzato ciò che faccio sarebbe potenzialmente infinita! Sicuramente musicisti come Andy Stott, Violetshaped, Phono o Robot Koch hanno lasciato qualcosa di forte, ma la cosa curiosa è che ultimamente le maggiori fonti di ispirazione sono stati i film ed i libri in ambito cyber-punk o futuristico. Film come Blade Runner o libri come Il Neuromante hanno creato un vero e proprio immaginario che ho seguito più o meno consciamente nella scelta e nella direzione dei suoni! Altri punti fondamentali sono stati la musica non elettronica e, sicuramente, amici cari che producono e con cui ho scambiato tonnellate di informazioni, dalle quali ho tratto molte nozioni ed ispirazioni. Inoltre amo in modo smisurato lo sporco ed i campioni lo-fi polverosi.

Allacciandomi a quanto hai appena detto sulle influenze cyberpunk-futuristiche: la traccia del disco che mi ha colpito di più ad un primo ascolto, ovvero Earth 1 Sunwatchers, mi ha fatto venire in mente l’ultimo disco dei Wolves in the Throne Room (o qualcosa dei Tangerine Dream o di Schulze) ricombinato con qualcosa di techno. Il brano crea un’atmosfera molto distopica, proprio alla Blade Runner. Puoi parlarmi un po’ di questo pezzo?

Hai citato gruppi che sicuramente hanno la loro grossa fetta di influenza, e mi fa molto piacere questo collegamento! Quel pezzo, nonostante sia uno dei miei preferiti del disco, è nato quasi per scommessa: ero partito da un sample che percepivo come solare e caldo, e questo mood di partenza, insolito per i miei canoni, ha rappresentato un ostacolo e di conseguenza una piccola sfida per me: come farne uscire qualcosa di “mio”? Come dicevo prima le arti visive hanno un impatto estremo nella mia composizione sonora: visualizzo o rievoco luoghi/persone/situazioni precise in ogni brano, quindi la chiave è stata immaginarmi la visione del sole in maniera distopica, prendendo spunto da libri e film, immaginando una terra desertica e futuristica in cui il sole è diventato più una minaccia che una fonte di vita. Da quel momento la costruzione del pezzo è fluita in modo rapidissimo. Originariamente è stata pensata senza sezioni ritmiche, che sarebbero entrate in un collegamento diretto con Earth2, ma come si può notare non ho resistito e alla fine è diventato un pezzo che racchiude al suo interno molte cose.

Qualcuna delle influenze musicali al di fuori dell’elettronica?

Sicuramente il 90% dei miei attuali ascolti e delle conseguenti emozioni è guidato da musica lo-fi e sperimentale, e in una realtà un po’ a se, con gruppi come Have a Nice Life, Planning for Burial, Wreck & Reference, I Do Not Love ecc… Etichette come Enemie’s List e The Flenser sono costantemente sotto la mia attenzione. Amo lo shoegaze e il noise, e gruppi come i Joy Division o i Sonic Youth, certo sludge/black/post metal, un certo tipo di rap anni ’90 che viene dalle scuderie Defjux e Anticon, la bossanova, il blues, il jazz, e (rientrando nel campo dell’elettronica) la drum’n’bass pesante e visionaria. Questo finisce per mettermi la smania di provare a suonare ogni cosa che ascolto ed in cui mi rivedo, creando alla lunga una strana amalgama in tutto ciò che produco.

Anche il titolo del disco, Divergences, mi sembra abbastanza programmatico…

Assolutamente! Mi sono trovato a produrre cose fortemente tendenti alla techno, alternate a beat squantizzati e sporchi. Ho colto queste “divergenze” di approccio, che hanno in seguito dato il titolo all’album. Quello che spero di trasmette, tuttavia, è un mood o un tratto distintivo che faccia da collante a queste divergenze, facendo apparire il disco vario ma comunque unito e coerente.

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Tu sei un produttore decisamente giovane, riesci a vivere con la tua musica (o pensi di poterci un giorno riuscire) o fai anche altro nella vita? La vedi come una strada percorribile?

Parlare di vivere con la musica aprirebbe le porte sulla questione di come il nostro Paese si relazioni con gli artisti, e la questione si farebbe piuttosto lunga e polemica, oltre che ritrita. Nella vita mi barcameno fra tre lavori per avere i soldi per vivere e finanziare le mie uscite ed il collettivo per cui escono. Il massimo che mi aspetto è di avere un buon arrotondamento a fine mese, e di guadagnare i soldi per ripagarmi le uscite discografiche e qualche nuovo giocattolo. Vivere di musica significa, nel 2015, molto probabilmente arrivare ad un livello di notorietà tale da essere sottoposti a compromessi e pressioni, e non poter pensare ad altro se non alla successiva release, e questo non è necessariamente una cosa positiva a mio avviso, considerando che la musica arriva per ispirazione e non a comando. Personalmente, poi, odierei dover togliere tempo ad altri progetti musicali che non sono Ankubu ed essere solo Ankubu. A zero compromessi, diciamo che una chance di provare com’è, però, me la darei…(ride, ndSA).

I tuoi progetti musicali altri (extra Ankubu) cosa comprendono?

Al momento i progetti attivi sono Weaver (in coppia con un caro amico/musicista), dove esploriamo territori shoegaze/noise; poi suono con dei pazzi nei John, the Void, facciamo sludge/post metal; infine c’è Neon.forest, un mio secondo progetto solista, di prossima uscita, che sarà all’insegna del lo-fi malinconico. Altri progetti sono in fase embrionale, e usciranno tutti per Ghost City Collective assieme ad altre bellissime release di amici e musicisti adorabili!

Colgo la palla al balzo, visto che l’hai nominata: puoi parlarci un po’ di Ghost City Collective?

Io e molti altri amici siamo persone che hanno sempre avuto una grossissima urgenza di espressione artistica, su più fronti e forme. Ghost City Collective è una reazione. Avevamo tanta musica, tanti video, foto, illustrazioni, ed eravamo stanchi marci di non avere locali che ci facessero suonare o label che ci prendessero in considerazione e, in linea di massima, di vivere situazioni in cui dovevamo adattarci a canoni diversi dai nostri. Se a tutto ciò aggiungiamo le nostre skills visuali con cui ci aiutiamo l’un l’altro il passo è breve nel pensare di arrangiarsi in toto, bypassando uno schifo con cui non vogliamo relazionarci minimamente. Così è stato: dopo qualche mese abbiamo fatto uscire tre release, e ne abbiamo quasi il doppio di pronte, oltre a promuovere e diffondere video (Bunizi Prod.), illustrazioni (Alberto Panegos), fotografie (Melloncollie) e tutti gli aspettti extra-musicali dei membri. Facciamo tutto a mano, col minimo budget possibile, anche perchè abbiamo il lo-fi nel cuore. Per chi volesse sapere qualcosa in più, c’è il manifesto.

Ti sembra che la scena elettronica italiana, negli ultimi tempi, stia progressivamente emergendo, sia a livello di tratti stilistici comuni che di connessioni tra i vari producer e labels (proprio tu e Sonambient, ad esempio, vi remixate a vicenda e avete suonato insieme in un live) o si tratta solo di casi isolati in un panorama frammentato?

A mio parere sicuramente c’è maggiore attenzione per la scena elettronica, rispetto a qualche anno fa. Credo che il merito sia soprattutto della gente che ha fatto, nel tempo, uno step fuori dal sottobosco, e che nonostante questo si è sempre posta in maniera molto onesta e gentile con chi nel sottobosco è rimasto, non perdendo la propria credibilità. Non credo sia solo una questione di fortuna con gli agganci diretti (io personalmente ne ho avuta tanta: molti amici ben più capaci o navigati di me mi hanno sempre chiamato a suonare e a collaborare, credendo in quello che facevo, senza domandarsi che tipo di visibilità avrei potuto portargli), perché noto che molte persone aprono blog e forum (ad esempio, la pagina del progetto beat.it, curato da musicisti validissimi) dove postare ciò che si produce o in cui scambiarsi informazioni o pareri. Questo mi sembra davvero un sano voler dare a tutti la possibilità di farsi sentire e di scambiarsi nozioni. Purtroppo non sempre, e non tutti, operano per il bene comune, e le mafiette non sono una novità. Ma credo che esistano vie alternative, e potrebbero riscuotere più hype di quello che si pensa! Per quanto riguarda me e Sonambient, siamo amici da tanti anni, ed intrecciare rapporti musicali è stato un elemento che sicuramente ci ha avvicinati ulteriormente. Poi lui è bello e mi porta gente ai live (ride, ndSA).

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