Anatomia del distacco
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Stefano Solventi
- 11 Aprile 2014
Fanno trent’anni che ascolto dischi con una certa dedizione. Da altrettanto covo il sospetto di non riuscire a cogliere che una parte delle intenzioni e del lavoro che sta dietro alla “costruzione” dell’album. Un’approssimazione necessaria, che va messa comunque in conto e oltretutto filtrata dal groviglio di sensibilità, esperienze e sensazioni proprie di chi ascolta. Uno scarto irriducibile che si può arginare documentandosi sulle circostanze del processo creativo e indagando le motivazioni poetiche. Ma non sempre è possibile. Del resto, non sempre ne vale la pena. E’ una questione che riguarda particolarmente chi ha il vizio di scrivere recensioni ma che in generale coinvolge tutti gli appassionati: quanto ciò che senti corrisponde al lavoro del musicista?
Nel caso di Distacco, sesto lavoro solista per il cantautore classe ’72 Giancarlo Frigieri, alla pubblicazione della mia recensione è seguito uno scambio di idee via messenger con l’autore. Capitano cose del genere, nell’epoca degli zero gradi di separazione. Mi sono accorto subito che, quasi a nostra insaputa, l’argomento al centro della discussione era proprio la difficoltà di cogliere l’incastro di intenzioni, casualità, intuizioni, errori, insomma tutto lo strutturato antefatto che ha preceduto – generandole – le canzoni. Ne è uscita una narrazione del disco che, seppure peculiare, è illuminante sullo scarto generale tra sensazioni d’ascolto e approfondimento biografico/musicale.
Prima di continuare però è giusto porsi una domanda: perché scegliere proprio Giancarlo Frigieri come interlocutore? Risposta concisa: perché è uno che alla passione smodata unisce disponibilità a mettersi in discussione con lucidità corrosiva e spietato disincanto. Senza frasi fatte, prese di posizione modaiole o angolazioni comode.
Già batterista dei Julie’s Haircut e frontman dei Joe Leaman, Frigieri ha esordito in solitario nel 2007 con un disco in inglese, Close Your Eyes, Think About Beauty, bissato l’anno successivo da In Love, cofirmato assieme ai Mosquitos. Ma dal lavoro successivo – L’età della ragione del 2009, premiato come miglior disco autoprodotto dell’anno al Premio Italiano Musica Indipendente – passa all’italiano senza abbandonarlo più. Al punto che oggi, pur sapendolo intriso di cultura musicale rock segnatamente americana – mette in scena con regolarità tributi a Dylan e Lou Reed – l’anatomia delle sue canzoni sembrano non poter prescindere dall’idioma italico.
In questo senso, uno dei testi di Distacco che più mi ha colpito è quello di Fotografie. Versi come “E’ un trucco tipico del digitale/confonder l’anima con l’animale” arrivano come carezze e rimangono piantati come chiodi.
”E’ un pezzo sulla mezza età”, sostiene Frigieri. “In generale questo disco ha parecchi ganci sulla mezza età, proprio perché io ho 42 anni. Musicalmente è venuto di getto, sono quelle due o tre sequenze di accordi che escono da sole se mi metto una chitarra in mano. Abbiamo aggiunto alcune percussioni e poi un’armonica a bocca, oltre alla quale abbiamo inciso delle finte cornamuse suonate con i sintetizzatori. Quando abbiamo scelto il suono ho chiesto proprio di usare le cornamuse. Sollo (il co-produttore del disco Andrea Sologni, bassista dei Gazebo Penguins) rideva molto. Abbiamo battezzato quel suono con tre parole che non si possono scrivere perché sono troppo volgari. Una era “braveheart”, le volgari erano altre. Per quel che riguarda il testo, è una specie di collage di frasi che mi sono venute in mente nel corso degli anni e che avevo scritto in maniera indipendente. Scrivo spesso tutto quello che mi viene in mente, a casa ho un paio di file di word con montagne di frasi, piccole cose, serbatoi ai quali attingere quando un testo non ne vuole sapere di muoversi o quando chiede di riscriversi”.
Al contrario, l’unico testo che mi sembra preponderare sulla canzone, col tipico difetto di troppo cantautorato italiano, è quello di L’ultimo nato. L’ho scritto ovviamente nella recensione e Giancarlo ci è rimasto un po’ male. Anzi, direi che si è abbastanza incazzato. Da quella incazzatura è nato il presente scambio di idee.
”L’ultimo nato vuole essere un piccolo affresco di una vita che oggi trovi soltanto in campagna e sapevo benissimo, mentre lo scrivevo, che ci sarebbe stato chi ne avrebbe visto un elogio alla vita di una volta. Mi rendo conto di questa apparente ambiguità. Anche con Chi ha rubato le strade ai bambini? è successo così. Tutti a dirmi “eh sì, una volta si poteva giocare per strada e ora invece è pericoloso, hai proprio ragione”. Io invece volevo evidenziare come fosse una percezione sbagliata da parte nostra. Infatti quella canzone lì dal vivo si becca sempre gli applausi più grandi di tutti ma onestamente mi sta passando pure la voglia di farla, perché mi sembra che applaudano per la ragione sbagliata. Va poi detto che se uno viene compreso male la colpa è principalmente di come scrive”.
I testi però sono solo una parte della faccenda. E’ il caso del pezzo conclusivo, Terra, una lunga cavalcata folk-psych che mi ricorda allo stesso modo il De André di Amico Fragile e il Neil Young di On The Beach. Probabilmente è la canzone più bella di Distacco e forse dell’intero repertorio di Frigieri.
“L’idea di base per Terra è partita da una frase che mio suocero disse un giorno: la terra è madre e i figli sono ingordi. Io gliel’ho rubata e l’ho usata in un contesto di critica a questa concezione della terra come madre della quale mi sembra si abusi in nome di un ecologismo arcadico che vede sempre l’uomo come il colpevole della rovina della terra, quasi ne fosse un elemento esterno e non parte integrante. Dal vivo la suono in maniera più energica, diventa una specie di bossa nova molto tirata. Qui ne ho creato una versione più vicina a certe ballate dylaniane molto lunghe. Si sentono anche diversi errori di esecuzione, compresa una stonatura evidente. Mi sembra che in certi momenti gli errori vadano tenuti. La base ritmica siamo Cico (il batterista) ed io che suoniamo rispettivamente due bonghi e due pentole per un quarto d’ora. E’ una canzone della quale vado molto orgoglioso, anche per il fatto che sono riuscito a suonare il piano elettrico in maniera che sembra quasi che io sia capace di suonarlo”.
Apprendere che Frigieri ha concepito questa canzone capace di scomodare mostri sacri dopo aver udito una frase di suo suocero, è sconcertante tanto quanto l’evento alla base de Il fruttivendolo con la maglietta dei Metallica.
“Il titolo è la prima cosa che è venuta, nel senso che un giorno esco da dove lavoro e vedo un fruttivendolo che sta davanti alla ditta con il suo furgone con la frutta e la verdura sopra. Aveva la maglietta di And Justice For All… o forse di Ride The Lightning, non sono sicuro. Mi sono detto “guarda, il fruttivendolo con la maglietta dei Metallica”, e ho pensato fosse un titolo della madonna. Lui fra l’altro non sa minimamente che è finito dentro a questa canzone, manco lo conosco. La nota di colore del pezzo è sentire me che suono il Jaguar Bass dei Gazebo Penguins slappando leggermente. Quando ho suonato con un poco di slap, Sollo mi ha guardato come se stessi mettendo le mani addosso alla sua ragazza. Mi ha detto “no, eh?”, e ha fatto una faccia cattiva. Abbiamo riso della cosa, ma a dirla tutta lui era serissimo. Per inciso anche a me il basso slappato non piace, ma non sono così integralista e in quel pezzo un paio di tocchi un poco fuori penso ci siano stati bene. Per non renderlo troppo classico abbiamo dato il solito tocco di pentole e padelle suonate da Cico”.
Pentole e padelle. Proprio così. Mica batterie. Perché c’è una cosa di cui proprio non mi ero accorto, anche se magari avrei dovuto.
“Nel disco non abbiamo usato la batteria. Non che finora se ne siano accorti in molti a dire il vero. Ci piace anche che nessuno se ne sia accorto. Un poco mi sta anche sulle palle, va a momenti. Abbiamo preso due timpani e un rullante. Poi abbiamo suonato quelli stando in piedi. Abbiamo poi sovrainciso diverse cose, a seconda dei pezzi. Una cassa da banda che suonava fighissima di proprietà del Sologni, tazze, padelle, bottiglie, insomma abbiamo percosso con ogni attrezzo possibile quello che potevamo percuotere. Per dire, in un pezzo (Gorizia) abbiamo rivestito di carta stagnola alcuni tamburi e piatti, che abbiamo utilizzato appoggiati a terra senza sostegno. Un poco come faceva Captain Beefheart in Trout Mask Replica, anche se quel disco lì a me non piace. Ne L’ultimo nato abbiamo anche strappato dei fogli di carta per dare un suono strano alla ritmica. Li abbiamo tenuti parecchio alti nel missaggio, quindi si sentono bene. L’idea è venuta a Sollo, l’aveva già usata nel disco dei Threelakes”.
Questo senso di espediente, di improvvisazione e circostanze colte al balzo, trova puntuale contrappunto in un lavorio tenace di raziocinio ed esperienza, di intuizioni spinte sui binari di uno schema sagomato con ferma lucidità. Una delle tracce più sorprendenti in scaletta è Strisce pedonali, uno strumentale dalla struttura avant del tutto alieno per la calligrafia di Frigieri e che in sede di recensione mi ha indotto a citare addirittura Brian Eno. Nelle parole di Giancarlo, nascita e sviluppo di questa canzone sembrano la cronaca al ralenti di un piccolo prodigio che sboccia assieme fragile e determinato.
“E’ partito tutto da una improvvisazione del Dottor Manicardi, che non è un pianista, ma si è messo lì a cazzeggiare con il wurlitzer e noi lo abbiamo registrato a sua insaputa. Ha creato lui quella melodiola centrale del pezzo. Non figura tra gli autori perché non è iscritto SIAE e mi ha detto che come risarcimento “mi paghi poi delle birre”. A quel punto da quella melodia dovevo cavare fuori qualcosa, quindi a mia moglie a casa ho chiesto “dimmi un titolo”, e lei mi ha detto “strisce pedonali”, perché quel giorno ha rischiato di essere investita sulle strisce mentre passeggiava con Lucinda, il cane che ho nella foto del profilo FB. Visto il titolo ho deciso di prendere tutti gli intervalli disponibili nell’ottava (12, tra toni e semitoni) e fare un piccolo omaggio a Schoenberg, Berg e compagnia. Vale a dire: Ho fatto suonare a 4 sassofoni diversi (tutti suonati da Max Marmiroli) la nota di DO, uno degli intervalli “sbagliati” (SI/DO) del sistema tonale nostro e poi a quel punto ho alternato tasti bianchi e neri in un ordine da me stabilito, come se fossero i colori delle strisce. Quindi il pezzo parte con dei rumori ambientali che rappresentano il mondo circostante, poi comincia il DO dei sassofoni continuo che rappresenta il traffico delle automobili. A quel punto vengono suonate, con due effetti differenti, le altre 11 note. Quando una nota finiva di essere udibile durante l’esecuzione (e in questo mi sono affidato al mio orecchio, non c’è una durata standard) procedevo con l’altra, esattamente come quando tu guardi un punto e ne guardi un altro solo staccando l’occhio dal primo. Dopo che sono state “guardate” tutte le “strisce”, si interrompe il traffico e i rumori ambientali. A quel punto parte la melodia di wurlitzer, che rappresenta il passaggio sulle strisce a fermare il traffico. Una volta finita la melodia si ricomincia con il DO dei sassofoni e le note di piano (le strisce) che stavolta sono per “moto retrogrado” (al contrario) perché nel frattempo hai attraversato la strada. Il moto retrogrado è un classico della dodecafonia, anche se la dodecafonia non consiste nell’usare tutte le note di un’ottava, ma di utilizzare tutti gli intervalli. Però il giochino delle “strisce” riusciva così, quindi qui siamo più dalle parti dell’atonalità. E comunque è un gioco, un trucco, non è che io mi sono messo a fare le cose rigorosamente per fare il figo, semplicemente mi piace giocare e vedere cosa salta fuori e il risultato finale deve soddisfarmi all’orecchio, che la musica si ascolta con le orecchie e credo che farsi piacere una melodia in do maggiore sia più o meno tanto intelligente come ascoltare il Wozzeck di Berg. Tornando al pezzo, si ricollega a Terra che inizia subito dopo grazie all’idea che l’attraversamento delle strisce sia una specie di trionfo dell’uomo sulla macchina o della natura sulla tecnologia. E’ un trucco. Ce ne sono tanti in questo disco, dal punto di vista dei testi e delle musiche. Non si vedono subito però. E’ necessario, per svelarli, avere un certo… Distacco. Da qui il titolo dell’album. Che nella title track viene applicato ad una canzone d’amore, proprio per sviare le indagini. Penso continuamente a questo genere di stronzate. Quando spiegavo tutte queste cose a Sollo mi diceva che secondo lui sono da ricoverare. Probabilmente ha ragione”.
Difficilmente, anche dopo mille ascolti approfonditi, si poteva intuire questa stratificazione di casualità, ingegno e raziocinio. Frigieri ci tiene però a precisare quanto segue:
“io non sono mica uno con una educazione musicale formale, tutte queste cose le ho lette di recente su diversi libri e mi sono messo un attimo a guardarle per conto mio, con una tastiera midi e i libri in mano, per curiosità e per cercare di capire come funziona questa cosa che chiamiamo musica e come potevo trovare qualche via nuova per la composizione. Il bisogno di utilizzare canali più formali mi è venuto quando ho cominciato a non stare più tanto al passo con le parole che si usano nel giro per descrivere la musica e quindi al tredicesimo “indie-wave” o altre parole che non vogliono dire un beneamato cazzo mi sono detto: “ma ci sarà un modo di capirci qualcosa e di dire le cose in modo che sia riconoscibile da chiunque?”. Allora mi sono rifugiato in quei termini che insegnano a scuola, che se li insegnano ci sarà anche un perché. Mi sono comprato un libricino che si chiama La grammatica della musica che consiglio a tutti, perché ci sono un sacco di cose curiose spiegate bene. Insomma, questo non fa di me un musicista serio, solo uno strimpellatore curioso”.
A volte però le recensioni ci prendono. Ad esempio, nel caso di Taglialegna ho fatto bingo, cogliendone a grandi linee i simbolismi strutturali. Se la citazione di Hey Hey, My My di Neil Young era in effetti palese, utilizzarla come gancio citazionistico per rievocare il suicidio di Kurt Cobain – a cui si allude, senza citarlo, nel testo – mi era sembrato fin da subito un espediente azzeccato.
“Il tema strumentale di Taglialegna parte da un La Minore, comincia con la scala tipica di Young e ad un certo punto finisce invece con un FA# (su un accordo di RE, che armonicamente è giusto) su un ritmo che può essere di bossa nova. In questo modo puoi cantarci sopra la strofa di Light My Fire dei Doors. Così, per buttare anche lui (Cobain) in quel cazzo di Club 27. Il tutto a voler dire, musicalmente parlando, che quello che ci sembrava un eroe è finito per essere uno stronzo qualsiasi in un club del cazzo, come tanti altri prima di lui. E che quindi la nostra generazione era più o meno come tutte le altre, non meglio, non peggio. Dopo questa sega mentale parte il testo. Insomma, prima la dico con la musica e poi la dico con le parole. Riguardo alle immagini del testo, quella conclusiva – “Tutti quegli slogan bellicosi sulle t-shirt dei gruppi americani ora ci fanno da pigiami” – mi venne in mente una sera che andai a letto con la maglia di Land Speed Record degli Hüsker Dü e pensai che una volta quella era la maglietta che mettevo quando andavo a suonare per fare il figo, ora invece la mettevo per andare a dormire. Inoltre in studio ho deciso di registrare l’ultima parte suonando sia chitarra che voce in diretta registrando con un microfono a debita distanza, come quando si registrava in bassa fedeltà con i vecchi registratori a cassette. Sapevamo che dal punto di vista del potenziale radiofonico sarebbe stato meglio non farlo e infatti un poco ci siamo pure interrogati. Poi abbiamo detto “una scelta simile è un suicidio”, e abbiamo cominciato a ridere, nel senso che in un pezzo che tirava in ballo proprio il suicidio…”.
La fabbricazione di un disco come un labirinto di cose che accadono, talvolta previste e talora imprevedibili, frutto di aggiustamenti progressivi e obiettivi centrati o mancati. Il punto in cui nasce la prima idea di una canzone può essere lontanissima da dove la canzone ti porta e infine attracca. Vedi ad esempio Le donne del trentunesimo secolo.
”L’idea di partenza della canzone mi è venuta leggendo La grande guerra degli italiani, un libro della collana BUR storia dove c’è un bel capitolo dedicato al ruolo delle donne nello sforzo bellico del ‘15-‘18 e a tutto quel che ha comportato per il sesso femminile in termini di sfide e conquiste. La frase che ho pescato da lì è stata: “Se non son sposate non importa”, che detta in quel punto del pezzo è una bella frase di riscossa e invece nel libro era una citazione da una circolare del ministero della guerra agli investigatori che indagavano sui casi di stupro da parte dei soldati sulle donne nelle città. La circolare diceva che se le donne non erano sposate (quindi non erano “proprietà di un uomo”) allora non si doveva perdere tempo ad indagare. Da lì sono partite alcune considerazioni che sono, è il caso di dirlo, assolutamente maschili anche se spero non maschiliste”.
C’è poi il fatto di capire di che materia sono fatte le canzoni, cosa le ispira e le plasma. In qualche caso, vedi Gorizia, le radici dell’ispirazione sono chiare fin dal titolo, anche se il che e il come finiscono sempre per accordarsi seguendo bizzarre traiettorie.
“Gorizia è una canzone su una città dove non sono mai stato, ma sulla quale ho letto alcune cose che me l’hanno sempre resa interessante. In particolare mi ha sempre colpito il fatto che fosse una città tagliata in due (Gorizia e Nova Gorica) dove una parte fosse nel blocco occidentale e una nel fantomatico “impero del male”, per dirla con Reagan. Insomma, mi sembra strano che noi italiani abbiamo parlato per anni di Berlino come ponte tra i due mondi e non abbiamo mai detto nulla di Gorizia. Una città che ha cambiato cinque volte nazionalità dal 1914 al 1947. Un giorno riuscirò pure a visitarla, per ora mi sono limitato a scriverne, attingendo ad alcuni libri che mi sono comprato. In seguito ho chiesto ad un amico goriziano, Roberto Cernigoj, se secondo lui il testo potesse essere “giusto” e ottenuta risposta affermativa ho dato il via alle danze. Musicalmente parlando ho preso a prestito, trasponendola di tonalità, un’armonizzazione dei Travelling Wylburys e ne ho fatto un bridge e se traduci i due termini dall’inglese c’è una ironia piuttosto macabra. La prima idea che mi è venuta è stata il ritornello, musicalmente parlando, dopo una notte insonne passata con la street view di Google maps a guardare il confine italo-sloveno”.
Altrove invece il processo compositivo somiglia ad un labirinto di rimandi improbabili che però, visto da debita distanza, finisce per assumere una consistenza solida e congrua.
“Neve è una canzone in accordatura aperta DADGAD. In fase di arrangiamento abbiamo messo una tastiera suonata dal Dottor Manicardi, che non è un tastierista ma per quel pezzo andava bene, non volevo uno che facesse delle cose complesse o che suonasse troppo. Per le percussioni, la cassa da banda con il riverbero naturale della sala superiore dell’Igloo (lo studio di Sologni) ha disegnato un’atmosfera che mi piace molto. Abbiamo unito tamburelli e cose del genere, per creare un mood orientaleggiante, visto che l’accordatura DADGAD crea delle sonorità piuttosto ipnotiche. Abbiamo poi aggiunto le parti dei sassofoni e dei flauti, suonate tutte da Max Marmiroli che si è decisamente ispirato a Pharoah Sanders. A dirla tutta ci sono giorni in cui penso che rifarei la voce, cantandola in maniera meno affettata e più sobria. Il casino è che arrivai in studio dopo aver ascoltato per dieci volte di fila Se perdo te di Patty Pravo che è una interpretazione IMMENSA e mi misi in testa di cantarla nel suo stile, ogni tanto il cervello fa brutti scherzi”.
Last but not least, anche dietro la title track si celano sommovimenti inconsueti:
“Distacco è una canzone su due persone che si lasciano, su una persona che ricomincia a vivere dopo una storia finita male. Diciamo che è la mia Insieme a te non ci sto più. La prima frase che mi è venuta in mente è stata “la bottiglia di vino bevuta in vacanza che a casa non è poi così buona” ed era una sensazione che avevo avuto con un vino da aperitivo chiamato Pommeau che io e mia moglie avevamo bevuto in Normandia anni fa e, come si fa spesso, ne avevamo portato una bottiglia a casa ma “bevuto là è un’altra cosa” principalmente perché ti lasci suggestionare. La cosa divertente è che poi le foto del disco sono tutte fatte nel corso di quella vacanza lì, il tutto senza che ci fossimo messi d’accordo. Due o tre anni dopo è arrivato l’incipit, quello che dice “Un fagiano si aggiusta le piume sotto i tralicci dell’alta tensione”, che è una cosa che ho visto un giorno mentre andavo a Carpi a trovare il dottor Manicardi e ho pensato che era un signor inizio, non so quanta gente abbia messo un fagiano in una canzone. Musicalmente c’è una strofa che ricorda non poco Spirits In The Material World dei Police, principalmente per gli accenti della chitarra in levare. Nel ritornello invece ero consapevole che ci sarebbe stato benissimo il jingle-jangle sullo stile dei Byrds e dei primi R.E.M. e quello ci ho messo. In generale me ne sbatto abbastanza il cazzo di dire “assomiglia a questo o a quello” e non mi interessa granché. Se una cosa mi sembra ci stia bene la metto. Nei ponticelli tra ritornello e strofa abbiamo messo il suono di due bottiglie di birra vuote, una di Franziskaner e una del birrificio Dada di Correggio. Poi ne abbiamo spostato gli accenti di un ottavo, su idea di Cico, perché faceva molto Brasile e quando una cosa mi fa venire in mente Gilberto Gil per me va bene. Sollo ha urlato “NORMALE!!!” in un coro perché io non ci arrivavo con la voce. Cico mentre faceva la batteria ha detto “Si, si vada vada” e lo abbiamo tenuto, perché ci ricordava Battisti in Dio mio no! quando diceva “Batto quattro e partiamo”. Insomma, ci siamo divertiti”.
C’è solo da prendere atto insomma che tutto questo vivere attorno alla messa su nastro sia destinato a rimanere invisibile, fuori dall’inquadratura. Ma che comunque ne costituisca ad un certo grado la ricchezza, come se ad un qualche livello sonoro l’impronta si potesse percepire. Anche se coglierla a livello razionale e riferirne è compito arduo anche per il fitto setaccio della critica. Figuriamoci se può riuscirci una pur volenterosa recensione. Parafrasando Neil Young, ci sono molte più cose nel suono di quelle che un orecchio può cogliere. Se lo scriverne spesso appare approssimativo, è solo perché non può essere diversamente.




