Across The Borderline. Intervista ad Adriano Viterbini
-
gianlucalambiase
- 7 Gennaio 2016
È un lavoro sincero, originale, divertito, il secondo album solista del musicista romano Adriano Viterbini, voce e chitarra dei Bud Spuncer Blues Explosion e come sempre coinvolto in tanti progetti che lo scorso anno lo hanno portato ad accompagnare in tour il trio Fabi, Silvestri, Gazzè, ad aprire concerti dei Verdena o ancora a iniziare il nuovo anno in piazza a Milano insieme a Bombino. Un album che arriva a due anni di distanza dall’esordio solista e che entusiasma facilmente tanto chi l’ascolta quanto chi l’ha pensato: «lo ammetto» – ci dice subito il chitarrista romano intervistato nel mezzo di un tour fittissimo di date – «sono sinceramente soddisfatto di come è venuto questo disco. È strano, di solito non sono mai contento di quello che faccio, o meglio, lo sono ma penso sempre che avrei potuto fare di più. Di questo album, invece, lo penso un po’ meno». Un disco quasi interamente strumentale, suonato attraverso la sezione amplificatrice di un vecchio proiettore anni ’40 e ricco di musiche provenienti dalle più svariate latitudini (l’Africa, le Hawaii, gli States), pieno di musicisti talentuosi e in grado di aprire intere scatole di suoni tutte da scoprire e raccontare.
A differenza di Goldfoil, più circoscritto sia geograficamente che per i suoni, Film O Sound allarga enormemente lo spettro. Com’è nato questo disco?
Volevo cercare di fare qualcosa di diverso, per esplorare nuove soluzioni sonore e provare anche con un po’ di curiosità ad unire mondi che non avevo ancora avuto l’opportunità di mischiare. Provo la forte necessità di esprimere le cose che spesso ho in testa quando ascolto musica, viaggio o incontro persone. Non faccio altro che appuntare idee e pensarci su, poi a un certo punto queste idee mi appaiono come qualcosa di più definito, e lì penso che sia arrivato il momento giusto per registrare. Una cosa importante per me è avere attorno persone che possano aiutarmi a raggiungere il risultato che voglio. In questo lavoro ho avuto il supporto di tanti artisti e musicisti amici con cui in questi anni ho suonato o trascorso del tempo, e con i quali sono nate collaborazioni interessanti che sarebbero potute sfociare in tanti piccoli dischi, ma che ho deciso di fermare prima di affrontarle in modo ancor più approfondito. Alle volte la genesi di un album è un po’ come un piano inclinato: prima o poi quella cosa arriva. Mi sembrava carino metterla da parte, appuntarla e condividerla.
A tal proposito, nell’album precedente eri quasi da solo mentre in questo ci sono tantissime collaborazioni. Come sono nate e in che modo si sono incastrate per ricreare quello che cercavi?
Tutto è nato in maniera molto naturale. Quando tornavo a casa dai concerti dei BSBE mi vedevo con Fabio Rondanini e facevamo jam session; nel frattempo facevo concerti con Bombino e ho avuto l’opportunità di conoscere Roberta dei Verdena, e quindi Alberto e Luca. Ci siamo trovati, musicalmente e umanamente, e abbiamo iniziato a scambiarci idee e a condividere le stesse passioni musicali. Con Enzo Pietropaoli suono da cinque anni, ho imparato un po’ di jazz da lui e quando capita ci divertiamo a suonare insieme. Ho semplicemente cercato di fare un riassunto di tutte queste esperienze musicali
Il tuo ultimo disco è incredibilmente immaginifico e fa dell’accessibilità una delle sue caratteristiche principali. Cercavi un album in cui fosse facile immergersi?
Volevo ascoltare una registrazione che mi potesse piacere, e ho cercato di dare all’ascoltatore la fruizione più godibile, smussando tutti quegli strumenti o quelle cose che magari avrebbero reso meno semplice l’ascolto del disco. È una musica che non vuole essere al centro dell’attenzione, ma che ha il potenziale per esserlo. È un ascolto tridimensionale nel quale ci si può immergere molto facilmente. Mi piace molto, perché in anni in cui si sta facendo un gran parlare del ritorno dell’analogico, questo è un album che anche in CD si sente benissimo.
In sede di recensione ho parlato di un approccio quasi “musicologico”, anche perché per i brani in scaletta non autografi sei andato a ripescare tracce poco conosciute o un po’ dimenticate. Come ha funzionato questo lavoro di selezione?
Ho dato maggiore peso alla fruizione dell’ascolto e meno alle composizioni originali. È stato un collage di idee che potessero rendere l’esperienza di ascolto più confortevole possibile. In questo momento mi interessa ascoltare musica di alta qualità, e ho cercato brani meno alla moda che magari non sempre passano in radio, o magari classici d’altri tempi. Mi piaceva l’idea di fare una registrazione atemporale, che si potesse ascoltare negli anni ’50 ma anche tra vent’anni. Della musica africana, ad esempio, non ho cercato le cose più alla moda, come Tinariwen o Tamikrest, ma sono andato verso autori d’altro tipo, come Boubacar Traoré o il più classico Ali Farka, trovando piccole gemme che mi sembrava doveroso rendere accessibili anche a quelli della mia generazione, a chi viene ad ascoltare i concerti dei Bud Spencer Blues Explosion o agli italiani che non le conoscevano. Mi sembrava carino riproporre Sleepwalk, che è un pezzo che tutti conoscono ma non conoscono. Da quando lo suono, vedo gente che apprezza, lo ricorda. Poi c’è Malaika, un brano clamoroso che ti accorgi di quanto sia famoso solo quando lo riascolti. Mi sembrava bello poterlo rifare con la tromba di Ramon Caraballo a sostituire le parole. Questa è stata un’intuizione di mio padre, che mi ha sottoposto l’idea. Poi c’è Bring It On Home, un pezzo quasi intoccabile che con la voce di Alberto Ferrari si illumina e diventa contemporaneo.
Trovo che siano tutti brani che riescono ad avere una loro identità in questo disco. Bring It On Home To Me, in questo senso, è uno dei pezzi più simbolici, con la voce di Ferrari – spesso in secondo piano nei dischi dei Verdena – che sembra perfetta per il blues di Ry Cooder…
Mi sembrava incredibile fare un pezzo con Alberto, che trovo un’eccellenza italiana con una grande voce e una grande anima. Quando ripropongo qualcosa del passato, non mi piace mai fare la macchietta o cercare di assomigliare a questo revival che va tanto di moda, tipo i The Dap Kings. Quello che volevo fare era buona musica, suonata con il meglio del passato e i mezzi che ho a disposizione oggi.
https://www.youtube.com/watch?v=<a href="https://youtu.be/NIJezsgSxrA">https://www.youtube.com/watch?v=NIJezsgSxrA</a>Prima dicevi che hai cercato di mettere insieme brani che in giro si ascoltano poco. È rimasto fuori qualcosa?
In realtà sono rimaste fuori tantissime cose, che però conservo e su cui continuo a lavorare. Il mio è un lavoro di accantonamento di piccole cose che tengo quasi segrete. Poi magari un giorno, se sono fortunato, tutto questo diventerà un disco.
Per l’intera durata dell’album si avverte una divertita leggerezza. Qual è il brano che ti sei divertito di più a realizzare?
Tubi innocenti con Fabio Rondanini. Abbiamo fatto solo due take, entrambe bellissime, e alla fine abbiamo scelto la prima. Ne sono veramente felice, perché mi sembrava di aver fatto qualcosa di nuovo: unire la musica vagamente africana e vagamente giapponese con suoni vagamente contemporanei, il tutto in maniera ascoltabile, coerente, spontanea. Come dici tu, un po’ traspare il fatto che è un lavoro fatto col cuore, con anime felici di farlo, e questo per me è una cosa veramente importante. La musica, se non ti diverti, se non la fai con lo spirito giusto, non funziona mai davvero. È una cosa secondo me fondamentale, che ogni artista dovrebbe preservare.
E il brano più difficile da realizzare?
Probabilmente Nemi, un brano acustico semplicissimo, con un arpeggio di chitarra e sotto una specie di drone fatto con un Raagini. Eravamo indecisi se aggiungere qualche altra cosa, farlo più profondo, più evocativo. Alla fine anche questo è rimasto nudo e crudo come era stato registrato. Un altro è stato Bring It On Home To Me, che in principio doveva essere un brano strumentale. Quando sono partito per fare questo disco non pensavo a delle voci, nemmeno alla mia.
C’è qualche ascolto che ti ha accompagnato nella realizzazione del disco?
Tantissimi, su tutti Good Old Boys di Randy Newman. Poi ho ascoltato tanta musica africana e tante altre cose che potevano aiutarmi a miscelare un pop “sofisticato” o sognante a cose più desertiche.
Com’è andata con l’amplificazione tramite Film O Sound? Hai dovuto modificare qualcosa alle tue già “customizzatissime” chitarre?
L’amplificatore è rimasto identico a quello che veniva utilizzato in questo proiettore degli anni ’50, lievemente rivisitato e reso un po’ più aperto e dinamico. Per quanto riguarda le chitarre, va detto che suonando con uno slide di vetro perdo tutta una serie di gamme di sfumature che vengono ricreate dalla pelle sulle corde. Con l’utilizzo di pick-up più o meno sensibili o piccoli accorgimenti tecnici, sono riuscito a trovare soluzioni che mi hanno aiutato ad esprimere meglio il suono che cercavo.
L’idea di recuperare la sezione amplificatrice di questo proiettore com’è venuta fuori?
Mi ritengo un nerd del gear per chitarra. Mi confronto in continuazione con musicisti, tecnici, e faccio la stessa cosa anche sul web. Ho notato che c’è questa tendenza a riutilizzare chassis di vecchi oggetti, tipo amplificatori costruiti dentro a tostapane. O ancora, vengono utilizzate circuitazioni d’altro tipo per scopi musicali, e tra queste c’era anche quella di questi vecchi proiettori.
Al di là dell’aderenza al significato immaginifico del disco, trovo che anche l’amplificazione abbia un ruolo importante nella definizione del suono di questo album…
Assolutamente sì. La chitarra è sempre molto presente, sia che si ascolti il disco a volume basso o alto. Con qualsiasi stereo si ha sempre un suono chiaro e preciso.
Uno dei momenti più intensi del disco è la cover di Malaika, in una versione molto malinconica, quasi rassegnata. Com’è andata con questo brano?
La prima volta che l’ho sentito ho pensato subito che fosse un brano da riproporre. Un brano semplice, immediato, e allo stesso tempo molto profondo. Mi piace quando le cose sono elaborate ma al punto giusto, senza che diventino autoreferenziali. Immediate e allo stesso tempo profonde. Ho voluto inserire il brano come seconda traccia in scaletta, perché quasi da subito volevo fare entrare l’ascoltatore in un mondo estremamente più semplice, rispetto alla Tubi innocenti con cui inizia il disco. Devo dire che sono molto contento, anche della scelta della scaletta.
La tromba di Ramon Caraballo ti ha dato una bella mano nel sopperire al cantato che nel brano originale ha un ruolo importante, per un pezzo diventato simbolo di battaglie sociali…
Sentito che suono? Lui ha studiato a Cuba, e forse per le diverse radici o per quell’approccio meno accademico, riesce a ricreare quel suono di tromba incredibile, che probabilmente sarebbe stato impossibile chiedere ai pur bravissimi trombettisti italiani.
I silenzi, le pause, sono un altro elemento che caratterizza molto alcuni brani (ad esempio Nemi, Sleepwalk). Questo mi ha fatto pensare molto al Miles Davis che diceva: “non suonare quello che c’è. Suona quello che non c’è”…
Per risponderti con un’altra citazione, ti direi che “la musica è solo il suono del silenzio tra una nota e l’altra”. La pausa che c’è tra una nota e la successiva fa parte dell’equilibrio della musica, ed è importante saperla dosare allo stesso modo con cui vengono dosate le note e gli intervalli. Anche se probabilmente fatto in modo un po’ inconsapevole, mi fa piacere si avverta anche questo aspetto.
In Mondo Slack Key, così come in Malaika, ci sono poi le sonorità hawaiane di cui sei un grande appassionato…
La slack key guitar è un modo di suonare la chitarra che ho studiato per un po’ di tempo. È un vero e proprio linguaggio, apparentemente semplice ma estremamente efficace, che perde subito di fascino se esci lievemente dai parametri con i quali è stato organizzato.
La produzione dell’album è affidata invece a Marco Fasolo (leader dei Jennifer Gentle). Come ha funzionato il suo lavoro di rifinitura?
Mi ritengo davvero fortunato per aver avuto l’occasione di poter lavorare con lui. Marco è una persona estremamente competente, talentuosa, che sa ascoltare, sensibile e molto seria. Era la persona giusta, e non potevo chiedere di meglio. Un tipo di produzione come la sua, virata verso idee come le mie, era interessante, e sentivo che poteva essere giusta, che potevamo parlare lo stesso linguaggio pur venendo da mondi apparentemente diversi. Ci siamo visti a novembre 2014 e abbiamo fatto una piccola pre-produzione vicino casa mia ai Castelli Romani: abbiamo trascorso una settimana a suonare i pezzi, a scartare idee e ad aggiungerne delle altre. Ci abbiamo ragionato su per quattro-cinque mesi, per poi rivederci e registrarlo. Nel frattempo lui ha elaborato alcune sue soluzioni, io altre, e ci siamo confrontati in studio. Dopodiché lui ha diretto tutta la produzione: si è occupato quindi dei suoni, ha impostato le registrazioni, ha deciso quali potessero essere i piani sonori con cui fruire al meglio l’ascolto. C’è stato un bel lavoro, e secondo me lui meriterebbe molto di più anche come produttore.
Dal vivo come ricrei tutti i mondi racchiusi nel disco?
Il disco viene riproposto sostanzialmente identico rispetto alla registrazione, grazie all’aiuto di tre musicisti che suonano insieme a me: Ramon Caraballo che canta e suona tromba, basso e pianoforte; Piero Monterisi, batterista che ho conosciuto facendo il tour con Fabi, Silvestri e Gazzè e che è stato anche batterista della PFM e di Renato Carosone; Francesco Pacenza al basso, uno dei miei amici storici nonché roadie dei BSBE e sensibile musicista. E poi c’è il Film O Sound.
Trovo che questo album abbia anche un forte potenziale ambient. Hai intenzione di proseguire su questa strada? Ti piacerebbe provare a lavorare con colonne sonore?
L’idea di lavorare con le immagini mi interessa, non l’ho mai affrontata e mi incuriosisce, ma al momento credo di aver abbastanza esaurito questo approccio strumentale alla canzone.
E i Bud Spencer Blues Explosion?
I Bud, appena avranno qualcosa che spaccherà il mondo, lo faranno uscire, ma per il momento ci riposiamo.
Si è appena chiuso il 2015. Inevitabile la domanda: disco dell’anno?
Sound & Color degli Alabama Shakes.
