ph Andrew Smith

Almanacco ricorsivo

Raggiungiamo via mail i Widowspeak – nella persona della lead singer Molly Hamilton – a pochi giorni dall’uscita di Almanac, secondo episodio dopo l’omonimo esordio di due anni fa e vero passo da gigante verso la piena maturità. Fra la paura di affrontare il palcoscenico forse ancora non completamente sopita e i reiterati paragoni con l’ormai quasi leggendaria Hope Sandoval, Molly ci ha condotto attraverso tutte le fasi del progetto creativo del duo di Brooklyn – una delle anime più multiformi e meno catalogabili del roster Captured Tracks – scavando a fondo anche fra le pieghe più complesse dell’ultimo LP con l’obiettivo di approfondire quell’animo bucolico che affiora addirittura già dall’immagine ritratta in copertina.

Partiamo da un po’ di “fact checking”: la formazione dei Widowspeak ha ultimamente affrontato svariati cambiamenti, passando da duo a trio (col batterista Michael Stasiak), a quartetto (con la bassista Pamela Garabano-Coolbaugh) ed infine tornando nuovamente ad essere un duo. Quanto ha influenzato la vostra musica? Avete dovuto riassestarvi durante la creazione di ‘Almanac’ o è cominciata dopo la dipartita degli altri due membri?

Abbiamo assolutamente dovuto adattare i nostri metodi di songwriting ai vari cambi di lineup, ma il fulcro di essi siamo sempre stati io e Rob (Earl Thomas, ndr). Micheal ha lasciato la band al termine del tour della scorsa estate, e Pamela ha fatto lo stesso immediatamente dopo. Noi due “superstiti” abbiamo quindi dovuto decidere se la band avrebbe continuato ad esistere e ovviamente abbiamo fortemente voluto fosse così. Quando abbiamo cominciato a lavorare su Almanac ci siamo però trovati a fronteggiare un processo creativo tutto differente. È stato più un mettere i pezzi assieme uno alla volta, piuttosto che lasciare le cose scorressero per poi venire da sè, piuttosto insomma che operare come una live band in sala prove (non avendo appunto nè batterista, nè bassista). È stata comunque un esperienza di scrittura particolarmente organica, anche perchè Rob e io abbiamo una grande chimica creativa. Da allora abbiamo poi reclutato un nuovo batterista ed un nuovo bassista, nonché persino aggiunto un quinto membro al nostro setup dal vivo perché suoni la chitarra accentata e le tastiere che si trovano sul disco. Possiamo quindi decisamente dire che i Widowspeak mutano in base a ciò che la musica richiede.

Sapevamo del tuo essere in origine realmente intimorita dall’idea di cantare davanti alle persone, per cui siamo rimasti piuttosto sorpresi quando abbiamo visto un paio di tuoi tweet recenti che dichiaravano a gran voce la voglia di andare in tour per promuovere il nuovo album. Come hai superato le tue paure?

Ad ogni show diventa sempre più facile, ma continuo ad essere apprensiva. Credo però questo mi succeda meno di frequente quando sono in tour, perché si è in posti nuovi a suonare per persone nuove e non soltanto per i nostri amici e fan di Brooklyn. Mi ritrovo quindi con addosso un’energia autenticamente nuova ad ogni serata, anche per il fatto che la band diventa più entusiasta ad ogni show finendo per suonare in maniera sempre più concertata. Ma continuo ad essere apprensiva: ho pianto prima del record release show per Almanac al Mercury Lounge di New York. Mi è sembrato stupido e non avevo idea del perché stessi piangendo, ero semplicemente troppo agitata per lo show. Continuo a divertirmi suonando, certo, ma l’accumulo di tensione nel pre-concerto è ancora la parte più difficile da affrontare.

Come convivi coi paragoni tra la tua voce e quella di Hope Sandoval? E – allargandoci al contesto di band – come prendete le ricorrenti, pigre etichette che vi vogliono come “Fleetwood Mac più atmosferici”?

È buffo perchè non ho mai ascoltato un granché i Mazzy Star in vita mia e, benché creda si tratti di musica accattivante e ben fatta, non posso assolutamente dire che abbia avuto un influenza sui Widowspeak o sul mio modo di cantare. Semplicemente canto nell’unica maniera che conosco, ovvero come mi viene naturale. Sto ancora imparando e provando cose nuove, ma sempre nei limiti di quanto si adatta alla musica che facciamo. Per quanto riguarda invece i paragoni con i Fleetwood Mac, ci hanno sorpreso perché non li avevamo mai ricevuti (nel pre-Almanac, ndr). Penso siano essenzialmente accostamenti visivi/estetici piuttosto che musicali, ma amo quella band e credo, se non altro, sia stata un’influenza per l’idea di voler realizzare un album in senso proprio, qualcosa che risultasse coeso e completo, come Rumours. I Fleetwood Mac hanno inoltre avuto una formazione in continuo cambiamento, proprio come noi. Puoi quindi vederci, in quel senso, un ulteriore, strano parallelo.

Siamo davvero convinti che con Almanac abbiate conseguito la transizione dal pop meravigliosamente accigliato ma forse fin troppo coeso del vostro debut, ad un sound più voluminoso, audace ed il più personale possibile. Lo stesso parco delle influenze coinvolte ci è sembrato più ampio, andando dal western country-folk fino al 90s indie-rock americano circa-Built To Spill. L’abbiamo inquadrato bene? Che altre influenze o dischi menzioneresti come importanti per la realizzazione del nuovo album?

Abbiamo sicuramente esteso il range delle influenze nonché il fine creativo. E molto di questo dipende dall’essere stati soltanto noi due. Rob ha realmente voluto il disco risultasse espanso e ne abbiamo realizzato demo per un lungo periodo appunto perché ne trasmettesse la corretta impressione. Come altre influenze citerei qualunque cosa da Hank Williams ai Rolling Stones, senz’altro Tom Petty, Neil Young, parecchio folk e country, ed in particolare The Carter Family. Abbiamo inoltre fortemente voluto avesse un feeling pastorale ed in un qualche modo nostalgico. A volte tutto questo appoggiarsi alle influenze è visto come nota di demerico, ma in quanto a tematiche l’album è incentrato sul passaggio del tempo ed il modo in cui le cose cambiano, e quindi il far leva sugli stili del passato è stato una parte necessaria del loro convogliamento.

Come è stato lavorare con Kevin McMahon (aka. l’uomo dietro al Days dei Real Estate) come co-producer e quanto il suo contributo ha influenzato il risultato finale?

Kevin è una persona splendida con cui lavorare. È stato davvero recettivo alle nostre idee e metodo di lavoro, ma ha pure avuto delle idee incredibili di suo e portato l’album ad una resa che mai ci saremmo immaginati di raggiungere. Lo stesso studio era perfetto per Almanac: bellissimo, sereno e lontano da qualsiasi distrazione.

Per quanto riguarda le liriche, Almanac è parla appunto di quanto muta la percezione di inizi e fini nel corso del tempo. Abbiamo quindi intuito possa esserci anche dietro una tua fascinazione, come songwriter, per i “cicli della vita” in generale. L’intervista che hai concesso ai ragazzi della Captured Tracks in prossimità dell’apocalisse Maya ha più o meno confermato il nostro sospetto. Potresti andare più “a fondo” su questo argomento?

È partito tutto con il voler scrivere un disco incentrato sulla fine del mondo, ma è in fondo sempre stato molto più simbolico. Ho recentemente provato su pelle la fine di una relazione e mi è sembrata simile all’idea di apocalisse. Non che sia altrettanto devastante, certo, ma per quanto riguarda il fatto che comunque il tempo passa, le cose cambiano e la vita riparte nuovamente. Eppure come qualcosa di nuovo. È stato in quel momento che ho iniziato a medirare riguardo agli altri cicli della vita ed al modo in cui il mondo della Natura ha inizi e fini, proprio come ogni altra cosa. Avvolti in Almanac vi sono quindi parecchi livelli e sfumature della tematica.

Quello per Locusts, è il vostro primo videoclip di sempre. Come mai avete aspettato così tanto? Eravate riluttanti all’idea di finire “su schermo”?

In realtà non abbiamo mai nè avuto un idea coerente prima di questo video, nè conosciuto qualcuno che fosse serio riguardo al realizzarne uno. Abbiamo poi incontrato i Craig Brothers attraverso amici e avuto l’idea di fare un clip basato sulle “Shindig!” performance dei 60’s. È poi capitato che la galleria del nostro batterista avesse questa istallazione enorme, multipiano, che sembra davvero il set di uno show televisivo. È stata un’esperienza parecchio divertente. Siamo intenzionati a fare molti più music videos ora.

Hai disegnato il poster incluso nella limited edition dell’LP e quello per il recor release show al Mercury Lounge. Hai studiato arte? In ogni caso, l’iconografia e l’estetica tout court che in questo momento circonda i Widowspeak (dalle tue illustrazioni, alla cover del disco e, ancora, al videoclip) è particolarmente forte. Come la descriveresti?

Ho frequentato il liceo artistico e scelto la specializzazione in arte anche al college, ma non ho poi portato a termine gli studi. Non direi quindi d’essere una professionista, ma amo il disegno, così come il design in generale. Abbiamo provato ad usare un consistente vocabolario visuale per rappresentare la nostra musica, perchè aiuta davvero a mantenere focalizzati umori e sensazioni. Per il primo disco abbiamo semplicemente chiesto al nostro amico John Stortz di disegnare una qualunque cosa gli sembrasse adatta, ma per Almanac abbiamo avuto ben chiaro fin dall’inizio come avremmo voluto il tutto, dalla gatefold sleeve dell’LP al font, persino il colore dell’inchiosto dell’inserto coi testi. Lo stesso vale per le nostre foto: le vogliamo della stessa tavolozza di colori della nostra musica, perché sono ugualmente parte della storia dell’album. Tutto questo è un’aggiunta all’esperienza d’ascolto, crea un’intero altro mondo.

Tornando alla Captured Tracks, diresti che l’ambiente all’interno della label è realmente simile ad una “estesa, seconda famiglia” per ognuno di voi artisti del roster? Dall’esterno pare così.

Sì, è così. Le band passano di continuo in sede e, per quanto mi riguarda, amo realmente tutti gli artisti sotto la label, sia musicalmente che a livello personale. Vi è attualmente uno slancio creativo impressionante all’interno del roster, ed esserne parte è genuinamente fonte di ispirazione.

La vostra etichetta è anche una delle preferite dai collezionisti in questo momento. Quale è il vostro rapporto con il vinile ed, in particolare, con le edizioni limitate?

Mike Sniper, il “boss” della Captured Tracks è un avidissimo collezionista, per cui credo abbia assolutamente in mente il collezionismo quando si tratta delle sue release. Noialtri amiamo uscire con delle limited editions perchè è qualcosa di leggermente speciale e, specialmente quando è in gioco un vinile colorato, rende davvero l’LP uno splendido oggetto fisico.

Come è stato il vostro concerto ma anche show quasi-domestico – organizzato dagli amici Jonathan Clancy (A Classic Education/His Clancyness) e Federico Pirozzi (La Belle Epop) – a Bologna nel 2011? Avete in programma di tornare presto in Italia?

Si parla in realtà del nostro show preferito in assoluto dell’intero tour, nonché uno dei miei preferiti di sempre. È stato unico nel suo genere. Si è svolto nel seminterrato della profumeria Tatler (via Rialto 29/2, ndr) in un mood confortevole ed assolutamente intimo. Tutti i presenti erano incredibilmente gentili ed eccitati, la piccola cantina in cui abbiamo suonato davvero meravigliosa. Saremo senz’altro di ritorno in Italia in primavera, pur non sapendo ancora di preciso quando e dove. Probabile questa volta non tocchi ad una profumeria, ma chissà!

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