Quelli che ci sono
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Stefano Solventi
- 16 Maggio 2012
“Scusa, potresti richiamarmi fra cinque minuti? Sto cercando parcheggio…“. Padania è uscito già da un paio di settimane, di interviste Manuel Agnelli ne ha fatte tante e di ogni tipo, eppure risponde col tono disponibile di chi va oltre il semplice dovere promozionale. Non esattamente quello che ti aspetteresti da uno con un quarto di secolo di carriera alle spalle e celebre per il carattere non proprio conciliante (ne riparleremo più avanti). Lascio passare dieci minuti e richiamo. Risponde al secondo squillo ancora più rilassato e cordiale di prima.
Ciao Manuel, tutto a posto col parcheggio?
Sì, tutto a posto. Non è mai un’impresa facile…
Ok, iniziamo allora. Padania spiazza, scozza carte vecchie e nuove. La sensazione è che sia un Hai paura del buio? adulto. A mio parere vi restituisce la vostra dimensione, facinorosa e tentacolare, magari anche dispersiva però mai convenzionale, perciò intrigante. Più che una svolta o una rottura, lo vedo come il recupero di un solco. Sei d’accordo?
In sostanza sì. Più che musicalmente direi come attitudine. Siamo tornati su un solco in cui non c’è una programmazione musicale. Quando dopo Hai paura del buio? ci siamo chiesti che cosa avremmo dovuto fare, con le tensioni conseguenti che più avanti hanno provocato l’uscita di Xabier, sviluppammo l’intenzione – il progetto – di uscire dal noise destrutturato per andare verso una forma più pop, sia come idea di gruppo che per quanto riguarda la forma canzone. Oggi siamo tornati ad avere le idee chiare dal punto di vista emozionale, però a livello musicale non c’è una progettualità vera e propria. In questo senso sì, siamo tornati a quel tipo di approccio.
Mi permetto di insistere: quanto c’è di razionale, di premeditato, di opportuno se vuoi in questo disco? Voglio dire, a questo punto della vostra carriera era probabilmente il disco migliore da fare, lo avete capito e lo avete fatto.
Mi fa piacere che lo pensi, ma non è stato pianificato, del resto non sarebbe venuto così se lo fosse stato. Il titolo esisteva da più di un anno, Padania per noi rappresenta uno stato interiore di cui volevamo parlare senza per forza raccontare delle storie. Per questo abbiamo sviluppato prima la musica, senza avere in testa la direzione da prendere. In pratica l’80% delle musiche erano pronte già prima dell’estate del 2011. Poi abbiamo deciso di prenderci una pausa, non darci scadenze pressanti, proprio per evitare la progettualità. Non ci siamo affatto concentrati sul fare un disco “diverso”. Semmai ci interessava che i pezzi girassero attorno a quel concetto, usando la musica in senso meno didascalico, non per accompagnare delle storie ma per comunicare delle tensioni. Con la velocità, con l’urgenza, col panico, con la violenza.
C’è stato insomma un cambiamento delle gerarchie tra testi e musiche?
E’ una domanda difficile. Di sicuro non è una cosa cui abbiamo pensato. Sui testi ho lavorato molto, sono tornato a considerare le parole in quanto fonte di emozione prese anche singolarmente, fuori contesto. La parola ha una forza evocativa, ha un suono. Solo in Italia ci facciamo delle pippe perché un testo debba significare una cosa precisa, raccontare in modo chiaro. Per contro abbiamo una tradizione rock anche contemporanea, dai Pixies ai Radiohead, che utilizza le parole come emozione o come suoni, non tanto o non solo per scrivere racconti. Mi interessava tornare a sviluppare questo aspetto dopo aver esplorato la possibilità di strutturare i pezzi in modo più diciamo canonico. Dopo che abbiamo fatto i pezzi con Mina mi sono detto, più in là di così… (ride, ndi).
I testi sono cambiati, più asciutti e diretti, seppure sempre (naturalmente?) votati all’hook, al verso che resta impresso a fuoco. Spesso sembrano lanciare dei segnali – “Trovagli il cuore/E il debole muore“, “Quel che credevi raccolto/Arriva un vento a strapparlo“, “Lotti, tradisci, uccidi per ciò che meriti/Fino a che non ricordi più che cos’è“, e via discorrendo – che convergono verso una critica del modello sociale, oppure verso la constatazione dell’homo homini lupus, o le due cose assieme. Potremmo definirli testi in qualche modo impegnati o il termine ti fa mettere mano alla pistola?
No, anzi. La volontà di andare in questa direzione c’è stata, figurati. So esattamente perché scrivo queste cose. Certe volte la gente mi chiede cosa significhino i miei testi, io rispondo “quello che vogliono dire per te”. Quello è il significato. Però io ho un mio significato molto preciso. Il fatto che questo disco abbia uno sfondo sociale e persino politico molto forte è una realtà, ci sono delle frasi che devono, vogliono dare una chiave di lettura, a partire dal titolo, Padania, che è LA chiave di lettura. Molti lo hanno criticato proprio per quello che è secondo me il più grande pregio di questo titolo, ovvero il fastidio che provoca. E ne sono fiero, perché non è facile provocare fastidio.
A proposito di chiavi di lettura: cosa mi dici di quella pozzanghera in mezzo all’immagine di copertina che fa pensare ad una figura prona? E’ un effetto voluto?
No, assolutamente. Semplicemente ci piaciuta molto quell’immagine, la volevamo così, molto evocativa, un paesaggio che rimandasse appunto all’immaginario della Padania, desolazione, nebbia…
Però quella pozzanghera antropomorfa sembra davvero celare un messaggio subliminale, del resto la cosa ha fatto il giro del web, se n’è parlato parecchio sui forum…
Mah, nel nostro piccolo spero che diventi una specie di leggenda (ride, ndi).
Ok, torniamo alle cose serie. Tra le altre cose, avete recuperato il gusto per il contrasto – tra le canzoni e nelle canzoni – tra gli elementi più popular e quelli più sperimentali. Un po’ lo stesso si riflette nel rapporto coi media: generalisti o di settore, underground o nazionalpopolari, per voi sembra faccia lo stesso. Un messaggio al rock alternativo italiano?
Sì, ed è un messaggio che idealmente mandiamo da tanti anni. E’ un discorso che concerne la nostra crescita come persone, normale che a diciannove anni si cerchi di identificarsi in un ambiente per confortarsi, per confermarsi e costruirsi una personalità. Per sentirsi al sicuro tra i propri simili. E questo ti porta ad escludere tutto ciò che non ti piace. Quando sei adulto si spera tu possa essere più forte, quindi uscire da questo meccanismo. Nel nostro piccolo proviamo a portare la nostra idea di cultura, la nostra visione più in giro possibile. Ho visto tanti talenti marcire proprio per questa paura di sporcarsi le mani, ed è un peccato perché questo Paese è pieno di gente con grandi cose da dire. Questi steccati ci sono, sono prodotti dalla paura. La colpa è di tutti, dei gruppi, del pubblico, della stampa: non siamo riusciti a trasmettere il messaggio che si può, si deve essere forti abbastanza da portare ovunque il proprio linguaggio. E’ una vera rottura di coglioni perché alla fine siamo dentro ad un sistema pidocchioso, piccolino quando invece potremmo divertirci molto di più.
Tra le influenze si è parlato di Stratos, di Galàs, di Beefheart, e ok. Dal canto mio non ho potuto fare a meno di sentirci anche il Battisti più nevrastenico in Giù nei tuoi occhi, mentre La terra promessa svanisce di colpo mi sembra strizzare l’occhio ai Wilco altezza Ashes Of American Flag… Cosa ne dici?
C’è molto più Battisti di Stratos in questo disco, ci hai beccato da questo punto di vista. Meno i Wilco, mi piacciono ma non mi hanno mai influenzato più di tanto, anche se ovviamente la musica che ti entra dentro prima o poi esce fuori in qualche modo. Tornando a Stratos, aveva sperimentato tutto, soprattutto lo aveva fatto in italiano, per cui quando si prova a sperimentare qualcosa in italiano è normale finire per pensare a lui. Ed il paragone è un onore ovviamente, anche se in negativo. Riguardo alle influenze, che dirti, ultimamente ho ascoltato molta musica etnica, canti berberi, anche roba tibetana, che per fortuna non è finita nel disco (ride di gusto, ndi).
Devo dirti che siete riusciti a farmi tornare la curiosità di vedervi in concerto. Sai com’è, vi ho visti un sacco di volte, alla mia età non è che possa concedermene più molti. Però vorrei proprio verificare come vi vengono questi pezzi dal vivo…
Maledetto (ride, ndi). Sì, sono impegnativi ma senz’altro li faremo. Inizieremo con otto-nove pezzi all’inizio, poi li faremo tutti, anche se non abbiamo progettato i concerti per eseguire Padania dal vivo, la serata sarà strutturata per avere una tensione vera. In questo senso quindi faremo ricorso a tutto il repertorio per allestire la migliore scaletta possibile.
Nella vostra carriera vi siete messi in gioco disco dopo disco costruendovi comunque una calligrafia riconoscibile, vi siete sbattuti per avere visibilità oltre frontiera, avete suonato tanto, con tanti e dappertutto: una falsariga che consiglieresti di seguire ad una rock band agli esordi?
Certo. Il succo è mettersi in gioco, mantenersi integri per quanto riguarda la parte creativa, non vendersi, però neanche avere paura a confrontarsi con realtà diverse. Poi ovviamente riprendere ad essere molto presenti fisicamente, andare in giro a suonare.
Sono più le cose che rimpiangi di non aver fatto o quelle che ti rammarichi di aver fatto? Oppure, se credi, qual è l’errore più grave che abbiate mai fatto?
Gli errori più gravi son sempre le cose che fai perché sei convinto di doverle fare. Abbiamo rinunciato ad un sacco di cose, ad un sacco di soldi, proprio tanti. Ma non si è trattato di rinunce vere perché erano dettate dal bisogno di mantenere integra la natura della band. Non credo di avere nulla di cui vergognarmi o recriminare. Il progetto è vivo e vegeto, siamo ancora qua, questo è importante. Forse in alcune circostanze avrei dovuto chiudere prima con certe persone, con alcuni musicisti, situazioni discografiche o manageriali. Colpa anche di questa fama che mi si è appiccicata addosso che tu sai (una sorta di padre padrone della band con un carattere non proprio conciliante, ndi), per cui magari ho sentito il bisogno di dimostrare il contrario, e ho finito per essere troppo conciliante, finendo per farmi del male.
Mi prendo la responsabilità di affermare che Non è per sempre sia il vostro disco più sottovalutato. Sei d’accordo?
Non lo so, forse è un disco capito male. Lì c’è stato un equivoco, dài, il fatto che avesse quei tre singoloni pop, molto potenti, che poi era quello che in quel momento volevo dimostrarmi capace di comporre, mise in ombra la presenza di situazioni sperimentali che vengono sottolineate molto poco. Un po’ la stessa cosa de I milanesi ammazzano il sabato: può piacere o non piacere, per carità, ma sostenere che è il lavoro più commerciale degli Afterhours mi sembra quanto meno azzardato…
Dopo un quarto di secolo di carriera si è ancora degli ascoltatori appassionati?
Siamo ancora degli ascoltatori appassionati, ma è chiaro è che l’approccio è diverso. A quarantasei anni faccio più fatica ad emozionarmi rispetto a quando ne avevo diciannove, perché semplicemente conosco più cose. Poi c’è il fatto che non ho più voglia di andare per forza a scavare, non ho più quel tipo di approccio. In fondo ho fatto il musicista non per fare quello che volevo nella musica ma per fare quello che volevo nella vita. Me la voglio vivere la vita, che significa certo anche ascoltare musica ma non ci passo certo le giornate. Mi piace anche farmi un giro in bicicletta, gioco molto con mia figlia di sei anni, sono appassionato di storia antica e leggo parecchi libri sull’argomento. Poi suono, anche, certo. Lo faccio da quando ero bambino, ho anche ripreso a suonare il piano dopo quindici anni…
Questa è una notizia! Avrà avuto dei riflessi sul tuo modo di comporre…
Può darsi. Ho studiato tanti anni pianoforte, perciò lo suono discretamente. Ai tempi di Germi scelsi di suonare la chitarra anche per obbedire alla cultura post-punk da cui venivo. L’impostazione del piano come approccio allo strumento era troppo didascalica, quindi anche se non ho mai saputo suonare la chitarra tecnicamente parlando scelsi di farlo, di fare quello che mi piaceva. Ricordo che la suonavo con una tale strafottenza, pur non sapendola suonare, perché ero convinto che il mio bagaglio culturale bastasse a rendermi adeguato, e questa cosa col tempo è diventata quasi grottesca, era sempre più difficile giustificare il fatto di non saperla suonare. Il fatto di aver recuperato il pianoforte mi ha dato nuovo coraggio, proprio come musicista che legittima le quattro note che fa. Al punto che non ho più bisogno di suonare in tutti i pezzi per legittimarmi come tale, dal punto di vista chitarristico ho imparato a sottrarmi. In Padania ho suonato giusto quattro chitarre.
Lou Reed una volta disse che il casino non è scrivere venti canzoni, ma dalla centesima in avanti…
Credo sia una frase che gli aveva suggerito Warhol perché Lou era troppo pigro… Dipende, sono d’accordo fino ad un certo punto. E’ vero che la grossa forza esplosiva ti arriva quando sei giovane, però è vero che i grandi pittori, i grandi scrittori hanno prodotto grandi cose anche in tarda età. Essendo il rock arte giovanilistica per eccellenza si tende a pensare che gli artisti da giovani lo interpretino meglio, ma non è vero: guarda Nick Cave, guarda Tom Waits, lo stesso Reed. Certo non le azzeccano tutte, però fanno ancora grandi cose.
A tre anni di distanza che bilancio faresti de Il paese è reale? Domanda collegata: rimpianti per il Tora Tora?
Il Paese è reale è stato meno divertente, meno eroico del Tora Tora ma molto più riuscito nei suoi intenti. Il Tora Tora doveva essere il modo per far conoscere il nostro ambiente, per far sapere che esisteva, che era grande e importante. Ma alla fine abbiamo sbagliato mira, abbiamo fatto date con migliaia di persone ma nessuno lo sa, perché i media non c’erano, non c’erano i giornali, le tv. E’ stata un’esperienza bellissima ma è morta. Il Paese è reale è stato più progettato, molto meno eroico e divertente, ma molto più riuscito. Quando abbiamo suonato in pazza del Duca a Milano non c’erano neanche cinquemila persone ma c’erano giornali, radio, tv, quindi la cosa è uscita dappertutto. Certo, Sanremo è stata la chiave di volta, abbiamo imparato a usare il megafono, come si possano adoperare i media. Le due cose sono connesse, abbiamo imparato come ci vogliamo muovere, cosa volevamo diventare in Italia. Sono state tappe di questo percorso.
Su SA – come del resto in altre riviste del settore – si seguono con attenzione gli sviluppi legati al diritto d’autore e alle modalità distributive. Ti sei fatto un’idea? Dal vostro punto di vista, quale sarebbe la prima cosa da cambiare per dare concretamente una mano ai musicisti?
E’ un discorso molto ampio, rischio di fare la figura del presuntuoso o del ciarlatano rispondendoti. Però ti rispondo lo stesso: secondo me non bisogna aiutare tanto i musicisti ma le strutture intorno alla musica. Se un aiuto ci deve essere deve essere rivolto all’ambiente, altrimenti le istituzioni si limiteranno sempre ad aprire scuole di musica per musicisti che poi andranno a lavorare alla posta perché non ci sono posti in cui suonare. Disegni di legge, facilitazioni, suggestioni potrebbero aiutare e anche molto: l’apertura dei locali dovrebbe essere facilitata, non dovrebbero esistere vessazioni da parte di Enpals, Siae, Annonaria, vigili urbani eccetera. Ci sono troppe regole indiscriminate e soffocanti. Giusto regolamentare l’ambiente, per carità, ma così lo stiamo soffocando. Ti faccio un esempio: a Brooklyn tu hai sei mesi di tempo per mettere in regola un locale dopo l’apertura, se in quel periodo il locale non ingrana puoi chiudere e riaprire da un’altra parte senza aver perso tutti i soldi che avevi messo da parte. E’ tutto molto più elastico. Invece da noi lo Stato si para il culo con le scuole di musica e coi dibattiti. Ma non ce ne frega un cazzo dei dibattiti! Soprattutto bisogna favorire l’iniziativa dei privati, l’idea di arte che nasce dalle iniziative individuali, non quello che ti dice lo Stato, l’istituzione. In Italia magari è utopia, soprattutto perché in Italia il musicista non ha coscienza sociale, vuole essere spinto.
